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percezióne

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Lessico

sf. [sec. XIV; dal latino perceptíonis, da percipere, percepire].

1) Processo attraverso il quale un organismo, in conseguenza all'eccitamento dei recettori sensoriali e con l'intervento di altre variabili, acquista consapevolezza dell'ambiente esterno: percezione di un corpo, di un moto, di una qualità. Per estensione, attività conoscitiva. In sociologia, la percezione sociale è un processo conoscitivo attraverso il quale l'individuo entra in contatto con l'esterno, cogliendo della realtà quelli che sono gli aspetti sociali. La percezione sociale è quindi relativa ad altre persone e ai rapporti interpersonali, evidenziati in atteggiamenti, linguaggio e condotte oggettive. Le realtà sociali (famiglia, gruppi, ecc.) appaiono, attraverso la percezione, all'individuo come qualcosa di costituito in sé.

2) Nell'uso amministrativo, atto con cui si entra in possesso di un reddito: percezione degli arretrati.

Psicologia: il processo percettivo

Il processo percettivo si pone tra stimolazione sensoriale e consapevolezza, quale può risultare, come sostiene lo psicologo americano C. E. Osgood, da una risposta verbale o non verbale. Storicamente, quando la psicologia alla metà del sec. XIX si è svincolata dalla filosofia costituendosi come scienza autonoma, lo studio della percezione è stato il principale argomento di interesse per i rappresentanti della nuova scienza. Le concezioni dominanti tra tali psicologi erano in larga misura improntate dall'associazionismo, particolarmente inglese. Così, per H. L. F. von Helmholtz, che era stato particolarmente influenzato da J. Stuart Mill, un oggetto percepito non è altro che un insieme di sensazioni che si costituisce attraverso l'esperienza passata, perché le sensazioni che lo compongono si sono sempre presentate associate al soggetto percipiente. Secondo Helmholtz, l'esperienza percettiva passata dell'osservatore fa sì che un'“inferenza inconscia” corregga automaticamente la dimensione percettiva dell'oggetto, tenendo conto della sua distanza. A questa concezione associazionistica si oppose, negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, un gruppo di psicologi di Berlino, M. Wertheimer, W. Köhler e K. Koffka, che fondarono la scuola della psicologia della Gestalt (psicologia della forma), che avrebbe dato i più importanti contributi allo studio della percezione. Secondo i gestaltisti, è errato dire che ciò che si percepisce è una somma di stimoli legati per leggi associative, sulla base dell'esperienza passata, come volevano gli psicologi associazionisti del sec. XIX. Noi non percepiamo somme di stimoli, ma forme (Gestalten), totalità organizzate che sono più della somma delle parti che le compongono. Alla base della psicologia della Gestalt vi è una famosa serie di esperimenti condotti da Wertheimer sul “fenomeno phi”, un tipo particolare di movimento apparente. La scuola della Gestalt dominò gli studi della percezione sino a quest'ultimo dopoguerra, quando in America sorse un movimento composito, detto New Look (nuova prospettiva) che si contrapponeva appunto all'Old Look (vecchia prospettiva) della Gestalt e mirava a dimostrare l'importanza dei fattori personali e sociali nella percezione. All'interno del New Look facevano spicco autori come J. S. Bruner, che doveva dimostrare tra l'altro l'influenza del valore del percepito sulla percezione; E. Frenkel-Brunswik, che rilevò l'influenza dell'autoritarismo sulla percezione; i “transazionalisti” di Princeton, che misero particolarmente in rilievo l'influenza dell'esperienza passata; S. E. Asch, che dimostrò come le pressioni di gruppo possono modificare la percezione; e così via. Nel sec. XX, infine, si è andata sempre più affermando, nell'ambito della cosiddetta psicologia cognitiva, una concezione della percezione in termini di elaborazione delle informazioni. Tra i massimi rappresentanti di tale indirizzo vi sono l'inglese D. E. Broadbent e l'americano F. Attneave.

Filosofia

Nella storia della filosofia il concetto di percezione si precisa solo in epoca moderna: Cartesio la identifica con il conoscere; Spinoza l'assume come conoscenza passiva; Leibniz come conoscenza delle monadi, per cui ogni percezione porta in sé, sebbene informe, tutta la verità. La filosofia moderna, definita la sensazione come “il presupposto passivo della conoscenza”, riconosce alla percezione il valore di “primo fatto conoscitivo reale”; in particolare Hoffding la considera già una “funzione del pensiero”, mentre James la definisce “conoscenza immediata”; per Dewey è come un campanello d'allarme nei riguardi di quello che ancora non si conosce.

Geografia

Nell'ambito degli studi sulla percezione, un particolare sviluppo ha avuto la percezione dello spazio o percezione ambientale, grazie alle ricerche di psicologi, geografi e studiosi di scienze sociali, che hanno dato luogo anche alla costituzione di specifici indirizzi come la geografia della percezione. Una prima acquisizione di base è quella che la percezione dello spazio dipende strettamente da assetti cognitivi soggettivi, a loro volta orientati dall'appartenenza a un sistema socio-culturale, ma comunque distinguibili a livello di singoli individui; in altri termini, si nega la possibilità di una conoscenza “oggettiva” dello spazio. In secondo luogo, la percezione dello spazio si conforma in funzione della scala dei fenomeni percepiti: per cui si potrà distinguere una percezione dello spazio personale, dell'abitazione, del quartiere, della regione e così via. L'elaborazione delle esperienze soggettive, in base alla percezione, porta a riconoscere in una determinata porzione di spazio geografico (lo spazio “vissuto”) un ambito di riferimento che non è solo empiricamente e razionalmente conosciuto, ma anche affettivamente percepito, dando luogo ad un sentimento di reciproca appartenenza (detto di “territorialità”), per cui l'individuo – e, in scala più ampia, il gruppo sociale che condivide certi valori – sente di appartenere a un territorio che, al tempo stesso, considera suo proprio ed essenziale alla propria esistenza. Lo studio di questo insieme di processi fondamentali ha così portato a rivalutare fortemente l'aspetto soggettivo nella conoscenza dello spazio geografico e nel comportamento spaziale, dando un impulso a quel filone di studi detto di geografia “umanistica”.

Bibliografia

J. Hochberg, Percezione, Milano, 1967; L. Ancona; Dinamica della percezione, Milano, 1971; M. Cesa-Bianchi, A. Beretta, R. Luccio, La percezione, Milano, 1975; R. Arnheim, Arte e percezione visiva, Milano, 1991.