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pessimismo

sm. [sec. XIX; dal francese pessimisme].

1) In filosofia, tendenza a giudicare tutte le cose o parte di esse come le peggiori possibili.

2) Nell'uso comune, attitudine a considerare gli aspetti negativi o peggiori della realtà; atteggiamento di chi aspetta sempre il peggio o manca di fiducia ed è scettico sul risultato, sulla riuscita di qualcosa.

Filosofia

Si ha un pessimismo radicale o metafisico (il male costituisce l'essenza stessa delle cose) o moderato. Al pessimismo radicale s'ispira la dottrina di Schopenhauer: nell'uomo la volontà tende a svilupparsi come egoismo, che, insaziato di ogni nuova conquista, produce nuovi bisogni, fonte di dolore per ciò che ancora non si possiede. Di conseguenza l'uomo invece di realizzare la propria esistenza, diventa vittima della sua insaziabile volontà. Per spezzare questa spirale l'uomo deve negare l'individualità e operare una conversione completa dalla Volontà alla Non-Volontà, attraverso i gradi dell'arte, della giustizia, della compassione e dell'ascesi. Un pessimismo mitigato professarono alcuni filosofi della Scuola cirenaica: Egesia, che considerò la felicità irraggiungibile, per cui vita e morte sono entità equivalenti; Anniceri, che sostenne la necessità di sopportare il dolore non come elemento negativo, ma quale mezzo per giungere alla benevolenza e a rapporti di amicizia con i propri simili. Elementi di pessimismo si trovano anche nelle dottrine filosofiche imperniate sul dualismo del Bene e del Male: infatti l'esistenza di questi due principi presuppone una svalutazione del mondo come sede del Male. Di un certo pessimismo è permeato anche il pensiero umanistico e rinascimentale, in cui il richiamo al piacere da un lato diventa affermazione dei valori mondani, ma dall'altro non elude la tendenza di ogni edonismo a cadere nel pessimismo.

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