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plèbe

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Lessico

sf. [sec. XIV; dal latino plebs plebis].

1) Nell'antica Roma, la massa dei cittadini romani, differenziati dal patriziato: le agitazioni della plebe.

2) In senso storico-sociale, il popolo opposto alla nobiltà. Nell'uso comune, gli strati meno abbienti e culturalmente più arretrati di una società; spesso con il senso spregiativo di plebaglia: la plebe era in tumulto; scatenare la violenza della plebe.

3) Per estensione, ant., moltitudine, folla.

Storia

Molte teorie sono state proposte intorno all'origine della plebe: per alcuni essa è la popolazione preromana autoctona assoggettata dai conquistatori latini, per altri si sarebbe costituita con nuclei di abitanti di città vinte e distrutte trasportati a Roma. È stata avanzata anche l'ipotesi che la distinzione tra patriziato e plebe derivasse dalla differenziazione di carattere economico. Forse c'è del vero in ognuna delle ipotesi. Fra le due classi, in origine, esisteva una sola possibilità di rapporti costituita dal clientelato: i plebei diventavano infatti clientes dei patrizi, ai quali prestavano i servigi e dovevano ubbidienza, ricevendone in cambio protezione. Essi erano parte essenziale della cittadinanza romana, non privi di diritti; erano inquadrati nell'arcaico ordinamento curiato dello Stato, ma erano esclusi dalle magistrature e dai sacerdozi: non vigeva matrimonio coi patrizi. In seguito alle riforme di Servio Tullio, formandosi anche tra i plebei cospicue fortune personali, essi furono inquadrati nell'ordinamento centuriato sulla base dei beni posseduti con titolo uguale a quello dei patrizi riguardo all'arruolamento nell'esercito. L'innovazione fu di grande efficacia per il raggiungimento dell'equiparazione nel campo sociale di tutte le componenti della popolazione romana. Le rivendicazioni per tale equiparazione vennero presto: la tradizione fa risalire al 494 a. C., cioè una quindicina di anni dopo la caduta della monarchia, la prima fase di questa lotta, con la secessione dei ceti plebei sull'Aventino: il famoso apologo di Menenio Agrippa implicitamente affermò la parità tra i due ceti. In quell'occasione la plebe ottenne magistrati propri, i tribuni, eletti dal concilium plebis, che era assemblea dei plebei distribuiti nelle tribù, le circoscrizioni territoriali dello Stato. La prerogativa dei tribuni era ius auxilii, il diritto cioè di intervenire col veto quando gli interessi della plebe fossero, a loro giudizio, lesi o minacciati. La loro persona era sacra e inviolabile. L'affermazione più importante fu conseguita nel 451-450 a. C. con la redazione di un corpo di leggi scritte, le XII Tavole, con cui si limitarono gli arbitri dei patrizi, unici detentori delle prescrizioni giuridiche, fino ad allora trasmesse oralmente. Nel 445 a. C. il tribuno C. Canuleio fece abrogare anche il divieto di matrimonio fra patrizi e plebei, che era stato codificato sulle XII Tavole. A poco a poco anche l'accesso alle magistrature divenne possibile con l'ammissione prima alle cariche minori, poi al tribunato militare con poteri consolari, una magistratura di compromesso rivestendo la quale si poteva ottenere di entrare in Senato. I plebei ottennero l'ammissione al consolato nel 367 a. C. con le leggi Licinie Sestie; il primo censore plebeo si ebbe nel 351 a. C., il primo pretore urbano nel 337 a. C. L'ultimo caposaldo patrizio cadde nel 300 a. C., quando la plebe ottenne di rivestire le cariche pontificali, col che la totale equiparazione, facilitata dall'assottigliarsi del numero delle gentes patrizie e dal contemporaneo moltiplicarsi di famiglie plebee pervenute alla ricchezza e al prestigio, fu raggiunta. Nel 287 a. C. con la lex Hortensia le decisioni prese nell'assemblea tributa ebbero valore di legge per tutti i cittadini. La società romana, in origine gentilizia, vedeva completamente consolidato il predominio delle famiglie più abbienti. Nel periodo tardorepubblicano il termine plebeo designava il cittadino dei ceti inferiori, senza più riferimento a differenze di classe. I tribuni finirono con l'essere integrati nel sistema magistratuale romano. Solo nell'età dei Gracchi (Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio) ripresero a essere attivi con la difesa dei ceti minuti nelle lotte aspre che ebbero luogo allora, lotte che ebbero il loro epilogo con l'avvento del principato augusteo che fece propria l'essenza del potere tribunizio esautorandone con ciò la magistratura.