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policitemìa

sf. [sec. XX; da poli-+cito-+-emia]. Aumento, assoluto o relativo, del numero di globuli rossi del sangue, detto anche poliglobulia. Un aumento assoluto si ha nella policitemia vera (detta anche malattia di Vaquez-Osler), affezione spesso familiare, più frequente in soggetti di sesso maschile dai 30 ai 40 anni. Si manifesta con arrossamento e congestione del viso e delle estremità, splenomegalia, facili emorragie del naso, gengive, stomaco, intestino, retina, trombosi venose, embolie; i globuli rossi aumentano fino a 7-12 milioni per mm3, i leucociti fino a 12.000-20.000 per mm3, con la comparsa in circolo di cellule giovani immature della serie rossa (reticolociti ed eritroblasti) e della serie bianca (metamielociti e mielociti); aumentano pure il tasso di emoglobina, il numero delle piastrine, la massa sanguigna e la sua viscosità, mentre diminuisce il numero di linfociti. Un aumento assoluto del numero di globuli rossi circolanti si riscontra pure nelle policitemie sintomatiche (dette anche poliglobulie vere) conseguenti a effetti dell'altitudine, a encefalopatie, a disendrocrinie, a intossicazione da ossido di carbonio, ecc. Un aumento relativo invece (dovuto cioè a perdita di plasma, alla quale consegue un aumento della concentrazione del sangue) si rileva nelle policitemie sintomatiche, secondarie ad abbondanti perdite di liquidi, per vomito o diarrea (colera e sindromi dissenteriche), o a impossibilità a ingerirli (stenosi pilorica, cancro dell'esofago). La diagnosi delle policitemie si basa sugli esami del sangue.