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polifonìa

sf. [sec. XIX; poli-+-fonia]. In musica, presenza simultanea di due o più parti sviluppate contemporaneamente. Spesso il termine è usato come sinonimo di contrappunto (sovrapposizione di diverse parti aventi una propria sostanziale autonomia), ma in senso rigoroso va inteso in un'accezione più vasta, comprendente qualsiasi tipo di simultaneità di suoni diversi, quindi anche le sovrapposizioni che formano le concatenazioni di accordi dell'armonia. Dai primi rudimentali esempi di polifonia testimoniati nel Musica enchiriadis (fine sec. IX o inizio X) – ma è da ritenere che la pratica polifonica sia anteriore alle testimonianze scritte –, la storia della polifonia coincide con la storia stessa della civiltà musicale occidentale e ne costituisce l'aspetto specificamente caratteristico rispetto alle civiltà extraeuropee, in alcuni casi estranee alla nozione stessa di polifonia o comunque aliene da una grande complessità di sviluppo in tal senso. Le successive acquisizioni di tale sviluppo tendono a formare una sintesi che ingloba elementi sempre nuovi, tanto che le storie del contrappunto e dell'armonia non possono essere intese semplicemente come momenti successivi e indipendenti. Negli ultimi decenni la crescente complessità dello sviluppo del linguaggio musicale ha accolto nozioni di polifonia di timbri e di ritmi ed è pervenuta a una frantumazione che supera completamente l'armonia e il contrappunto tradizionalmente intesi. Il termine polifonia si contrappone a quello di monodia, specie nella sua accezione più rigorosa.

K. Jeppesen, Counterpoint: the Poliphonic Vocal Style of the Sixteenth Century, Londra, 1950; J. P. Thilman, Probleme der neuen P., Dresda, 1950; H. Sparks, Cantus firmus in Mass and Motet 1420-1520, Berkeley, 1963; B. Cervenca, Il contrappunto nella polifonia vocale classica, Bologna, 1965; A. Gallo, La polifonia nel Medioevo, Torino, 1991.