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popolare

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Lessico

agg. [sec. XIII; dal latino populāris].

1) Proprio del popolo come entità etnica e civile; che riguarda la collettività nazionale: costumi popolare; favore, malcontento, protesta popolare. Per estensione, che si è sviluppato tra il popolo in forma originale e resta vivo nell'uso del popolo (in contrapposizione alle corrispondenti manifestazioni colte): arte, musica popolare; linguaggio popolare, dell'uso comune, quotidiano (opposto ai linguaggi colti e tecnici); analogamente: forme, parole popolari, di trasmissione orale ininterrotta, non assunte letterariamente dalle scritture delle lingue classiche o straniere (parole dotte). In particolare, largamente diffuso tra il popolo: proverbi, leggende, superstizioni popolari.

2) Proprio del popolo come classe politico-sociale; quindi, un tempo, appartenente alla classe intermedia tra nobiltà e plebe o, in particolare, al popolo del Comune medievale (anche come sm. pl.): le lotte tra magnati e popolari. Oggi, più spesso, che si fonda sul popolo inteso come complesso dei cittadini; che emana dal popolo, democratico: partito, sovranità popolare; in particolare, riferito alle masse lavoratrici: governo popolare; democrazia popolare, denominazione frequente dei regimi socialisti, specialmente quelli sorti dopo la seconda guerra mondiale; Partito Popolare Italiano.

3) In senso restrittivo, proprio della classe socialmente ed economicamente meno elevata della popolazione: arretratezza popolare; i quartieri popolari della città. Per estensione, che risponde alle esigenze, al gusto, alla mentalità delle grandi masse: cinema, teatro, spettacolo popolare; in particolare, che mira a soddisfare i bisogni dei ceti meno abbienti, destinato al popolo: case popolari; cultura popolare; posti popolari (o solo popolari come sm. pl.), in luoghi di pubblico spettacolo, l'ordine di posti a prezzo più basso.

4) Che gode il favore delle masse, assai conosciuto o diffuso: attore, cantante popolare; sta diventando il più popolare degli sport.

Scienze politiche: Partito Popolare Italiano

Nato il 18 gennaio 1919 con il lancio al Paese di un appello e di un programma che avevano trovato in L. Sturzo il maggiore interprete e sostenitore “nella lotta contro i liberali e i socialisti”, il PPI prendeva il via al termine di un lungo e travagliato processo che dalla Rerum Novarum al non expedit, al Patto Gentiloni e all'Unione elettorale aveva portato lentamente i cattolici dall'intransigente opposizione nei confronti dello Stato alla collaborazione con i partiti conservatori e liberali. La guerra, il timore di un “sovvertimento” dell'ordine costituito, la paura che il socialismo monopolizzasse le masse operaie e contadine, la stessa ambigua neutralità ufficiale del Vaticano, avevano spinto i dirigenti cattolici a rafforzare l'Azione Cattolica e a rendere anche più stretta la loro collaborazione con i governi borghesi sino a parteciparvi direttamente: come avvenne con l'ingresso di F. Meda nel gabinetto Boselli che fu detto di unione nazionale (giugno 1916). Tra il 1917 e il 1918 la Rivoluzione d'Ottobre e il rapido deterioramento della situazione politica e sociale italiana persuasero Benedetto XV e il cardinale Gasparri che era giunto il momento di inserire un partito di ispirazione cattolica nell'agone politico italiano. Soppressa l'Unione elettorale (8 febbraio 1919), tolto il non expedit (12 novembre 1919), la fondazione del partito fu preceduta dalla costituzione della Confederazione Italiana dei Lavoratori (CIL) in cui confluirono tutte le leghe “bianche”. Pochi giorni dopo la diffusione dell'appello e del programma si costituì il gruppo parlamentare che contò subito 19 deputati fra cui due ministri del governo Orlando (Meda e C. Nava). Col primo Congresso, svoltosi a Bologna nel giugno del 1919, il dibattito sulla relazione di don Sturzo rivelò l'esistenza di tre grandi correnti: una di destra (sostenuta da padre A. Gemelli, da G. Corazzin, dal marchese Reggio d'Aci) che puntava su un'accentuazione dell'ispirazione cattolica e sulla preminenza della morale cristiana; una di sinistra (A. Grandi, G. Miglioli, G. Gronchi, ecc.) che propugnava tesi classiste e antiborghesi, e una di centro (don Sturzo, Cavazzoni, De Gasperi) che sosteneva non solo l'aconfessionalità del partito (per non coinvolgere in alcun modo il Vaticano) ma anche la sua vocazione interclassista e la natura non rivoluzionaria, in polemica contro le strategie eversive e radicali. Ma soprattutto il congresso mise in evidenza che il PPI si poneva in antitesi “assoluta e intransigente” al socialismo. Il 23 giugno 1919 si formò il ministero Nitti in cui entrarono due popolari: Nava e Sanjust. Si ebbe subito un grosso successo del partito con l'approvazione rapida della nuova legge elettorale proporzionale. Assai meno incisiva e limpida apparve l'azione dei popolari di fronte alle grandi agitazioni contadine e operaie dell'estate e dell'autunno, in cui l'ostilità al socialismo prevalse su ogni altra considerazione. Tuttavia, l'ambiguità della politica sociale del partito non frenò il suo sviluppo e grazie anche al vigoroso appoggio del clero e delle organizzazioni cattoliche, nelle elezioni del 16 novembre 1919, il PPI diventò subito il secondo partito d'Italia (inferiore solo ai socialisti) raccogliendo 1.167.354 voti (pari al 20,5%) e conquistando 100 seggi parlamentari. Il successo dei popolari sconvolgeva profondamente gli equilibri politici preesistenti. Chiusi i socialisti in un'opposizione di principio, i vecchi gruppi liberali e costituzionali si trovavano forzatamente di fronte al passaggio obbligato del PPI per formare qualsiasi maggioranza parlamentare. Ma l'intesa non era facile. La diffidenza nasceva non soltanto dall'inveterata tinta anticlericale e massonica di questi gruppi ma anche dal “modo di essere” popolare che se al vertice ostentava un antisocialismo molto marcato, alla base – specie nelle campagne – agiva con una carica rivoluzionaria pari a quella delle organizzazioni sindacali rosse. Anche al secondo Congresso del PPI, svoltosi a Napoli nell'aprile 1920, prevalse la “mediazione centrista” di don Sturzo: prudente riformismo in campo sociale, mentre in campo politico il PPI intendeva porsi come “nucleo di polarizzazione dei partiti d'ordine”, senza però disporre di una forza sufficiente per assumere la direzione dello Stato. Caduto Nitti, però, i popolari si accordarono rapidamente con Giolitti sulla base di un compromesso che in parte svuotava di contenuto il programma di giustizia fiscale propugnato dal parlamentare di Dronero, opponendosi alla nominatività dei titoli e ottenendo l'impegno a istituire l'esame di Stato nelle scuole medie per favorire le scuole private. Il governo fu varato il 15 giugno 1920: vi entrarono due ministri popolari, Meda e Micheli, e cinque sottosegretari. Tra il settembre e il novembre 1920, Giolitti, rinunciando a varare la proporzionale, indisse le elezioni amministrative. Il PPI – salvo alcune eccezioni – presentò liste proprie senza aderire ai cosiddetti “blocchi nazionali” (liste dei gruppi liberali in cui entrarono anche i fascisti). Ma questa volta il successo fu moderato: i popolari conquistarono 1813 comuni (19% del totale), quasi tutti di modesta entità, e solo quattro capoluoghi di provincia (Bergamo, Treviso, Lucca, Macerata). Anche le successive politiche (volute da Giolitti nell'intento di ottenere una Camera meno “difficile”) confermarono che il PPI era il secondo partito del Paese ma non segnavano un ulteriore progresso. D'altra parte l'asprezza polemica della campagna elettorale aveva fortemente irritato i popolari nei confronti di Giolitti, che nel luglio 1921 preferì dimettersi. Contrariamente alle previsioni la crisi ebbe un decorso rapido perché Bonomi (dopo la rinuncia dello stesso Giolitti e di De Nicola) si accordò con i popolari cui riservò un largo spazio. Nel nuovo governo (4 luglio) entrarono infatti otto cattolici (tre ministri: Rodinò, Micheli, Mauri e cinque sottosegretari); gli altri ministri appartenevano alla cosiddetta “sinistra costituzionale”. Ma proprio la forte influenza popolare condizionò l'attività del ministero, che si trovò a lottare contro una diffusa ostilità del Parlamento per cui la nuova formazione risultò sostanzialmente assai più debole di quella precedente. Intanto il fascismo intensificava le sue azioni squadristiche dirigendole anche verso le leghe contadine bianche; falliva il tentativo bonomiano di pacificazione (mediazione De Nicola, 3 agosto 1921); Mussolini alla Camera (21 giugno 1921) lanciava il primo siluro al PPI, aprendo inopinatamente le porte al Vaticano (“... l'unica idea universale che oggi esista a Roma è quella che si irradia dal Vaticano”, “L'Italia... dovrebbe fornire al Vaticano tutte le agevolazioni materiali... che una potenza ha a sua disposizione”) ed ergendosi a difensore del cattolicesimo. Di fronte alla gravità della situazione politica venutasi a determinare il PPI riunì il suo terzo Congresso a Venezia (20-23 ottobre 1921). Ma il dibattito fu in sostanza deludente, senza alcuna ferma presa di posizione (a eccezione di quella di Miglioli) contro il fascismo. Questa posizione “attendista” formalmente astratta tradiva la volontà del gruppo dirigente del partito a non assumere una linea politica precisa in una situazione estremamente fluida. Sul finire dell'anno il fallimento clamoroso della Banca Italiana di Sconto (28 dicembre) scosse il già precario equilibrio del governo, ma si verificò anche stavolta il cosiddetto “veto di don Sturzo” (che molti, poi, condannarono come un ulteriore elemento offerto alla scalata fascista al potere), vale a dire la deliberazione del gruppo parlamentare del PPI di netta preclusione a un incarico a Giolitti. La crisi, già gravissima, precipitò nel caos; e, dopo molti tentativi falliti (De Nicola, Orlando, Bonomi, Giolitti-De Nicola-Orlando, di nuovo De Nicola-Orlando), si riuscì a varare il governo Facta, che avrebbe dovuto costituire un “ponte” o “una parentesi” in attesa di uno sbocco migliore, che malauguratamente non venne. La soluzione Facta (i popolari ebbero tre ministri: Bertone, Anile, Bertini) fu caldeggiata dai capi dei due gruppi parlamentari del PPI (De Gasperi e Cavazzoni), contro il parere della direzione e dello stesso don Sturzo. Intanto, il 6 febbraio 1922, era stato eletto papa Pio XI, un uomo formatosi nell'ambiente conservatore lombardo, arcivescovo di Milano e non ostile al fascismo che aveva visto nascere. Sebbene ciò non significasse un drastico mutamento di indirizzo del Vaticano nei confronti del PPI, il rafforzamento della corrente di destra dei popolari fu inevitabile e assunse proprio in quell'epoca una coloritura apertamente filo-fascista. Il 12 luglio i fascisti assaltarono a Cremona le case dei deputati popolari Miglioli e Garibotti: ne nacque una grossa discussione in Parlamento al termine della quale il ministero fu messo in minoranza. Le dimissioni di Facta (19 luglio) aprirono l'ultima e forse più laboriosa crisi di quel periodo. Tentarono di risolverla, inutilmente, Bonomi, Orlando, De Nicola e De Nava; per la prima volta fu interpellato un socialista, Turati. Meda, anche in questa occasione, rifiutò l'incarico. Si giunse finalmente (agosto) a un reincarico a Facta. Ma mentre il nuovo governo iniziava faticosamente il suo cammino, una crisi ben più profonda si apriva all'interno del PPI. Il gruppo dei senatori indirizzava il 18 settembre un appello alla direzione del partito in cui chiedeva un'epurazione dell'ala sinistra del partito, rea di perseguire una possibile collaborazione con i socialisti. Il Vaticano (lettera del cardinale Gasparri, 2 ottobre 1922) invitò perentoriamente vescovi e parroci a “tenersi del tutto alieni dalle lotte dei partiti, al di sopra di ogni competizione meramente politica”. Era in pratica una sconfessione del PPI Di fronte a queste allarmanti manifestazioni il Consiglio Nazionale nell'ottobre del 1922 lanciò un manifesto al Paese in cui chiedeva agli iscritti di tenersi uniti e auspicava un “ritorno a quella pace interna che tutti debbono volere nell'urgenza di risolvere l'aspra crisi del momento”. Era un vero e proprio atto di abdicazione. Così si spiega come, il 30 ottobre, De Gasperi e Cavazzoni trattarono con Mussolini l'ingresso dei popolari nel suo governo ponendo l'unica condizione (per altro non esplicitamente accettata) del rispetto della proporzionale. Del nuovo ministero fecero parte due ministri (Tangorra e Cavazzoni) e cinque sottosegretari popolari (U. Merlin, G. Gronchi, F. Milani, E. Vassallo). Da quel momento la storia del PPI assume il tono di una resa senza condizioni. Mussolini, con una serie di gesti a sorpresa (istituzione dell'insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole; cessione al Vaticano della Biblioteca Chigiana; elargizione di tre milioni per la ricostruzione delle chiese; condanna della massoneria; gennaio-febbraio 1923), non solo si attirò gli elogi della gerarchia e la simpatia di larghe masse di cattolici, ma nel corso di un colloquio segreto (20 gennaio 1923) col cardinale Gasparri e il conte Santucci assicurò la concessione di un forte aiuto finanziario al Banco di Roma travolto da una crisi che rischiava di portarlo al fallimento. Siccome il Banco controllava anche i giornali cattolici del trust, queste testate dall'appoggio ai popolari passarono rapidamente al sostegno del fascismo. Nel PPI si aprirono larghe falle, aggravate dalle diserzioni degli elementi di destra. In questa atmosfera il partito riunì il suo quarto Congresso a Torino il 12 aprile 1923. L'abile e coraggiosa relazione di don Sturzo mise in risalto l'individualità del PPI, la sua vocazione democratica e cristiana che non si esauriva nella concessione di vantaggi particolari alla Chiesa. Più sfumata e prudente la relazione di De Gasperi sulla collaborazione al governo, che provocò un'aspra discussione e la critica violenta delle sinistre. Ma il documento finale del congresso, teso a una “collaborazione condizionata”, scatenò l'ira di Mussolini che estromise i popolari dal congresso. Il Popolo d'Italia definì l'intervento di don Sturzo “il discorso di un nemico”. Il 25 giugno un articolo di monsignor Pucci sul Corriere d'Italia, certamente ispirato dall'alto, invitava il segretario del PPI a non creare imbarazzi alla Santa Sede: il 10 luglio don Sturzo si dimise. Lasciò l'Italia un anno dopo, il 25 ottobre 1924. La battaglia contro la legge Acerbo, l'Aventino, il quinto Congresso (Roma, 28-30 giugno 1925) furono gli ultimi deboli atti di un partito agonizzante. Durante la resistenza A. De Gasperi ricostituì il partito popolare con il nome di Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa che ha sempre fatto parte del governo fino al 1992.