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programmazióne (economia)

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Definizione

Regolamentazione dell'economia di un Paese a sistema capitalistico (con un'economia tutta di mercato o anche mista) secondo un programma prestabilito e al fine di promuovere uno sviluppo equilibrato in tutti i settori (vedi anche piano).

Cenni storici

Il primo dibattito relativo alla programmazione in Italia si svolse in sede di Assemblea Costituente e portò alla stesura dell'art. 41 della Costituzione (“la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”). Dopo la fine della seconda guerra mondiale i 16 Paesi aderenti al piano Marshall (ERP) s'impegnarono a redigere un documento ufficiale che illustrasse le esigenze e le finalità che le singole politiche economiche intendevano perseguire. L'Italia di conseguenza preparò il proprio programma economico a lungo termine 1948/49-1952/53 sulla base degli studi predisposti dal Ministero dell'Industria e del Commercio e dal Centro Studi e Piani tecnico-economici e lo presentò all'OECE nell'ottobre 1948. Il piano prospettava una più efficiente utilizzazione delle risorse, in particolare della manodopera, e l'integrazione dell'economia italiana in quella mondiale. In sede alleata il piano fu giudicato negativamente soprattutto dal rapporto Hoffman che ne evidenziò la carenza d'indicazioni operative. Nel 1950 fu costituita la Cassa del Mezzogiorno per incentivare opere di pubblico interesse nell'Italia meridionale. Questa iniziativa non rientrava in un vero e proprio disegno programmatico perché i suoi interventi avevano carattere di straordinarietà e non incisero sulla realtà politico-sociale. La rapida espansione dell'economia italiana negli anni Cinquanta e i problemi che ne derivarono portarono al tentativo d'impostare una nuova politica economica su base programmatica. Al Congresso di Napoli della Democrazia Cristiana del 1954, De Gasperi lanciò l'iniziativa di un programma organico di ristrutturazione economica. Tale nuova impostazione portò alla stesura dello “Schema decennale di sviluppo dell'occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-64”, più noto come “Schema Vanoni”, dal nome dell'economista che ne curò l'elaborazione, e a cui contribuì anche P. Saraceno. Nell'intenzione dello stesso Vanoni esso doveva fornire indicazioni di massima per l'elaborazione di un programma e si proponeva di dimostrare la possibilità di conseguire, nel lungo periodo, quattro obiettivi fondamentali: l'occupazione stabile della manodopera, soprattutto quella disoccupata e sottoccupata, l'equilibrio della bilancia dei pagamenti, la riduzione della sperequazione tra Nord e Sud, la diminuzione delle forze di lavoro occupate in agricoltura a vantaggio dell'industria e dei servizi. Il raggiungimento di tali obiettivi era subordinato al verificarsi di alcune condizioni: l'incremento del 5% annuo del reddito nazionale in termini reali; una maggiore cooperazione internazionale; un aumento della propensione al risparmio; investimenti pubblici nei settori propulsivi: agricoltura, imprese di pubblica utilità (l'iniziativa privata avrebbe dovuto operare nel campo dei settori produttivi). Lo schema aveva carattere solo indicativo e si mostrò insufficiente per l'organico sviluppo del Paese, anche perché a esso non fecero seguito direttive di politica economica precise. In quegli anni si svilupparono invece numerosi piani settoriali, come il Piano verde, il piano delle ferrovie, delle autostrade, della scuola e i vari piani regionali di sviluppo. Nel marzo 1961 si costituì la Commissione Papi allo scopo di approfondire le indagini in materia di programmazione economica. I lavori della Commissione portarono, all'inizio del 1964, alla stesura di un rapporto (Rapporto Saraceno) che definiva gli obiettivi, i programmi e i tempi di attuazione globali e per settore, con particolare riguardo al settore edilizio, e forniva un'indicazione sui possibili finanziamenti. Sulla base di questo rapporto venne elaborata una bozza di programma che prevedeva una ristrutturazione dell'assetto urbanistico, delle condizioni di abitabilità, dei trasporti pubblici, un sistema di sicurezza sociale esteso a tutta la popolazione, un adeguamento delle strutture e dei servizi. Esso si proponeva inoltre l'eliminazione del divario tra zone arretrate e zone avanzate, la razionalizzazione dei metodi produttivi in agricoltura, lo sviluppo della produzione, la riduzione dei costi di distribuzione. A questa seguirono altre bozze programmatiche che costituirono il “Programma economico nazionale per il quinquennio 1966-70”, approvato dal Parlamento con legge 27 luglio 1967. Con una serie di decreti ministeriali dal 1964 al 1966 vennero creati un Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) e, in ogni regione, un Comitato per la programmazione economica avente il compito di studiare le risorse economiche e le condizioni sociali di ciascuna regione, di identificare i problemi dello sviluppo economico prospettando obiettivi e mezzi di intervento tenendo conto delle direttive del Ministero del Bilancio (con l'istituzione dei comitati regionali si individuava cioè nella regione l'interlocutore naturale del governo ai fini della programmazione economica nazionale). Crisi politiche e periodi di stagnazione economica spesso non consentirono l'attuazione dei programmi economici predisposti dai diversi governi. Negli anni Ottanta il progressivo aumento del debito pubblico e il problema del suo finanziamento portarono a un restringersi dello spazio di manovra per perseguire politiche di bilancio o tentativi di programmazione. Tale processo divenne ancor più grave nei primi anni Novanta, a motivo del rallentamento della crescita del prodotto che ha rallentato la crescita del gettito proveniente da imposizione diretta, e degli alti tassi d'interesse praticati a fini deflattivi.

Programmazione agricola

Per assicurare continuità di finanziamento e di indirizzo alla politica agraria nazionale, il Parlamento italiano ha approvato nel corso degli anni strumenti pluriennali di sostegno, in genere della durata di un quinquennio. Prima dell'avvento delle Regioni, vennero varati i Piani verdi n. 1 (legge 2 giugno 1961, n. 454) e n. 2 (legge 27 novembre 1966, n. 910), destinati a consentire rispettivamente il superamento degli squilibri economico-sociali delle campagne e rendere competitive le nostre produzioni all'interno della CEE. Con la prospettiva di agevolare il passaggio del settore agricolo dal controllo dello Stato a quello delle Regioni, venne successivamente approvata una “legge ponte”, mentre in seguito si fece riferimento a leggi pluriennali di spesa per l'attuazione degli interventi programmatori in agricoltura. Dalla legge 27 dicembre 1977, n. 984 – detta “legge quadrifoglio” – trasse origine il Piano agricolo nazionale; esaurite in anticipo le risorse, la detta normativa è stata sostituita con la legge 8 novembre 1986, n. 752 avente finalità analoghe. Organo della programmazione nazionale in agricoltura è stato fino al 1986 il Comitato interministeriale per la Politica Agricola e Alimentare, noto come CIPAA, soppresso con la l. 8 novembre 1986, n. 752, che affida al CIPE le funzioni di programmazione in materia agroalimentare.

Gestione aziendale

La programmazione aziendale indica l'attività nell'ambito del processo di pianificazione connesso alla traduzione operativa di prestabilite politiche aziendali per il raggiungimento di determinati obiettivi di medio-lungo periodo. Nel processo di programmazione vengono decisi i mezzi da utilizzare e le azioni da intraprendere, cioè le modalità d'impiego delle risorse che si è deciso di destinare a specifiche finalità d'impresa. L'attività di programmazione ha, in genere, un orizzonte temporale annuale, seppur in qualche caso articolabile con maggior analiticità a livello mensile o, addirittura, settimanale. Così come la pianificazione, essa deve essere integrale, cioè coinvolgere tutte le varie parti dell'azienda, ponendo attenzione anche ad aspetti secondari di dettaglio; continua, in quanto la sua utilità va valutata con riferimento a un lasso di tempo superiore al breve periodo; flessibile, perché idonea a recepire implementazioni e modifiche periodicamente suggerite dall'effettivo compimento delle azioni programmate. La funzione principale delle programmazioni, infatti, consiste nell'espletamento della corrispondente attività di controllo, grazie alla quale è possibile rilevare gli scostamenti dagli obiettivi prefissati e intraprendere opportune azioni correttive, individuando le cause che ne stanno impedendo il raggiungimento. In questo senso la programmazione è anche considerata un meccanismo operativo di fondamentale importanza nell'ambito dell'attività di organizzazione, in quanto consente di definire le responsabilità da porre a capo delle singole unità operative e dei vari livelli dell'organigramma e, conseguentemente, di valutare il grado di utilità delle risorse umane impiegate. L'attività di programmazione può essere svolta ricorrendo a diversi strumenti, variabili a seconda della specifica area aziendale considerata, fra i quali il più affermato e diffuso è quello del controllo budgetario, che utilizza il bilancio preventivo per tradurre quantitativamente i singoli programmi e misurare i loro scostamenti dai dati effettivi. La programmazione lineare rappresenta, invece, una tecnica aziendale di tipo matematico, adottata per ottimizzare le decisioni in presenza di diverse alternative praticabili. Essa, fissati i risultati da raggiungere e determinati i vincoli cui le risorse disponibili sono soggette, formula la soluzione che consente di minimizzare i costi da sostenere o di massimizzare l'utile ottenibile.

E. Vanoni, Documenti sul programma di sviluppo economico, Roma, 1956; Autori Vari, I piani di sviluppo in Italia dal 1945 al 1960, Milano, 1960; G. Ruffolo, Rapporto sulla programmazione, Bari, 1973; I.S.P.E., Studi per il programma economico nazionale 1973-1977, Milano, 1975; G. Donna, Valutazione economica delle strategie d'impresa, Milano, 1992.