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provèrbio

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Lessico

sm. [sec. XIV; dal latino proverbíum, da verbum, parola].

1) Sentenza breve e concisa, di origine popolare e di vasta diffusione, che contiene una norma, un insegnamento tratti dall'esperienza: molti proverbi sono comuni a parecchi popoli; parlare per proverbi, intercalare i propri discorsi con citazioni di proverbi; passare in proverbio, di persona o di cosa portata a esempio per qualche sua caratteristica.

2) Proverbio drammatico, breve componimento scenico il cui contenuto moraleggiante, o comunque istruttivo, si ispira a proverbi, massime o motti.

3) Ant., ingiuria.

Letteratura popolare

I proverbi hanno una diffusione universale e si presentano spesso in forme straordinariamente simili presso i popoli più diversi. Nelle culture più evolute essi tendono a vedere ristretto il loro campo di impiego al livello popolare, donde l'impiego fatto da alcuni scrittori, come il Verga dei Malavoglia, dei proverbi con funzione di caratterizzazione del linguaggio popolare. I tentativi più volte compiuti di estrarre dal corpus proverbiale di una regione o di una nazione un'ideologia coerente lasciano dubbiosi, perché spesso i proverbi non rappresentano la codificazione di una “verità”, ma piuttosto formule di comodo, poste sotto l'autorità della tradizione. Nel corso dei secoli essi inoltre possono anche mutare di significato: così, per esempio, il proverbio ben noto “al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”, che oggi si usa per dire “il formaggio è buono con le pere, come ben sanno i contadini”, in origine significava invece “è inutile fare il misterioso con chi è addentro a una determinata questione”. I proverbi contengono frequentemente parole arcaiche (“chi aspettar puole infine ha ciò che vuole”) o create per l'occasione, in particolare per la rima (“anno bisesto, anno senza sesto”; “terzo aprilante, quaranta dì durante”, il tempo che fa il terzo giorno di aprile domina poi per quaranta giorni), o costruzioni insolite (“male non fare, paura non avere”). Nella maggior parte dei casi hanno struttura metrica o almeno ritmica e sono caratterizzati dalla rima (“aria di finestra, colpo di balestra”) o dall'assonanza (“aprile, non ti scoprire”), o da varie forme di allitterazione o di bisticcio (“donna, danno”; “parenti, serpenti”; “fratelli, coltelli”). Una categoria particolare di proverbi è costituita dai cosiddetti wellerismi: si tratta di detti sentenziosi, in genere di contenuto scherzoso, in cui un'affermazione è attribuita a un personaggio più o meno determinato; il nome deriva da quello di Sam Weller, personaggio del Circolo Pickwick di Ch. Dickens al quale l'autore mette in bocca molte frasi con tale struttura. Va anche ricordato che in letteratura i proverbi hanno sempre avuto grandissima fortuna: basterà citare autori sommi come Plauto, Cervantes, Shakespeare. I proverbi trattano i temi più diversi, che possono peraltro raggrupparsi in varie categorie; la più ampia si riferisce ad affermazioni di indole morale (in genere, di morale pratica) e a norme di comportamento; altri riguardano norme igieniche, regole giuridiche (“chi rompe paga e i cocci sono suoi”), previsioni meteorologiche, prescrizioni agricole e così via; altri caratterizzano in chiave satirica i difetti tradizionalmente attribuiti agli abitanti di questa o quella regione o città (“piemontese, falso e cortese”). Piuttosto numerosi sono i proverbi di contenuto scopertamente erotico; altri perpetuano il ricordo di antiche credenze superstiziose (“né di Venere né di Marte non si sposa né si parte né si dà principio all'arte”). Sin dall'antichità classica i proverbi hanno richiamato l'interesse di filosofi e studiosi. Lo stesso Aristotele ne avrebbe curato una scelta, e accanto a lui si possono ricordare Crisippo, Zenodoto, Plutarco, Diogeniano. Nel Cinquecento e Seicento le raccolte si intensificarono e l'esempio lo diede Erasmo con la sua Adagiorum collectanea e grande sviluppo acquistarono con i grandi folcloristi dell'Ottocento. In ogni parte del mondo ne è stata pubblicata una documentazione enorme, che è oggetto di studio della paremiologia (dal greco paroimía, massima, proverbio): tra le numerose raccolte regionali italiane ha particolare rilievo quella di G. Pitrè, che in quattro grossi volumi riunisce i proverbi siciliani, con varianti di tutte le regioni italiane. Va infine detto che i proverbi hanno spesso costituito un tema figurativo, non soltanto a livello popolare: Bruegel, per esempio, ha dedicato un suo quadro alla raffigurazione dei proverbi fiamminghi. § Il proverbio drammatico, che ebbe molta fortuna in Francia nei sec. XVIII-XIX, traeva origine dai trattenimenti salottieri del Seicento, in cui venivano presentate brevi scenette sul tipo dell'indovinello. Sempre nell'ambito delle feste mondane, ebbero successo nel Settecento alcuni atti unici che traevano spunto dalla vita e dalle usanze dell'epoca; ma per il teatro regolare si fece ricorso a composizioni finemente e gustosamente disegnate da autori quali Carmontelle, T. Leclerq, Scribe, F. Sauvage, A. Romieu, O. Feuillet e, soprattutto, A. de Musset (On ne badine pas avec l'amour, Con l'amore non si scherza, 1834; Il ne faut jurer de rien, 1836, ecc.). In Italia, dove il genere si affermò nel tardo Ottocento per diretta imitazione francese, scrissero proverbi, tra gli altri, A. Torelli (Chi muore giace e chi vive si dà pace, 1872), F. Martini (Chi sa il gioco non lo insegni, 1871; Il peggior passo è quello dell'uscio, 1873), G. Giacosa (Non dir quattro se non l'hai nel sacco, 1872), F. de Renzis (Un bacio dato non è mai perduto, 1876), F. Cavallotti, Leo di Castelnuovo, R. Bracco (Non fare agli altri, 1886).