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psicòsi

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Lessico

sf. [sec. XIX; da psico-+-osi].

1) Malattia mentale di una certa gravità caratterizzata da alterazione profonda delle funzioni psichiche su un piano qualitativo, con incapacità di valutare adeguatamente la realtà e con un corredo sintomatologico vario, secondo le diverse forme, a carico dell'affettività, della percezione, del pensiero, della motricità, ecc.

2) Per estensione, fenomeno di sovreccitazione collettiva, sensazione diffusa e irrazionale di panico in una comunità: la psicosi delle bombe, degli attentati.

Psichiatria

Le psicosi possono essere distinte in endogene, se derivano da fattori costituzionali, ed esogene, se sono secondarie a malattie organiche causate da agenti esterni. Alcuni autori usano la distinzione fra psicosi funzionali nelle quali non sono accertati danni a carico delle strutture biologiche del sistema nervoso, e psicosi organiche secondarie appunto a danni biologici, p. es. tumori, ecc. Le psicosi funzionali comprendono le psicosi distimiche, fra le quali vi sono la psicosi maniaco-depressiva, la schizofrenia, la paranoia. Esistono comunque molte forme di inquadramento nosografico incerto, quali le psicopatie, le sindromi paranoidi, ecc. La terapia delle psicosi ha compiuto notevoli progressi con l'impiego razionale delle terapie di shock, degli psicofarmaci e della psicoterapia. Nelle situazioni più gravi, l'intervento terapeutico deve tenere conto della complessità della situazione psicotica, non limitandosi a un unico strumento, ma utilizzandone più di uno in modo combinato: dall'aspetto farmacologico, alla psicoterapia, a interventi riabilitativi che possano facilitare la ripresa dei contatti con la realtà esterna.