pugilato

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Definizione

sm. [sec. XVII; dal latino pugilātus, da pugil, pugile]. Sport agonistico nel quale due contendenti si affrontano battendosi, secondo precisi regolamenti, con i pugni ricoperti da guantoni. È detto anche, con termine francese, boxe. Per estens., scambio di pugni: l'alterco degenerò in un pugilato.

Sport: qualifiche e categorie di pugili

Gli incontri di pugilato possono effettuarsi solo fra due pugili aventi la medesima qualifica e appartenenti (salvo casi eccezionali previsti dalla Federazione) alla medesima categoria "Per le categorie dei dilettanti e dei professionisti vedi le tabelle a pg. 104 del 18° volume." . "Per le categorie dilettanti e professionisti vedi tabelle al lemma del 16° volume." Le qualifiche regolari sono: aspirante, cioè l'atleta in formazione, che procede solo ad allenamenti in palestra e non affronta in pratica alcun incontro; novizio, proveniente o meno dalla categoria aspiranti, che può sostenere incontri amichevoli se ne fa espressa richiesta e deve aver superato i 15 anni di età (16 per le categorie mediomassimi e massimi) al momento dell'affiliazione; dilettante, che combatte per puro spirito agonistico e non per lucro e proviene di norma dalla categoria novizi; professionista, che proviene dai dilettanti e viene pagato per sostenere il combattimento (incontro); in Italia si può diventare professionisti solo a 21 anni e dopo aver dimostrato adeguate capacità (un pugile passato al professionismo non può chiedere la reintegrazione nella categoria dilettanti). Se il pugile professionista conquista un titolo nazionale, continentale o mondiale, deve metterlo in palio, entro un periodo di tempo determinato, contro un avversario (challenger o sfidante) indicato dalla Federazione nazionale o internazionale, in base ai meriti e ai risultati ottenuti (il curriculum sportivo di un pugile si chiama record). Tra i professionisti non sono ammessi incontri fra prima e terza serie.

Sport: norme sui combattimenti

I combattimenti tra pugili novizi si disputano in tre riprese (round) di 2 minuti l'una (la fase finale della preparazione ammette 3 minuti per ripresa); per i dilettanti sono previsti 3 round di 3 minuti ciascuno; i professionisti si affrontano in 4-15 riprese di 3 minuti l'una (la massima distanza, quella sulle 15 riprese, è attualmente prevista negli incontri per un titolo mondiale soltanto dalla WBA, World Boxing Association, mentre il WBC, World Boxing Council, l'ha ridotta a 12; già dal 1978 l'EBU, European Boxing Union, per gli incontri relativi a un titolo europeo ha fissato la distanza in 12 riprese). L'intervallo tra un round e l'altro è di un minuto per tutte le categorie. Prima di iniziare il combattimento i pugili devono sottostare a una serie di controlli medici e del peso effettuato a corpo nudo; qualora il peso sorpassi il limite della categoria, il pugile è autorizzato a pesarsi una seconda volta un'ora al massimo dopo la prima. È ammessa una tolleranza di 500 g; superato tale limite, l'avversario ha la possibilità di ricusare l'incontro; se entrambi i pugili superano il limite non possono ricusare l'incontro. Prima del combattimento, sotto il controllo dell'arbitro, ai pugili vengono fasciate le mani con 2-3 m di bende di garza per proteggere le ossa; quindi i pugili infilano i guantoni sorteggiati in precedenza. I guantoni hanno pesi diversi: 8 once (ca. 227 g) per i dilettanti, 6 once (ca. 171 g) per i professionisti (la WBA adotta però guantoni da 8 once). Per gli incontri di campionato i guantoni devono sempre essere nuovi. Il combattimento si svolge sul ring, che consiste in una piattaforma quadrata di legno (da cui anche il nome di “quadrato”), ricoperta da un feltro alto almeno 2 cm per attutire le cadute e delimitata da quattro giri di corda ricoperta di stoffa tesa, mediante tiranti di almeno 50 cm, tra quattro pali angolari imbottiti; il lato del quadrato misura, entro le corde, da 4,35 a 6,10 m; esternamente alle corde corre un margine non inferiore a 60 cm.

Sport: la funzione dell'arbitro

Il combattimento è diretto da un arbitro e spesso vi assistono, per il verdetto, dei giudici; ciascuno di essi nell'esercizio delle proprie funzioni è autonomo e non può ricevere ordini e direttive da chicchessia. Possono essere richiamati al rispetto delle norme federali, per ciò che potrebbe riguardare il contegno in pubblico, dal commissario di riunione e soltanto durante gli intervalli. L'arbitro interviene nel combattimento ogni volta che venga violata una norma del regolamento e può far uso soltanto di tre ordini: stop per interrompere il combattimento, break per interrompere un azione corpo a corpo, boxe per ordinare la ripresa del combattimento. L'arbitro è assistito da un cronometrista che segnala l'inizio e la fine di ogni round con un colpo di gong. L'arbitro inoltre, secondo il regolamento della gara, può limitarsi a dirigere l'incontro lasciando ai giudici l'incarico di valutare il comportamento dei pugili e di stabilire a chi tocca la vittoria, o può collaborare con loro, oppure essere il giudice unico. Ciascun pugile viene assistito da due “secondi”. All'inizio di ogni ripresa, quando l'arbitro pronuncia la frase “fuori i secondi”, costoro devono immediatamente lasciare il ring.

Sport: i colpi leciti e proibiti durante il combattimento

Durante il combattimento i colpi, per essere leciti e regolari, devono essere portati a pugno ben chiuso e con la parte imbottita del guantone; devono colpire solo la parte anteriore e quelle laterali del tronco, sopra la cintura, e la testa. Sono pertanto proibiti i colpi col palmo, con il polso, con il taglio della mano; i colpi portati dopo aver roteato con il corpo; quelli effettuati con l'avambraccio, il gomito e contro la nuca, le spalle e le reni; inoltre quelli inferti con la testa. Durante le azioni è vietato spingere, trattenere, sgambettare l'avversario, simulare di aver ricevuto colpi proibiti, attuare una difesa passiva, simulare il fuori combattimento, combattere a testa bassa. In caso di falli o di colpi proibiti, l'arbitro interrompe il combattimento e ammonisce il pugile colpevole; in caso di recidiva impartisce un richiamo ufficiale, che naturalmente influisce sulla valutazione finale del combattimento. Durante l'incontro i pugili assumono una posizione di guardia con un braccio avanti e l'altro a difesa del viso e attendono il momento più opportuno per sferrare un attacco all'avversario. I colpi fondamentali per l'attacco sono 4: il diretto che segue la via più breve per raggiungere il bersaglio; il gancio (hook), caratterizzato da una traiettoria curva, dall'esterno verso l'interno, col dorso della mano verso l'alto; il montante (uppercut), condotto dal basso verso l'alto, col braccio piegato ad angolo retto; la sventola (swing), effettuata a braccio teso e con traiettoria larga, dall'esterno verso l'interno. Naturalmente da questi colpi derivano numerose varianti fra le quali importanti sono il cross, simile al gancio ma con tiro incrociato e il jab, corto diretto tirato con movimento analogo a quello del gancio.

Sport: termine dell'incontro, tipi di verdetto e assegnazione dei punti

L'incontro può terminare: per fuori combattimento di uno dei pugili o, eccezionalmente, di entrambi i pugili; per abbandono di uno dei pugili o, eccezionalmente, di entrambi; per getto dell'asciugamano (della spugna); per arresto del combattimento da parte dell'arbitro; per avere i pugili compiuto il numero delle riprese previste. Il fuori combattimento (knock out o ko) si verifica quando un pugile (o eccezionalmente entrambi i pugili) è “contato” a terra dall'arbitro fino a 10 secondi. L'abbandono si verifica quando un pugile abbandona il combattimento in quanto non si sente in grado di proseguire; in tal caso egli dovrà alzare il braccio e desistere dal combattimento dirigendosi verso il proprio angolo; alzando il braccio può anche, ed è la miglior cosa, pronunciare la parola “abbandono” (in caso eccezionale, che non sia perciò in grado di alzare il braccio o di farsi intendere con la voce, potrà desistere dal combattimento manifestando così la sua volontà di non proseguire l'incontro). Si ha il getto della spugna quando i “secondi” chiedono la fine del combattimento a causa della situazione di inferiorità in cui si trova il loro assistito. L'arresto del combattimento per ordine dell'arbitro si ha ogniqualvolta questi reputi che uno dei pugili si trovi in stato di evidente inferiorità oppure non sia in grado di continuare il combattimento per ferite o per altre cause; nel caso che uno dei pugili (o entrambi) abbia riportato una ferita e l'arbitro non sia da solo in grado di valutarne la gravità, potrà sospendere l'incontro e chiedere l'intervento del medico; quindi deciderà di conseguenza. Inoltre l'arbitro ha la possibilità di sospendere l'incontro quando ritiene di squalificare uno o entrambi i pugili. L'incontro può anche essere sospeso dal commissario di riunione per sopravvenute circostanze di forza maggiore (per esempio comportamento del pubblico). Quando il combattimento giunge al termine, la vittoria o il pareggio sono assegnati ai punti. Comunque, i verdetti che possono essere pronunciati sono: vittoria per forfait (abbandono prima dell'incontro) dell'avversario; per fuori combattimento (ko); per abbandono; per getto della spugna; per arresto del combattimento per manifesta inferiorità dell'avversario (ko tecnico); per arresto del combattimento per ferita (al riguardo si è concordato che in caso di interruzione del combattimento per ferita entro la terza ripresa non si emetta verdetto, ossia si abbia un no-contest, mentre dalla quarta ripresa in avanti il risultato sia aggiudicato ai punti); per squalifica dell'avversario; ai punti; pareggio; incontro annullato (no-contest). Dopo alcuni verdetti dichiarati scandalosi da più parti emessi durante le Olimpiadi di Seoul del 1988, si è cercato di delimitare i poteri della giuria dotando i cinque giudici di apposite macchinette segnapunti. Queste dispongono di due pulsanti, uno rosso e uno blu, ai quali corrispondono i due avversari che si fronteggiano sul ring. Per ogni colpo a bersaglio ogni giudice dovrebbe premere il pulsante relativo al pugile che lo ha inferto: il colpo viene registrato solo se almeno tre membri della giuria hanno premuto un pulsante dello stesso colore. In caso di punteggio finale identico, si esprime il verdetto finale valutando la tecnica, l'aggressività e la capacità difensiva dei due pugili. Il verdetto è proclamato dal commissario di riunione, in base alla designazione e con la motivazione derivante (per ko, ai punti, ecc.); subito dopo la proclamazione del verdetto l'arbitro solleverà il braccio del vincitore.

Sport: organizzazione del pugilato a livello mondiale

L'organizzazione del pugilato professionistico sul piano mondiale "Per i titoli mondiali conquistati da pugili italiani vedi tabella al lemma del 16° volume e per i campionati mondiali dei pesi massimi vedi tabelle al lemma del 16° volume e a pag. 447 dell'Aggiornamento 1990." è profondamente difforme dallo schema seguito dalle organizzazioni internazionali degli altri sport. Questo avviene in quanto il grande peso del pugilato negli Stati Uniti, e degli interessi che gravitano attorno a esso, ha sempre impedito la costituzione di un organismo mondiale in cui tutte le Federazioni siano pariteticamente rappresentate. Ogni Paese nel quale il pugilato è considerato legale ha un'autorità preposta al controllo di questo sport. Molte sono affiliate a organismi internazionali in grado di autorizzare incontri per il titolo mondiale. Tre sono gli organismi principali, WBC (World Boxing Council), WBA (World Boxing Association) e WBO (World Boxing Organisation). Nella maggior parte delle categorie vi sono tre, quattro o più campioni, ed è molto difficile per chiunque di essi giungere all'unificazione di una categoria detenendo tutte le versioni riconosciute del titolo. L'Italia vi aderisce con la FPI (Federazione Pugilistica Italiana che fa capo al CONI) che ha sede a Roma. Periodicamente si riunisce un comitato mondiale che cerca, o almeno tenta, di accordare i vari enti. Molto più semplice è invece l'organizzazione del pugilato dilettantistico, in quanto è strutturata nell'ambito nazionale attraverso le Federazioni nazionali e i Comitati olimpici, a loro volta sotto l'egida del Comitato Olimpico Internazionale.

Cenni storici: dalle origini alla fine del XVIII secolo

Come molti altri sport, anche il pugilato vanta origini mitologiche; comunque sembra che questo sport, o una pratica analoga, sia stato in voga già presso i Sumeri, come è testimoniato dalle statuette bronzee mesopotamiche databili al II millennio a. C. Nelle tradizioni ellenica e romana sono celebri gli incontri tra Ercole e Teseo, tra Polluce e Scico e altri ancora; inoltre incontri di pugilato vengono descritti nei poemi classici. L'inizio “storico” del pugilato viene fissato al 688 a. C., quando i Greci inclusero nel programma della XXIII Olimpiade il pugilato col cesto (strisce di cuoio borchiate che avvolgevano il pugno e l'avambraccio) e poi, nella XXXIII Olimpiade del 648 a. C., il pancrazio, forma di combattimento durissima e spesso mortale che combinava le tecniche del pugilato e della lotta. L'organizzazione di un torneo di pugilato durante la XLI Olimpiade (616 a. C.), riservato ai giovani tra i 17 e i 20 anni, testimonia la diffusione di tale sport, del resto noto, sotto forme diverse, in tutto il mondo (in Asia è diffusa una forma di pugilato che ammette colpi con i pugni e con il dorso del piede; altre forme ammettono l'uso sia di braccia sia di gambe). Ovunque e in ogni tempo sono passati agli onori delle cronache celebri campioni, il primo dei quali è Eutimis di Locri, vincitore del torneo di pugilato in tre Olimpiadi (484, 476, 472 a. C.). Dalla Grecia e dall'Etruria il pugilato passò a Roma dove si affermò nelle forme più violente, senza però conseguire particolare rilievo come disciplina sportiva e come esibizione circense. Successivamente, fino al sec. XVII il pugilato non fu più praticato, per l'opposizione della Chiesa, come quasi tutte le discipline atletiche, e per essere considerato un esercizio vile e plebeo dalle regole della cavalleria. Solo nel 1661 comparve sul The Protestant Mercury la prima descrizione di un incontro di pugilato con espliciti riferimenti ai favori che tale nuovo sport incominciava ad avere; nel 1719 Tom (o James) Figg, campione d'Inghilterra, teneva a Tottenham Court, a Londra, una scuola dove insegnava un misto di scherma con il bastone e di pugilato a pugni nudi. Figg aveva disputato numerosi incontri e nel 1730 si ritirò imbattuto dallo sport attivo dopo essersi proclamato campione. Al tempo di Figg gli incontri di pugilato obbedivano a poche rudimentali regole, si svolgevano su piccole piattaforme quadrate di ca. 1,50 m di lato con un cerchio tracciato al centro dove i pugili si scambiavano colpi senza seguire alcuna regola di offesa, di scherma o di difesa fino a quando uno dei due non cadeva battuto. Il vero caposcuola del pugilato moderno fu Jack Broughton, campione di Gran Bretagna dal 1734 al 1750, che riunì in un insieme organico le diverse regole secondo le quali si disputavano gli incontri; queste, col nome di London Prize Ring Rules, furono approvate da un'assemblea di nobili appassionati di boxe. Tale regolamento restò in vigore finché il pugilato venne praticato a pugni nudi; a quei tempi i pugili dovevano combattere per un numero illimitato di riprese, che venivano interrotte ogni volta che uno dei contendenti finiva a terra; la ripresa successiva iniziava dopo trenta secondi più altri otto per dar modo ai pugili di entrare in “forma”. Pertanto le riprese non avevano una durata fissa, ma potevano andare da pochi secondi a molti minuti. Le regole vietavano solo i colpi sotto la cintura, all'avversario a terra, quelli di testa e di piede.

Cenni storici: dai primi dell'Ottocento al Novecento

Verso la metà dell'Ottocento la regina Vittoria dichiarò il pugilato gioco barbaro e degradante e lo mise fuori legge senza però riuscire a impedire che prosperasse clandestinamente. Questi combattimenti avvenivano in località appartate, su quadrati di fortuna spesso costituiti da appassionati e scommettitori che si tenevano per mano. Una parte delle scommesse veniva posta in una borsa a disposizione dei contendenti; da qui il nome del compenso che il pugile professionista percepisce (“borsa”) e il cui ammontare è fissato tuttora prima dell'inizio dell'incontro, prescindendo dall'esito della gara. Dopo il 1800 il pugilato fece la sua comparsa negli Stati Uniti: nel 1816, dopo l'incontro Jacob Hyer-Thomas Beasley, il primo si aggiudicò il titolo di campione d'America; da tale data il pugilato americano assunse importanza mondiale: statunitense fu, infatti, anche l'ultimo campione del mondo a pugni nudi, J. L. Sullivan, che aveva scoperto il bersaglio vulnerabile, il mento, per mettere fuori combattimento l'avversario con un colpo solo. Nel 1886 le regole del London Prize Ring Rules vennero sostituite con quelle dettate dall'inglese John Shotto Douglas, marchese di Queensberry. Il nuovo regolamento impose l'uso dei guantoni, la divisione dei pugili in tre categorie di peso (prima erano suddivisi per età), la durata delle riprese in 3 minuti, in un minuto l'intervallo e in 10 secondi il termine in cui un pugile al tappeto doveva essere dichiarato fuori combattimento. J. L. Sullivan fu costretto a battersi per difendere il titolo, secondo le nuove norme, contro un pugile che aveva perfezionato notevolmente la tecnica pugilistica, J. J. Corbett, anche lui americano, che lo batté per ko alla 21a ripresa. Con Corbett il pugilato divenne uno sport nel quale la tecnica e la disciplina prevalsero sulla forza bruta, tanto che vennero, col tempo, a delinearsi scuole diverse. Con Corbett inizia anche la cronologia dei moderni campioni assoluti della categoria più prestigiosa, quella dei massimi. Nel 1897 Robert Fitzsimmons mise ko Corbett con un destro allo stomaco che allora costituiva un colpo nuovo nel pugilato. Il nuovo campione venne poi considerato uno dei maestri della boxe moderna; infatti Fitzsimmons, oltre ai colpi al corpo, introdusse la guardia in avanti in luogo di quella fino allora adottata, col tronco tutto piegato indietro. Quando, nel 1899, cedette il titolo a James J. Jeffries, il suo successore aveva ormai acquisito tutti quegli accorgimenti tecnici che ancora oggi caratterizzano il pugilato nel senso moderno. In Italia i primi incontri risalgono all'inizio del sec. XX. Solo nel 1908 venne fondata a Milano la prima società pugilistica col compito di addestramento dei pugili dilettanti in seno al Club Atletico Milanese. Due anni dopo a Valenza Po (Alessandria) Pietro Boine vinse il titolo del primo campionato nazionale dei pesi massimi; nel 1912 lo stesso Boine fondò a Milano il Club Pugilistico Nazionale e l'anno seguente venne organizzato il primo campionato italiano per pugili professionisti divisi in regolari categorie di peso. Nel 1916 si costituì la Federazione Pugilistica Italiana, a Sanremo, e dopo quattro anni ebbero inizio i campionati italiani per dilettanti mentre veniva preparata una squadra che partecipò alle Olimpiadi del 1920 conquistando la prima medaglia di bronzo italiana nella categoria dei pesi “piuma”. Nel 1923 si ebbe la prima grande affermazione in campo internazionale con E. Spalla che conquistò il titolo europeo dei massimi; il 29 giugno 1933 P. Carnera conquistò per ko alla sesta ripresa il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugilato, quale sport puramente agonistico, è stato inserito nelle Olimpiadi fin dall'edizione di Saint Louis, USA, del 1904. "Per approfondire vedi Libro dell'Anno '97 p 377" "Per approfondire vedi Libro dell'Anno '97 p 377"

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