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radiodatazióne

sf. [radio-+datazione]. Metodo usato in archeologia per la datazione di reperti di origine biologica; si basa sulla misura della concentrazione di carbonio 14 (scritto anche 14C o C14) rispetto al carbonio 12 (12C). Il 14C è un isotopo radioattivo, con tempo di dimezzamento di 5730 anni, del 12C che invece è stabile e costituisce la quasi totalità del carbonio in natura. Il metodo di datazione si basa sul fatto che la percentuale di 14C rispetto al 12C presente nell'atmosfera è circa costante nel tempo e pari a 10-12 (un atomo di 14C ogni mille miliardi di atomi di 12C). Infatti gli atomi di 14C che decadono radioattivamente (si tratta di un decadimento β-) vengono rimpiazzati da una reazione tra neutroni, prodotti dai raggi cosmici e atomi di azoto: n+14N —→ 14C+H¹. Dall'atmosfera il 14C entra nella biosfera, principalmente sotto forma di anidride carbonica, attraverso la fotosintesi clorofilliana delle piante, e, da qui, tramite la catena alimentare, si diffonde agli organismi superiori. Ne risulta che la percentuale di 14C rispetto al 12C è uguale in ogni essere vivente a quella atmosferica. Tuttavia, una volta terminato il proprio ciclo vitale, tale percentuale comincia a diminuire per via del decadimento del 14C, dimezzandosi ogni 5730 anni. Misurando la concentrazione del 14C è quindi possibile stimare l'età del reperto. Dal 1947, data della scoperta del metodo, la radiodatazione (o anche datazione al radiocarbonio) ha fornito agli archeologi uno strumento fondamentale per la cronologia della preistoria.

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