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ragión di Stato

espressione nata nella seconda metà del Cinquecento per indicare l'interesse obiettivo di ogni Stato a ricercare i mezzi atti ad aumentare la propria potenza, prescindendo da ogni altra valutazione. La politica, intesa come strumento di tale operare, diventa così un'attività autonoma sottratta alle regole tradizionali della morale e ai principi della religione. Fu Machiavelli il primo a individuare l'esistenza di un simile criterio di valutazione nell'agire dei governanti, tanto come accrescimento, anche spregiudicato, del loro potere nei rapporti coi sudditi, quanto come linea di condotta seguita per affermare la forza suprema dello Stato nei confronti degli altri organismi appartenenti alla comunità internazionale. Numerosi pensatori politici successivi, da J. Bodin (Les six livres de la République, 1576) a G. Botero (La ragione di Stato, 1574), si sforzarono di trovare una sorta di punto di convergenza tra le esigenze della morale e le norme imposte dai governi, individuando quelle caratteristiche atte a legittimare e perciò a giustificare le pretese dei vertici dirigenti. Nel 1621, L. Zuccolo, nel saggio Della ragion di Stato, riproponeva però la soluzione machiavellica, sostenendo l'autonomia della politica dalla morale. Dopo la Rivoluzione francese il concetto di ragion di Stato perse di importanza, sostituito dall'affermarsi dello Stato di diritto, limitato, nell'esplicazione del suo potere, dal diritto naturale e inviolabile dei cittadini. Ma ben presto, a opera soprattutto della cultura tedesca del sec. XIX, l'espressione tornò a essere utilizzata, proprio per definire l'obiettivo di ogni collettività nazionale storicamente autonoma e sovrana, decisa a imporre a chiunque, all'interno come verso l'esterno, la propria forza espansiva, magari a costo di dover sacrificare insieme a taluni diritti individuali la stessa possibilità di mantenere e garantire un quadro di pacifica convivenza internazionale.

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