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rapsodìa

sf. [sec. XVII; dal greco rhapsō(i)día, da rhapsō(i)dós, rapsodo].

1) Nella Grecia antica, parte di poema epico o sequenza di brani epico-eroici recitati e cantillati da cantori vaganti (rapsodi); l'arte stessa del rapsodo.

2) Per estensione, componimento letterario formato da più passi o pensieri, di uno o più autori, collegati insieme in modo da formare un'opera unitaria.

3) Nei sec. XVIII-XIX, forma vocale-strumentale di carattere epico e di libera costruzione. Dal sec. XIX, composizione strumentale in forma libera (simile alla fantasia), composta su temi popolari, spesso di carattere zigano, nella quale il virtuosismo strumentale (specialmente pianistico) si allea per lo più a evocazioni epiche, eroiche, nazionalistiche. Tra i più significativi cultori di rapsodie si ricordano Liszt (Rapsodie ungheresi), Brahms, Lalo (Rapsodia norvegese), Dvořák (Rapsodie slave), Saint-Saëns (Rapsodia d'Alvernia), Ravel (Rhapsodie espagnole), Debussy (Rhapsodies), Gershwin (Rhapsody in Blue, composta su un materiale popolare nero-americano).

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