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regióne (geografia)

zona della superficie terrestre con caratteristiche di tipo omogeneo in relazione agli aspetti geologici e geografici. Il concetto di regione è fondamentale nella geografia moderna, pur avendo ovviamente subito, nel tempo, una profonda evoluzione. Le premesse si possono identificare nella “teoria dei bacini idrografici”, formulata in Francia intorno alla metà del sec. XVIII e tendente a individuare un'unità regionale applicabile alla riforma amministrativa di quel territorio. Sotto la spinta delle concezioni positiviste, la definizione della regione su base fisica (in particolare, geologica e geomorfologica) si affermava sempre più nettamente nel sec. XIX: il determinismo geografico geografico produceva, dunque, il concetto di regione naturale, come area di estensione di condizioni ambientali che avrebbero influito anche sul comportamento umano. Agli inizi del sec. XX, l'emergere del possibilismo di matrice idealista, ribaltando il rapporto di dipendenza dell'uomo dalla natura, portava a identificare la regione con l'ambito di diffusione di una determinata cultura (genere di vita), improntata nel paesaggio. La regione umanizzata assumeva, in tal modo, caratteri di armonia e unicità tuttavia difficilmente conciliabili con il processo di sviluppo urbano-industriale, che tendeva sempre più a standardizzare le strutture insediative e produttive, attribuendo di fatto alla capacità economica un ruolo predominante nell'organizzazione dello spazio. Si doveva così al funzionalismo, a partire dagli anni Cinquanta, il concetto di regione polarizzata, definibile come area di influenza di una o più località centrali fornitrici di beni e servizi, o, ancor meglio, come campo di forze all'interno del quale masse di diversa entità (essenzialmente, i centri residenziali e le localizzazioni produttive) agiscono secondo leggi gravitazionali. Un esempio tipico è dato dalla regione urbana, entro i cui limiti ricadono tutti quei centri che rivolgono a una singola città la quota maggiore della propria domanda di beni e servizi non banali. La regione geografica perde, in quest'ottica, la propria connotazione prevalentemente qualitativa, per divenire una “classe areale”, misurabile attraverso i livelli di interdipendenza fra gli elementi che la costituiscono: vi si applicano, pertanto, metodi statistici e modelli deduttivi, talora soggetti ad accuse di meccanicismo. È fuor di dubbio, peraltro, che l'approccio funzionalista abbia consentito di allargare l'orizzonte della ricerca da singole regioni di limitata ampiezza a insiemi regionali gerarchizzati di vasta portata e che l'adozione di strumenti quantitativi abbia reso possibili analisi ricognitive e comparative anche in mancanza di una conoscenza diretta dei luoghi, oltre alla costruzione di scenari mediante tecniche di simulazione non praticabili dalle metodologie classiche, di tipo induttivo. Ulteriori avanzamenti sono venuti, infine, dall'applicazione della “teoria generale dei sistemi”, che, eliminando alcune rigidità del funzionalismo strutturalista, vede la regione come sistema spaziale aperto alle relazioni con l'esterno, mosso da un processo continuo nel tempo e orientato al mantenimento dell'equilibrio interno. Tale equilibrio si fonda su un'elevata capacità organizzativa e sull'uso razionale delle risorse (naturali e umane) ed è graficamente rappresentabile come una curva logistica. La crisi del produttivismo di massa e la tendenza a rivalutare le preesistenze storico-territoriali ha determinato, dagli anni Ottanta, un progressivo recupero dell'idea di regione legata ai valori culturali locali, mentre le tensioni nazionalistiche a base etnico-religiosa hanno messo in discussione il disegno di numerose regioni politico-amministrative (bastino gli esempi di quasi tutte le repubbliche sovietiche e della ex Iugoslavia). In effetti, il problema della confinazione regionale permane spesso insoluto o risente di situazioni ormai superate, come nel caso italiano, dove le circoscrizioni ufficiali (per la gran parte risalenti all'unità del Paese) sempre più raramente corrispondono a regioni economiche omogenee e organiche, o in quello statunitense, dove il sistema di delimitazione “geometrica” basato su tratti di meridiani e paralleli (adottato, a partire dal sec. XVIII, durante l'avanzata pioniera) condiziona ancora oggi l'utilizzazione del suolo e la rete delle comunicazioni. D'altro canto, anche nei Paesi dove si sono introdotte revisioni della struttura regionale (è il caso del Regno Unito, fra il 1973 e il 1975), esse hanno incontrato notevoli difficoltà di attuazione. La teoria della regione geografica fa registrare un'ulteriore evoluzione (in Italia, sotto l'impulso di A. Vallega) nella direzione del concetto emergente di sviluppo sostenibile. A partire dall'approccio sistemico, vengono presi in più attenta considerazione i fattori di rischio ambientale, generati sia dall'esterno sia dalla stessa organizzazione interna della regione; riemerge così, in primo luogo, il fondamentale parametro della scala geografica, per valutare le interazioni reciproche nel quadro della gerarchia regionale. L'ambiente esterno agisce, innanzitutto, su scala globale: fenomeni come il cambiamento climatico hanno effetti differenziati sulle regioni geografiche, a seconda della loro posizione rispetto agli oceani e ai mari, alla latitudine, all'altimetria, alla copertura vegetale e all'uso del suolo. I cicli biogeochimici, come quelli innescati dall'emissione di inquinanti, riguardano viceversa le varie scale, dalla microregione al grande spazio, e coinvolgono direttamente le responsabilità della componente antropica. Gli impulsi che vanno dalla regione all'ambiente esterno sono, dunque, tanto più rilevanti quanto più esteso e complesso si presenta il sistema regionale: le grandi aree urbano-industriali producono, per esempio, composti chimici e calore in dimensioni tali da influire sull'ecosistema globale. Le comunità regionali, sempre più sensibili alla rilevanza del cambiamento naturale, influiscono a loro volta sui centri decisionali, pubblici e privati, ai quali spetta il compito di elaborare nuove forme organizzative, maggiormente orientate verso lo sviluppo sostenibile. La percezione sociale assume, dunque, effettiva rilevanza e dà corpo alle tendenze già emerse, nella geografia regionale, verso la rivalutazione degli elementi culturali e qualitativi nei confronti di quelli strettamente produttivistici e quantitativi. Il nuovo orientamento concettuale implica profonde modificazioni anche nell'attività operativa, a partire dalla programmazione regionale. Questa si è mossa, nel passato, soprattutto sul livello settoriale (piani energetici, di industrializzazione, dei trasporti) e su quello delle “aree speciali” (regioni depresse, sistemi urbani, zone di protezione ambientale). Ora, la tendenza si sposta decisamente verso la pianificazione globale ed ecocompatibile: il programma regionale deve assicurare la flessibilità necessaria affinché la regione possa adattare le proprie strutture al mutamento delle condizioni locali ed esterne, sia ambientali sia politico-economiche. A tale scopo, si richiede prioritariamente un'approfondita ricognizione dell'ecosistema e degli usi cui sono sottoposti le risorse e lo spazio regionale: ne deriveranno scenari alternativi, di cui porre a confronto il grado di produttività e di impatto ambientale. Operate le scelte di fondo sulle prospettive dello sviluppo regionale, andrà elaborato un piano territoriale, comprendente la zonizzazione e, dunque, l'ipotesi di regionalizzazione dello spazio, sulla base di una divisione del lavoro sostenibile da ogni parte della stessa, evitando gli squilibri che hanno caratterizzato la fase più marcata della polarizzazione. Solo a questo punto, la pianificazione di settore e di area potrà avere una sua collocazione organica, pur sempre da sottoporre a monitoraggio e verifica, nel quadro di una periodica revisione del programma generale. Una simile ottica risponde agli orientamenti più moderni degli organismi internazionali in materia di assetto regionale, espressi in particolare durante la Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il documento fondamentale elaborato in quella sede, l'Agenda XXI, dedica un'intera sezione agli strumenti attuativi, dalle risorse finanziarie al trasferimento tecnologico, dalla partecipazione sociale alla cooperazione internazionale, dagli strumenti normativi ai processi decisionali. Solo così la regione potrà divenire, da ambito di controllo politico-amministrativo, elemento reale di un'evoluzione geografica orientata verso l'equilibrio e la garanzia dei diritti delle generazioni future.