Definizione

sm. [sec. XIX; da riforma]. Ogni linea d'azione politica pratica che, valutando dannosi gli atteggiamenti del conservatorismo oltranzista come quelli del velleitarismo rivoluzionario, intende realizzare le più varie e profonde trasformazioni politiche, giuridiche, economiche e sociali favorendone il progresso civile e lo sviluppo attraverso l'attuazione di graduali e organiche riforme.

Cenni storici: il riformismo dalle origini alla Rivoluzione francese

In sede politica e storiografia, del riformismo si hanno accezioni diverse e talora opposte. In un significato positivo esso mirerebbe a promuovere il progresso della società attraverso riforme graduali, qualificandosi come un'ideologia politica che favorisce un cambiamento non traumatico dell'assetto economico, giuridico, politico e sociale; in un significato negativo, invece, il riformismo costituirebbe un metodo deteriore derivante da un pragmatismo eticamente ambiguo e privo di valori. Nella sua accezione moderna, tuttavia, il riformismo ha assunto prevalentemente il primo dei due significati, anche perché la sua origine si fa in genere risalire all'età illuministica, caratterizzata dall'ottimistica e illimitata fiducia nelle capacità razionali e scientifiche dell'uomo. L'idea tipicamente settecentesca di estendere i metodi delle scienze naturali alle scienze sociali e l'ambizione di pianificare la società sul metro esclusivo della ragione, fidando nel progresso e nella perfettibilità dell'umanità e delle istituzioni, giunse a influenzare molti monarchi assoluti che si diedero a realizzare programmi riformistici nei rispettivi Stati. Caterina II di Russia, Federico II di Prussia, Giuseppe II d'Austria, Pietro Leopoldo di Toscana, Carlo VII di Napoli, Vittorio Amedeo III di Sardegna, così come molti altri sovrani assoluti, infatti, mostrandosi paternalisticamente solleciti del benessere dei propri sudditi e ancor più interessati al razionale funzionamento dell'apparato statale, si avvalsero dei consigli e della collaborazione della più qualificata intellettualità nella loro opera di modernizzazione della società. Le riforme del sec. XVIII mirarono anzitutto a sottomettere il potere temporale della Chiesa (secondo i principi del giurisdizionalismo) alla legislazione civile, a limitare i privilegi della nobiltà e del clero, a concentrare tutti i poteri nelle mani dei monarchi. Si trattò, tuttavia, per lo più di riforme amministrative, affidate a filosofi e pensatori divenuti spesso ministri: riforme del fisco, dei codici penali, del commercio, abolizione dei dazi, istituzione dei catasti, attuazione di programmi scolastici. In Italia, per esempio, uomini come Verri, Beccaria, Carli (a Milano), o Filangieri, Genovesi, Tanucci (a Napoli), ecc., con le loro riforme inserirono nuovamente la nostra penisola nel moto progressivo europeo.

Cenni storici: il riformismo nel XIX secolo

L'illusione di un governo affidato alla virtuosa sapienza dei filosofi illuministi cadde però con la Rivoluzione francese, che portò alla ribalta il protagonismo politico delle masse. Nello stesso tempo la definitiva affermazione dello Stato territoriale nazionale, i progressi dell'industrializzazione e l'egemonia economico-sociale della borghesia favorirono la nascita di un riformismo liberal-radicale che trovò il suo epicentro in Inghilterra, il Paese più avanzato nello sviluppo capitalistico. Il movimento per le riforme poté appoggiarsi sul criterio dell'“utilità” teorizzato dal filosofo J. Bentham, secondo il quale l'unico principio ispiratore del buon legislatore doveva essere quello di emanare leggi dirette a realizzare il massimo di felicità per il maggior numero possibile di individui. Per ottenere questo risultato occorreva fondare lo Stato sulla democrazia e non sugli interessi di parte, orientando le scelte individuali verso il benessere comune, e in questo senso Bentham usò per primo, nel 1811, il termine reformer, inteso come gradualismo mirante ad aumentare il benessere dei singoli componenti la comunità. In Inghilterra l'incontro tra l'utilitarismo e i movimenti per la riforma dell'ordinamento politico ed elettorale diede vita al riformismo liberale e radicale, di cui nel sec. XIX si fecero eredi i teorici del pensiero democratico più conseguente, che proclamavano cioè di perseguire il progresso umano e la felicità del maggior numero possibile dei cittadini non attraverso la sovversione repentina e violenta dello Stato e delle sue istituzioni politiche, bensì per la via più lenta ma sicura di un costante miglioramento delle condizioni politiche e sociali generali, tali da garantire a tutti gli individui la piena partecipazione ai meccanismi decisionali del potere. Mentre nel continente l'idea socialista ipotizzava modelli comunistici ancora legati a una società agricola, in Inghilterra un imprenditore amico di Bentham, R. Owen, avviò un tentativo empirico di riforma sociale, realizzando stabilimenti industriali per migliorare le condizioni dei lavoratori e distribuire a essi parte degli utili aziendali. Il modello cooperativistico oweniano si inserì così nella più vasta spinta riformistica tesa a rivendicare il diritto associazionistico sindacale per gli operai, concretizzatosi nella nascita delle Grand National Consolitated Trade Unions (1833) e nel cartismo (1838), movimento politico-sociale propugnatore di un ampio piano di riforme (suffragio universale maschile, voto segreto, uguaglianza dei collegi elettorali, immunità per i deputati, abolizione del censo per l'eleggibilità, elezioni annuali), che condusse tra l'altro alla protezione del lavoro infantile e ad altre misure di tutela dei lavoratori. Se dunque in Inghilterra le riforme garantirono una transizione dallo Stato liberale a quello democratico, in Francia, dove le aspirazioni rivoluzionarie ed egualitarie del 1789 furono soffocate dalla Restaurazione, l'affermazione della monarchia parlamentare implicò una riforma elettorale che ancora emarginava i ceti medi e popolari. Qui pertanto il riformismo si concentrò sul problema dell'effettivo progresso della democrazia e, anche grazie al pensiero di C.-H. Saint-Simon, un ruolo importante giocò in questo senso l'associazionismo: pensatori repubblicani e democratici come Philippe Buchez, Jean Reynard, Louis Blanc e Pierre Leroux cercarono di far avanzare la democrazia tramite questo strumento, in grado di realizzare l'uguaglianza sostituendo all'egoismo individualistico proprio delle società capitalistiche competitive un solidarismo capace di trasformare lo scontro sociale in semplici contrasti d'interesse e di idee ricomponibili nell'ambito del confronto democratico. L'associazionismo incontrò il consenso non solo dei riformatori socialisti, ma anche dei liberali più aperti alle idee democratiche, come il filosofo ed economista inglese J. Stuart Mill, che nei suoi Principles of Political Economy (1848) indicò come realistico obiettivo riformistico il miglioramento del sistema della proprietà individuale nella prospettiva di una piena partecipazione dei cittadini ai suoi benefici. Parallelamente l'idea d'origine illuministica del progresso umano fu ripresa dal positivismo, persuaso che l'applicazione dei principi scientifici all'organizzazione della società potesse superare le diseguaglianze sociali e suggerire concrete risposte riformistiche ai problemi dei governi. Con il positivismo dell'inglese H. Spencer le idee evoluzionistiche di Darwin trapassarono dall'ambito biologico a quello sociale, diffondendo la convinzione che il riformismo fosse la strada obbligata per un graduale sviluppo dello Stato liberale verso una democrazia che, non sacrificando la libertà individuale, fosse reale uguaglianza dei diritti e non dei beni. Diverse furono però le vie concretamente imboccate dal riformismo degli Stati ottocenteschi. In Francia il tentativo d'imporre la democrazia mediante una rivoluzione nel 1848 condusse all'instaurazione del regime “cesaristico” di Napoleone III, che da un lato represse la libera stampa e l'opposizione, e dall'altro introdusse misure in favore dell'occupazione, tollerò le società di mutuo soccorso e i sindacati operai, concesse il diritto di sciopero (1864, anche se i sindacati vennero legalizzati solo vent'anni dopo) e si appellò continuamente alla solidarietà sociale nel superiore interesse della nazione. Il riformismo “cesaristico” può essere considerato una variante del riformismo conservatore (o riformismo “dall'alto”), sorto dalla preoccupazione di salvaguardare le strutture dello Stato e degli assetti proprietari esistenti messi in pericolo dalle crescenti rivendicazioni sociali e politiche delle masse. Esempi tipici ne furono il governo inglese di Disraeli (che portò alla riforma elettorale del 1867, alla legislazione sullo sciopero del 1875, all'istruzione primaria obbligatoria) e quello di Bismarck in Germania (dove negli anni Ottanta si vararono importanti provvedimenti sociali, come le assicurazioni obbligatorie per gli operai contro malattie, infortuni, invalidità e vecchiaia). Tuttavia questo riformismo paternalistico si rivelò incapace di contenere i conflitti sociali, soprattutto allorché si trattò di passare dai diritti civili a quelli politici e sociali. Un potente corrosivo di tutte le concezioni riformistiche fu il socialismo scientifico di K. Marx, la cui visione del sistema capitalistico come espressione di un'irriducibile lotta di classe e la cui critica alla democrazia formale rappresentativa condussero il movimento operaio all'idea che l'unico sbocco possibile delle sue battaglie fosse una rivoluzione e l'instaurazione di una società comunista basata sull'abolizione della proprietà privata. Tuttavia proprio dal seno del movimento comunista (e dall'anarchismo) si svilupparono via via atteggiamenti riformistici, già prospettati da F. Engelsnell'introduzione alla ristampa delle Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, nella quale, commentando positivamente i successi elettorali del Partito socialdemocratico tedesco, ipotizzò che il socialismo progrediva meglio con i mezzi legali piuttosto che mediante le sommosse. Sul finire dell'Ottocento si manifestò pertanto all'interno dei maggiori partiti socialisti europei una crescente dicotomia fra la teoria, rimasta intransigente e ortodossa, e la prassi, mirante a riformare anche radicalmente ma non a distruggere l'ordinamento esistente, delineandosi così un dualismo tra il “programma minimo”, di stampo riformista, e il “programma massimo”, proteso al rovesciamento rivoluzionario della società capitalistica.

Cenni storici: il riformismo nel XX secolo

Dall'inizio del Novecento, pertanto, il termine riformismo cominciò a essere comunemente usato per indicare quelle correnti del movimento socialista internazionale che, pur non abbandonando del tutto la visione marxiana del mondo e della storia, respingevano le interpretazioni del marxismo “ortodosso” e le sue strategie politiche rivoluzionarie, adottando a criterio ispiratore della loro azione i principi legalitari della lotta parlamentare e giungendo ben presto ad assumere dirette responsabilità ministeriali in governi di coalizione formati con le altre forze della democrazia borghese più avanzata. Così fece A. Millerand, che nel suo scritto del 1903 Le socialisme réformiste français rivendicò per sé e per la propria corrente il nome riformismo. Ma proprio il compromesso con le formazioni politiche governative borghesi cominciò a dare un senso negativo e spregiativo al termine riformismo, soprattutto da parte dei massimalisti rivoluzionari che in esso vedevano un cedimento dei socialisti di fronte alle forze egemoni della borghesia e un conseguente tradimento verso le classi operaie. Eppure, se è vero che le posizioni teoriche del revisionismo sfociavano di necessità in una strategia riformistica, non necessariamente tutto il riformismo socialista doveva portare, anche sul piano teorico, al revisionismo. Il fenomeno è evidente qualora si tengano presenti le vicende del socialismo italiano, dove solo una piccola parte della corrente riformistica assunse posizioni chiaramente revisioniste in campo teorico, trovando nel saggio Le vie nuove del socialismo (1906) di I. Bonomi la tardiva summa di tutto il dibattito revisionista, già da tempo particolarmente vivace nell'ambito della socialdemocrazia tedesca per opera di E. Bernstein. Ma accanto a questa piccola frangia riformistica e revisionista, definitivamente espulsa dal partito nel 1912 (come accadde a Bonomi e Bissolati, Podrecca e Cabrini, ecc.), il riformismo socialista italiano poté annoverare anche uomini, come F. Turati e C. Treves, che non vennero mai meno alla loro coerenza dei principi marxisti. Nel complesso, però, l'insuccesso in Germania del riformismo statalista (declinato in termini di pianificazione economica) tentato con la Repubblica di Weimar (ed elaborato dal socialdemocratico Rudolf Wissel e da R. Hilferding, teorico dell'austromarxismo e del “capitalismo organizzato”), l'avvento del nazismo e del fascismo, le energiche critiche contro il riformismo condotte da Lenin, la nascita della III Internazionale (1919) in reazione ai fallimenti della II (sorta nel 1889) portarono la polemica antiriformista a toni violentissimi, spingendo i partiti comunisti a rifiutare qualsiasi contatto con i socialisti riformisti volutamente confusi con i revisionisti e volta a volta definiti social-patrioti, social-traditori, social-fascisti. Una situazione questa che facilitò indirettamente la conquista del potere di molti movimenti fascisti negli anni Venti e Trenta, fino alla svolta del “fronte popolare” francese di Léon Blum e della guerra civile spagnola. Nello stesso lasso di tempo invece il riformismo trovava nuove strade negli Stati Uniti, dove già tra fine Ottocento e primi del Novecento i problemi creati dalla concentrazione industriale avevano fatto nascere un movimento riformatore di matrice liberale e liberista dal quale trasse origine una legislazione antimonopolistica (Sherman Antitrust Act del 1890, Clayton Antitrust Act del 1914). I dislivelli di ricchezza, interpretati come indici della degenerazione della democrazia americana, spinsero allora, durante la cosiddetta Progressive Era, a realizzare profonde riforme che toccarono anche la sfera sociale (riduzione dell'orario di lavoro, salario minimo per le donne lavoratrici, assicurazioni contro gli incidenti sul lavoro, abolizione del lavoro minorile). Successivamente, di fronte al crollo della Borsa di New York del 1929 e alla catastrofica crisi depressiva del capitalismo americano, il riformismo fu assunto nella politica del New Deal, sostenuta dalle teorie economiche keynesiane. In questi frangenti, sotto la presidenza di F. D. Roosevelt, si venne concretamente estrinsecando l'idea di uno Stato riformatore e attivamente interventista in economia al fine di sostituire all'indiscriminato e selvaggio liberismo un sistema di regolamentazione del mercato onde riversare i benefici delle dinamiche produttive anche sui lavoratori e i ceti meno abbienti (Welfare State). Venne così affermandosi il paradigma di un riformismo moderno, pragmatico e incentrato sulle leve della spesa pubblica, della crescita della domanda interna (e dunque anzitutto dei redditi) e dei principi solidaristici dell'assistenzialismo e della tutela previdenziale. Benché ancora immersa nello scontro tra sistemi totalitari, anche l'Europa dovette accettare l'intervento dello Stato come via d'uscita dalla grande crisi economica del 1929: politiche riformistiche di stampo keynesiano si registrarono in Gran Bretagna e in Svezia, mentre la pianificazione economica sovietica e lo statalismo autarchico dei regimi fascisti ne costituirono una variante autoritaria. Tuttavia, dopo i contraddittori ed eterogenei esperimenti riformistici tentati in Francia (con la politica delle riforme di struttura proposta dal fronte popolare) e in Belgio (dove il Partito operaio guidato da De Man e Spaack vide nella pianificazione, nella socializzazione delle industrie monopolistiche e delle banche la via di un riformismo dinamico e revisionista del marxismo), fu solo nel secondo dopoguerra che in Europa si adottarono linee di programmazione economica e di estensione delle funzioni statali. Il risoluto programma di riforme sociali dei laburisti inglesi, saliti al potere nel 1945, divenne un punto di riferimento per il socialismo riformista europeo. La costruzione di un moderno Stato sociale, la politica della concertazione tra capitale e lavoro, la perequazione fiscale, lo sviluppo di sistemi di previdenza sociale e sanitaria ispirarono così le politiche socialdemocratiche dei Paesi scandinavi, della Danimarca, dei Paesi Bassi e, soprattutto, della Germania, dove il Partito socialdemocratico, specialmente dopo il Congresso di Bad Godesberg (1959), abbandonò esplicitamente il riferimento al marxismo ponendosi solo l'obiettivo di controbilanciare l'economia di mercato attraverso lo sviluppo della democrazia e del Welfare State. In Italia ai principi del riformismo si richiamò il PSLI (poi PSDI) sino dall'atto della sua fondazione (avvenuta a seguito della scissione di Palazzo Barberini nel 1947), seguito a pochi anni di distanza dallo stesso PSI, deciso ad abbandonare i patti di unità d'azione con il PCI. Ma anche i comunisti italiani, specialmente dopo il XX Congresso del PCUS (1956), che avviò il processo di destalinizzazione dell'URSS, imboccavano di fatto la strada del riformismo (“riforme di struttura”, “strategia delle riforme”) già ampiamente visibile durante la segreteria di E. Berlinguer. Questa linea veniva definitivamente sancita con la trasformazione del PCI in PDS. Con la fondazione del PDS, la scissione di Rifondazione Comunistapuò essere intesa come una variante neomassimalistica nella dialettica della sinistra italiana) e l'adesione del PDS all'Internazionale socialista, il riformismo entra ufficialmente nel repertorio identitario del maggior partito della sinistra italiana. Meno travagliato appare il panorama delle altre grandi forze popolari del Paese nel loro rapporto con i valori, la cultura e la pratica del riformismo. I cattolici e le forze di democrazia laica – soprattutto il movimento repubblicano – hanno tradizionalmente declinato il loro rapporto con il riformismo in termini pragmatici, muovendo da assunti ideali e filosofici che escludevano pregiudizialmente alternative eversive o massimalistiche all'azione legale e parlamentare. L'influenza del pensiero liberalsocialista e del liberalismo anglosassone contemporaneo, come pure la riflessione aperta dai processi di riallineamento seguiti alla fine del comunismo europeo, appaiono già negli anni Novanta una nuova suggestiva frontiera per il riformismo socialista, laico e cattolico. Il difficile varo della politica dei redditi – premessa a qualsiasi possibile rinegoziazione del patto sociale fra capitale e lavoro – e le riforme istituzionali attuate fra gli anni Settanta e gli Ottanta (regioni a statuto ordinario, statuto dei diritti dei lavoratori, riforma sanitaria, ecc.) portano il segno di un riformismo largamente permeato dell'esperienza associazionistica, mutualistica e solidaristica. E sarà a questa esperienza che si rifarà il legislatore affidando a soggetti sociali organizzati in circuiti di volontariato, nella difficile congiuntura economica della fine degli anni Settanta, funzioni strategiche nel combattere il fenomeno dilagante della disoccupazione giovanile (legge n. 285 del 1977). Lo stesso Parlamento Europeo, approvando nel 1980 due importanti mozioni d'indirizzo sulle politiche pubbliche in materia di programmazione economico-sociale e suggerendo l'omologazione progressiva degli statuti societari, farà esplicito riferimento all'originale e peculiare contributo del riformismo alla costruzione dell'Europa sociale. Altri provvedimenti chiaramente riconducibili a una strategia di promozione sociale innovativa sono ascrivibili a merito peculiare del riformismo cooperativo italiano: si pensi alla disciplina delle cooperative sociali (1991) o a quella contenente un programma di azioni positive per incentivare l'imprenditorialità femminile (1992). Alla fine degli anni Novanta il tema del riformismo, come cultura politica condivisa e come concreta pratica sociale, viene fatto proprio dalle principali organizzazioni internazionali eredi della tradizione progressista europea.

Cenni storici: riformismo e globalizzazione

In questa cornice, che segnala un ruolo particolarmente vivace dell'Internazionale socialista, acquista rilevanza il nesso fra riformismo sociale, produzione di nuove politiche pubbliche – sollecitate dalla cosiddetta crisi dello Stato sociale – e dinamiche planetarie di globalizzazione. Il fenomeno della globalizzazione, infatti, interessa tanto la sfera delle relazioni propriamente economiche (finanziarie e produttive), quanto quella delle istituzioni politiche. La mondializzazione dei mercati, accelerata dalla fine della guerra fredda e dall'avvento delle tecnologie telematiche, si salda alle prospettive di integrazione sovranazionale che mettono in discussione il ruolo dei vecchi Stati nazionali. Problema che riguarda specificamente i quindici Paesi impegnati nella difficile quanto ormai sostanzialmente irreversibile costruzione dell'Unione Europea, ma che interessa anche altre esperienze, come la crescente integrazione nordamericana (NAFTA), i patti di cooperazione asiatica e la vagheggiata ricomposizione politica dell'America Meridionale (MERCOSUR). Dinamiche geopolitiche, economiche e culturali ad ampio raggio che, disegnando orizzonti inediti per l'azione politica delle grandi forze ideologiche sopravvissute ai traumi della fine del Novecento (la guerra civile europea preconizzata da K. Schmitt), impongono una riflessione strategica sui destini e le prospettive del riformismo. L'anarchia internazionale che ha fatto seguito, anche all'immediata periferia dell'Europa comunitaria ed economicamente sviluppata (si pensi ai drammi della ex Iugoslavia e dell'Albania e ai problemi di altri contesti balcanici), alla fine del bipolarismo ideologico e militare, ha così generato l'esigenza di una profonda e coraggiosa revisione della stessa rappresentazione del mondo elaborata dai movimenti riformistici occidentali in un ben diverso contesto storico. Come movimento politico sovranazionale, il riformismo si è riconosciuto principalmente nell'esperienza dell'Internazionale socialista, che nel 1997 comprendeva 146 partiti e movimenti di estrazione socialdemocratica, laburista, postcomunista e genericamente progressista, accomunati da un esplicito riconoscimento del riformismo come strategia, come prassi e come valore ideale. In questo contesto organizzativo, che associa ai tradizionali partiti occidentali del movimento operaio riformista forze di incerta definizione ideologica – dal partito democratico sudafricano, guidato da Nelson Mandela, al movimento palestinese al-Fatḥ di Yāsir ‘Arafāt, sino a molte organizzazioni latinoamericane – si è sviluppata una riflessione sul nuovo riformismo e sul suo profilo politico nella stagione della globalizzazione. Questa dilatazione della presenza, in seno a una grande organizzazione non governativa ispirata programmaticamente ai principi del riformismo, di forze eredi delle lotte di liberazione anticoloniale e comunque irriducibili alla tradizionale esperienza del socialismo riformista operaio dell'Occidente, ha accelerato la rottura con una lettura prevalentemente eurocentrica e classista del riformismo. Lo stesso Programma fondamentale, avanzato già nel 1974 dal prestigioso leader della socialdemocrazia tedesca, Willy Brandtramma poi aggiornato nel 1989), principalmente centrato sul nesso ideale fra riformismo, ambientalismo e questione della liberazione femminile, è stato oggetto di un'incisiva revisione, finalizzata proprio ad accogliere le istanze dei movimenti e delle culture dei Paesi emergenti. Sarà Felipe González, ex capo del governo spagnolo e segretario del PSOE – la principale forza riformista emersa nella transizione della Spagna postfranchista –, a formulare un progetto più articolato di “nuova politica del cambiamento”. Il progetto, che aspira a riscrivere la Dichiarazione del riformismo internazionale, si basa sulle risposte del riformismo alle nuove sfide della mondializzazione e teorizza l'esigenza di una nuova fase della civilizzazione delle relazioni economiche e politiche internazionali. Il tema nevralgico della mondializzazione è affrontato dal punto di vista dei suoi grandiosi e drammatici effetti sociali. La rivoluzione tecnologica rischia di trasformarsi da straordinario potenziale di sviluppo in fattore di produzione di nuove diseguaglianze fra il Nord del Mondo, che monopolizza le risorse scientifiche, la ricerca tecnologica, il capitale e l'innovazione produttiva, e un Sud, coincidente con i Paesi meno sviluppati, costretto a un regime di dipendenza non meno opprimente della vecchia dominazione politico-militare del colonialismo. La disoccupazione costituisce un potenziale fattore di disgregazione delle stesse società tecnicamente progredite, perché mortifica le aspettative delle giovani generazioni, erode la solidarietà, favorisce la proliferazione di lavori sottoretribuiti e scarsamente garantiti normativamente. Nei Paesi poveri, essa minaccia la sopravvivenza stessa di intere comunità e alimenta la deriva criminale di ampi settori di marginalità sociale. Lo Stato sociale deve divenire “sostenibile”, contrapponendo alla tradizionale filosofia liberista del “meno Stato, più mercato” le ragioni della sua sopravvivenza come conquista di civiltà, ma anche l'urgenza della sua riforma. Il riformismo deve perciò misurarsi con la crisi fiscale, le politiche dei redditi, i costi indotti dal mutamento demografico – si pensi all'invecchiamento della popolazione nella maggior parte dei Paesi sviluppati e all'incidenza di tale fenomeno sul sistema previdenziale e pensionistico delle diverse realtà nazionali –, la nuova qualità delle domande sociali. Anche la riforma dello Stato è un'esigenza non più dilazionabile per moltissime comunità nazionali, sottoposte alla duplice sfida dell'integrazione sovranazionale e di una crescente offensiva dei localismi subnazionali. In questo senso, il nuovo riformismo deve poter offrire un'ipotesi di riorganizzazione solidale dei singoli Stati nazionali che contempli anche consistenti deleghe di sovranità dei vecchi apparati burocratici centralistici. Al centro della riforma delle istituzioni deve collocarsi una tavola più aggiornata dei diritti del cittadino, comprensiva non solo delle eredità filosofiche e ideologiche delle grandi rivoluzioni democratiche del Settecento e dell'Ottocento, ma anche dei più prosaici e attuali bisogni di emancipazione da precarie condizioni materiali di esistenza, presenti in numerosissime realtà del Terzo Mondo'orizzonte strategico del riformismo, liberato dalle antiche pregiudiziali anticapitalistiche, rientra anche la delicata questione della libera circolazione dei capitali in un'economia tendenzialmente globalizzata, ma i cui gangli nevralgici di controllo rimangono concentrati nel sistema finanziario delle grandi potenze industriali. Inoltre, la piattaforma teorica del riformismo contemporaneo abbraccia la questione della “governabilità del pianeta”, intendendo con questa formula apparentemente astratta la concretissima tematica della riforma degli istituti sovranazionali, dall'ONU alla FAO alla WTO, organismi che esercitano poteri significativi nelle situazioni di crisi militare, nella gestione delle risorse alimentari, nell'area del commercio e delle sue ragioni di scambio, ma che presentano strutture di governo e apparati amministrativi assolutamente inadeguati ai compiti imposti dal venir meno dell'equilibrio “spontaneo” prodotto dal vecchio bipolarismo. Questo programma del riformismo in vista del sec. XXI cerca, insomma, di misurarsi con la natura mondiale delle organizzazioni progressiste e con la dilatazione delle sfide sociali e politiche indotta dalla globalizzazione economica e culturale. In un certo senso, viene ripreso il tema della mobilitazione come risposta alla modernizzazione, già sollevato da pensatori democratici come K. Deutsch e S. Rokkan fra gli anni Sessanta e Settanta. Per questi anticipatori delle sfide del riformismo, le migrazioni, la concentrazione della popolazione in grandi agglomerati urbani, la dilatazione della forza lavoro che – comprendendo le donne, i minori e il vecchio semiproletariato rurale – ha caratterizzato in tutto il mondo l'industrializzazione, la brusca trasformazione dell'ambiente fisico e antropico rappresentano altrettanti correlati della mobilitazione. Ma anche l'estensione dei mercati e dei circuiti monetari, la nascita degli istituti di credito e di intermediazione finanziaria, il potenziamento delle comunicazioni terrestri e marittime e la circolazione sempre più intensa dell'informazione – resa possibile da decisive innovazioni tecniche (dai media informatici alla telematica) – rappresentano elementi cruciali della mobilitazione. Per Rokkan assume particolare importanza la mobilitazione politica, che alimenta circuiti di identificazione e di tutela di interessi ad ampio raggio sociale, come era avvenuto nel tardo Ottocento con l'avvento dei partiti di massa e lo sviluppo del movimento sindacale. Un importante corollario dell'analisi, alla luce dei nuovi compiti del riformismo è la centralità acquisita dall'individuo, sia che essa si manifesti come propensione al rischio e alla rivendicazione di autonomia personale, sia che enfatizzi i pericoli di sradicamento e di solitudine derivanti dalla rottura degli antichi legami comunitari. L'individualismo appare, insomma, come uno dei connotati culturali propri della modernità occidentale, che non può più sottrarsi alla critica della politica. L'individualismo dell'uomo contemporaneo e persino il riemergere del valore culturale della tradizione – soprattutto per quanto riguarda la sacralità accordata dall'identificazione comunitaria nelle recenti elaborazioni del pensiero comunitaristico nordamericano – possono essere raccolti sotto l'unico denominatore sociologico della differenziazione. Altri pensatori di ispirazione progressista, come J. Habermas e A. Giddens, insistendo sulle nuove trame sociali che legano individui e comunità nella stagione incipiente della globalizzazione, hanno consegnato importanti contributi di riflessione alla nuova elaborazione riformista. Per Giddens, che si dedica al tema fra gli anni Ottanta e i Novanta elaborando in particolare la sua teoria sociologica della postmodernità, la dialettica locale-globale cela una contraddizione potenzialmente drammatica per i destini dell'umanità e per le nuove soggettività politiche che si richiamano alla pratica e alla cultura tanto del riformismo quanto del radicalismo. La mondializzazione economica può solo generare ulteriori squilibri e drammatiche fratture su scala planetaria, se non si coniuga con l'espansione della democrazia, o meglio con il compimento dei processi di democratizzazione fondamentale descritti dalla sociologia politica ancora negli anni Trenta. La promozione di un forte e condiviso spirito pubblico, aperto agli orizzonti della comunicazione globale, costituisce perciò, come è stato detto, l'“autostrada del pensiero riformista”. La problematica della democratizzazione su scala mondiale pone la questione della sfida del movimento riformista al nazional-populismo e all'autoritarismo, dominanti soprattutto in molti contesti politici nazionali del Terzo Mondo. Affermare la credibilità e l'autorevolezza dello Stato democratico implica una ridefinizione, come si è accennato, dell'intera tavola dei diritti civili e della loro universalità in situazioni molto differenziate. Implica anche una serie di approfondimenti sul nesso fra riforma del Welfare e crescita impetuosa della competitività internazionale, che riguarda le stesse realtà politicamente consolidate e i governi dell'Occidente politicamente orientati al riformismo. Oltre agli interventi relativi agli istituti di regolazione politica e commerciale, si profila l'esigenza di riorganizzare equilibri e competenze in seno a enti come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che tendono a farsi strumento di controllo planetario della ricchezza e della sua distribuzione. Le crisi finanziarie che hanno investito fra gli anni Ottanta e i Novanta molte economie insegnano che è urgente l'approntamento di strumenti di prevenzione e gestione di situazioni di deficit pubblico su cui si può innestare l'azione devastante della speculazione creditizia. Anche sul piano più propriamente politico, del resto, si avverte la carenza di poteri di compensazione a scala regionale che bilancino lo strapotere delle grandi potenze. Nell'aggiornare l'analisi del rapporto fra mondializzazione e politica, il riformismo è venuto così riscoprendo in una chiave del tutto inedita, e apparentemente paradossale, l'attualità del pensiero di A. Gramsci. Questo pensatore rivoluzionario anticipa molte contraddizioni delle economie keynesiane postbelliche e intuisce con straordinaria lucidità i caratteri profondi della nascente egemonia nordamericana. Non meraviglia, perciò, che uno dei più tenaci avversari del riformismo novecentesco sia assunto (suo malgrado) fra i pensatori di riferimento del riformismo politico nei primi anni del sec. XXI. Al di là di questo singolare recupero critico del pensiero gramsciano, non c'è dubbio che l'impatto della globalizzazione sulle forme politico-istituzionali richieda risposte che il movimento riformista internazionale stenta a trovare negli autori classici. Anche le più geniali illuminazioni teoriche possono soltanto arricchire un retroterra culturale in vista di una ricerca da avviare ex novo e delle sintesi originali che ne dovranno scaturire. Lo stesso pensiero europeista, che nel contesto continentale e in particolare nella realtà italiana si è ormai strettamente associato al riformismo, è a un passaggio cruciale di fronte alle tensioni indotte dall'accelerazione del processo d'integrazione. Un processo che implica elevati costi sociali, mettendo potenzialmente in crisi il rapporto fra partiti e organizzazioni socialdemocratiche, laburiste e genericamente progressiste e la loro tradizionale base di consenso elettorale (ceti popolari, piccola borghesia, classe operaia), sulla quale vengono quasi ovunque scaricati i sacrifici indotti dalla contrazione delle prestazioni dello Stato sociale e dalle politiche di risanamento finanziario dei singoli Stati. Per questo, al di là delle tentazioni di deregulation globale e radicale o del ritorno a un regime di “anarchia degli Stati e delle economie”, che comprometterebbe i processi di integrazione in atto e accenderebbe pericolosi focolai di guerra commerciale, il riformismo di fine secolo propone di dare priorità alla riflessione sulle architetture istituzionali della sovranazionalità, a cominciare dal contesto europeo occidentale.

Bibliografia

Per la storia

F. Valsecchi, L'Italia nel Settecento, Milano, 1960; idem, Dispotismo illuminato, in Autori Vari, Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, Milano, 1969; F. Venturi, Settecento riformatore, Torino, 1969.

Per il riformismo socialista

F. Manzotti, Il socialismo riformista in Italia, Firenze, 1965; J. Droz, Le socialisme démocratique, 1864-1960, Parigi, 1966; E. Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Bari, 1968; L. Cortesi, Il socialismo italiano tra riforme e rivoluzione. Dibattiti congressuali del PSI dal 1892 al 1921, Bari, 1969; R. Guiducci, Marx dopo Marx, Milano, 1970; M. Salvadori, Modern socialism, Londra, 1974; L. Valiani, Questioni di storia del socialismo, Torino, 1975; M. Ballistreri, Sindacato e riformismo, Messina, 1991.

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