rima (poesia)

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Lessico

sf. [sec. XIII; dal francese ant. rime, prob. lo stesso che rima (anatomia), per indicare l'interstizio tra due versi].

1) Identità di suono delle sillabe finali, dalla vocale accentata in poi, di due o più parole; si usa in poesia come legamento armonico tra parole poste alla fine di versi vicini: la rima ha soprattutto una funzione musicale; far rima, essere in tale rapporto; in rima, di versi o parole che rimano tra loro.

2) Per estensione, la poesia, in contrapposizione alla prosa, specialmente in loc. estensive, e fig.: mettere in rima, in versi; dire, cantare in rima, parlare in modo esplicito; rispondere per le rime, propr., al tempo dei trovatori, rispondere usando le stesse rime della proposta; fig., ribattere punto per punto, con prontezza e vivacità. Preceduto da ordinali, lo stesso che strofa, metro poetico: terza, sesta rima, la terzina, la sestina; decima rima, strofa di dieci endecasillabi. Al pl., versi, componimenti poetici: le rime di Dante, del Petrarca; fig., canto armonioso: “Li augelletti.... / fanno l'aere addolcir con nuove rime” (Poliziano).

Metrica

In poesia, la rima piana si ha tra parole piane (vita / smarrita), la rima sdrucciola tra parole sdrucciole (piacevole / amorevole), la rima tronca tra parole tronche (bontà / verità). La rima è ricca se è uguale anche la consonante che precede la vocale tonica (biancheggia / fiancheggia), banale se una parola rima con il suo composto (sentire/consentire), equivoca se rimano due parole uguali per suono ma diverse per significato (ami verbo con ami sostantivo), grammaticale se costituita dalla stessa terminazione grammaticale (agendo/sentendo). Nelle composizioni poetiche varie le rime possono essere secondo lo schema delle loro corrispondenze nell'ambito di una stessa strofa o di strofe diverse: rima baciata o accoppiata si ha tra due versi consecutivi (AABB); rima alternata tra il primo verso e il terzo, il secondo e il quarto (ABAB); rima incrociata o chiusa tra il primo verso e il quarto, il secondo e il terzo (ABBA); rima incatenata tra il primo verso e il terzo, il secondo e il quarto e il sesto, il quinto e il settimo e il nono (ABABCBCDC); rima invertita tra il primo verso e il sesto, il secondo e il quinto, il terzo e il quarto (ABCCBA); rima ripetuta tra il primo verso e il quarto, il secondo e il quinto, il terzo e il sesto (ABCABC). Rima al mezzo (o anche rimalmezzo) si ha quando la parola finale di un emistichio rima con la parola finale dell'altro verso: “tra bande verdigialle d'innumeri ginestre / la bella strada alpestre scendeva nella valle” (Gozzano). La rima, di cui si trovano esempi rari e sporadici nella metrica classica greca e latina, divenne frequente e d'uso comune nella poesia ritmica latina medievale, da cui passò alla poesia provenzale (secondo alcuni studiosi questa derivò invece la rima dagli Arabi, che avevano invaso la Spagna e da qui penetrarono anche nella Francia meridionale). In ogni modo la poesia italiana delle origini dal modello della poesia provenzale derivò l'ornamento poetico della rima, che è già molto diffusa con tutti i suoi più sottili artifici nella Scuola poetica siciliana e continua a godere di un particolare favore fino al Rinascimento, quando il nuovo gusto per la classicità cominciò a favorire l'uso del verso sciolto, prima usato solo sporadicamente e mai nella lirica.

Musica

L'evoluzione sociale avvenuta nel sec. XIV provocò la fioritura di una poesia per musica, storicamente nota con la loc. rime anonime per musica, adatta a rallegrare feste e conviti: madrigali, cacce, ballate, strambotti, canzoni a ballo sono analoghi per gusto e sensibilità, anche se in essi manca del tutto profondità di affetti e ricchezza di notazioni psicologiche. Musica e poesia non si contrappongono, né l'una soverchia l'altra, preludendo agli sviluppi della lirica musicale del secolo successivo e collegandosi al rinnovamento dell'arte musicale (Ars nova) avvenuto in Francia e in Italia e che ebbe proprio a Firenze uno dei centri più importanti. La maggior parte dei testi è anonima nei codici musicali, che invece registrano il nome dell'“intonatore”: fra questi il più importante è forse Francesco Landini, al quale fanno seguito Matteo da Perugia, Jacopo da Bologna, Gherardello da Firenze, Giovanni da Cascia, ecc.

Bibliografia

F. Sarri, Perché la rima, Firenze, 1955; A. Cavaliere, Metrica e rimario pratico della lingua italiana, Milano, 1966; W. Th. Elwert, Versificazione italiana dalle origini ai nostri giorni, Firenze, 1973; M. Dominicy, Le souci des apparences. Neuf études de poetique et de metrique, Bruxelles, 1989.

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