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Lessico

sf. [sec. XVII; da rivisto, pp. di rivedere; nel senso 3 calco del francese revue e dell'inglese review].

1) L'operazione del rivedere, specialmente per meglio comprendere o correggere: dare una rivista alla lettera prima di spedirla.

2) Nel linguaggio militare, ispezione fatta da un superiore per accertarsi del buon assetto dei singoli soldati o di interi reparti; anche presentazione di truppe inquadrate all'autorità cui devono rendere gli onori e il successivo sfilamento delle medesime davanti alla persona stessa. Particolari norme regolano questa cerimonia militare che assume spesso caratteri di prestigiosa spettacolarità, specialmente in occasione delle grandi festività nazionali. Fig.: passare in rivista, esaminare con metodica minuziosità.

3) Periodico o rubrica che esamina gli avvenimenti più importanti di un determinato campo dell'attività umana relativamente a un dato periodo; anche come titolo della pubblicazione stessa: rivista letteraria, medica, economica; rivistaRivista storica italiana.

4) Genere di spettacolo che comprende prosa, musica, canzoni, danze e numeri di attrazione.

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Nella versione inglese (review), il termine, nel significato di pubblicazione periodica, si era affermato già nel sec. XVIII grazie anche alla sua assunzione da parte di Daniel De Foe come titolo per la sua pubblicazione The Review (dal 1704). La rivista è in genere specializzata nella trattazione dei diversi rami del sapere: lettere, arti, musica, scienza, teatro, cinema, politica, ecc., con interessi specifici o pluralistici e si prefigge lo scopo di una trattazione approfondita dei temi, anche di attualità, su un piano che il giornale raramente può affrontare per i limiti di tempo entro cui è costretta la sua realizzazione. La rivista è identificabile col periodico, il cui genere è comprensivo però anche dei settimanali in rotocalco.

Teatro

La rivista nasce in Francia verso la fine del sec. XIX come rassegna parodistica cantata e recitata degli avvenimenti dell'anno, ma il termine è già in uso dal 1850 ca. per indicare spettacoli che poco si distinguono dal consueto teatro di varietà. Gli elementi caratterizzanti della rivista sono la divisione in quadri (uniti o meno da un filo conduttore) a sé stanti, il riferimento (con intenti più o meno satirici) all'attualità, la presenza di almeno un comico e di un buon numero di belle ragazze (la principale è la soubrette) e il ritmo serrato con cui vengono presentate le varie parti. Si possono in questo ambito distinguere alcuni momenti importanti: quello del music-hall, trapiantato in Francia dall'Inghilterra (dove sopravvisse come spettacolo popolare per eccellenza sino alla II guerra mondiale) agli inizi del sec. XX e trasformato in un supervarietà con spunti d'attualità e soprattutto con grande sfoggio di fantasia nella scelta dei numeri e nella loro presentazione; e la cosiddetta revue à grand spectacle, nata in Francia negli anni del primo conflitto mondiale e genere trionfante per un trentennio: la contraddistinguono lo sfarzo della messinscena, la presenza di molti numeri d'attrazione (comici, cantanti, acrobati, giocolieri, ecc.) e il ruolo preponderante assegnato alle ragazze, che cominciano a comparire sul palcoscenico completamente nude. I teatri sono il Casino, il Lido e soprattutto le Folies-Bergère. Sulla stessa linea agisce a New York dal 1907 il famoso impresario Florenz Ziegfeld con le sue Follies (un'edizione all'anno sino al 1925 e poi ancora nel 1927 e nel 1931), intese a “glorificare la ragazza americana” e a stupire il pubblico con trovate a effetto, costumi preziosi e attrazioni d'alto livello. Ziegfeld ha molti imitatori, ma il genere viene a poco a poco soppiantato dalla musical comedy, le cui prime manifestazioni nei Paesi anglosassoni sono contemporanee, o addirittura anteriori, alle prime riviste. Analoga è l'evoluzione della rivista in Italia. Nei primi venti anni del secolo è uno spettacolo parodistico d'attualità il cui successo dipende soprattutto dall'efficienza del copione (testo famoso, Turlupineide di Simoni, 1909); negli anni del fascismo, vietata ogni possibilità di satira politica, s'afferma una comicità più astratta (affidata all'estro dell'attore più che alle battute del testo) e acquistano rilievo ben maggiore gli elementi più propriamente spettacolari; nel primo decennio del secondo dopoguerra, dopo un fugace ritorno alla satira politica, s'impone una versione all'italiana della revue à grand spectacle, con allestimenti sfarzosi, parate di belle ragazze, coreografie, canzoni e attrazioni di vario genere, ma con una preponderanza, più che in altri Paesi, del comico. La soubrette numero uno dell'epoca è Wanda Osiris, i grandi comici sono Totò anzitutto e poi Chiari, Rascel, Macario, Dapporto, Taranto. A metà degli anni Cinquanta circa la rivista vera e propria diventa uno dei generi più popolari della televisione, mentre in teatro predomina una variante italiana della commedia musicale che ha come massimi esponenti gli autori, registi e impresari P. Garinei e S. Giovannini. Il filone della rivista come commento ironico all'attualità sopravvive, in Italia e altrove, soprattutto nella cosiddetta rivista da camera, apparentata col cabaret più che con il varietà e accentrata sulle invenzioni del copione affidate a un numero ristretto di interpreti in una cornice spettacolare ridotta al minimo. Esempi significativi di questo genere sono stati da noi negli anni Cinquanta il Teatro dei Gobbi (Franca Valeri, Caprioli e Bonucci, poi sostituito da Salce) e il trio Parenti-Fo-Durano (Il dito nell'occhio, I sani da legare).

Cinema

Rivista e, più genericamente, varietà e avanspettacolo hanno fornito al cinema italiano alcuni dei suoi comici più prestigiosi (basti pensare a Totò) e, in certo senso, anche un cineasta quale Fellini che, da Luci del varietà (1951) ad Amarcord (1973), non ha mai mancato di ispirarvisi per invenzioni, personaggi e sequenze. Ma in Italia, come del resto altrove, non si è mai avuta una stagione del film-rivista; nel secondo dopoguerra e, particolarmente, negli anni Cinquanta ci si accontentò di ricalcare gli spettacoli teatrali e di trasportarne sugli schermi gli interpreti e gli sketches di maggior successo, senza la benché minima rielaborazione cinematografica. Al massimo (per esempio Polvere di stelle, 1973, di A. Sordi), si è evocato il piccolo mondo del varietà musicale o dell'avanspettacolo di periferia con una sorta di crepuscolare paternalismo. Tra gli spettacoli di tipo ricreativo, la rivista e il varietà musicale occupano ancora un posto di primo piano alla radio e alla televisione.

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