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romancero

sm. spagnolo.

1) Chi canta romances.

2) Raccolta di romances. § La struttura e i caratteri del romance andarono determinandosi nel sec. XV, a opera di poeti colti e nel corso delle guerre “di frontiera”, che condussero nel 1492 alla fine della riconquista castigliana della Penisola Iberica. Ma una ripresa decisiva del genere si ebbe a cominciare dalla metà circa del sec. XVI, per la coincidenza di tre fattori principali: scomparsa definitiva del pericolo “moro” e inizio dell'idealizzazione del moro stesso; nuovo spirito nazionalistico, determinato dall'affermazione europea della Spagna, con le grandi vittorie dei re cattolici e dell'imperatore Carlo V; trionfo della cultura e dello spirito del Rinascimento, con nuovi gusti artistici (interesse degli artisti colti per le manifestazioni popolari, rilancio dei romanzi cavallereschi dopo l'Amadigi, conoscenza dei poemi italiani di Boiardo, Ariosto, ecc.). I poeti dei canzonieri, da quello di Baena (ca. 1445) al General (1511), accolsero sempre più volentieri i romances nelle loro antologie, mentre altri furono pubblicati isolati sotto forma di pliegos sueltos (fogli volanti); gli autori restavano quasi sempre anonimi. Verso la metà del sec. XVI uscì ad Anversa una prima antologia di soli romances (in genere abbreviati) col titolo di Cancionero de romances, e presto se ne fecero altre, fra cui la Rosa de romances del libraio-letterato Juan de Timoneda (1572-73). Infine apparve il termine nuovo di romancero (nel Romancero general, Madrid, 1600, 1602, 1604), destinato a prevalere. Nella seconda metà del sec. XVI, e oltre, il genere divenne di moda e tutti i più famosi autori spagnoli, da Cervantes a Lope e da Quevedo a Góngora, composero romances che spesso gli antologisti riproducevano senza nemmeno menzionare l'autore; e in più casi l'autore colto si sforzava di imitare lo stile e il linguaggio dei romances medievali, fino alla parodia, più o meno volontaria. Intanto il romancero (già noto in parte agli Ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 e da essi conservato nelle forme più arcaiche fino ai nostri giorni) si diffondeva ampiamente anche nell'America spagnola. Nel Settecento, i poeti neoclassici non amarono troppo l'antico genere, che tuttavia sopravvisse a livello popolare (romances di banditi, guappi, contrabbandieri, fattacci di cronaca, ecc.); ma un'impetuosa rinascita si ebbe, com'era da attendersi, col romanticismo, e mentre poeti nazionali come Rivas e Zorrilla rilanciavano il romancero rinnovandolo, critici e traduttori europei (da Herder ad A. Hugo, Berchet, ecc.) lo celebravano come un esempio paradigmatico di “poesia del popolo”, “Iliade senza Omero” (A. Hugo), ecc. Meno fantasiosa, la seconda metà del sec. XIX iniziò lo studio del romancero, cominciando col distinguere i romances viejos (sec. XIV-XV) dai “nuovi”, indagandone le fonti, lo stile, la diffusione e la rielaborazione popolare non solo in Spagna, ma presso gli Ebrei spagnoli in Africa e nel Vicino Oriente, e in tutta l'America spagnola. In questi studi, tutt'altro che conclusi, si sono distinte più generazioni di eruditi, fino a Menéndez Pidal e alla sua scuola. Ne è risultata da una parte l'ampiezza del fenomeno (decine di migliaia di romances sono state raccolte dovunque), dall'altra la sua vitalità, sia a livello popolare (si pensi al corrido messicano) sia a livello artistico, per cui Pedro Salinas ha potuto parlare di un romancismo nella poesia del sec. XX (esempio illustre, ma non unico, il Romancero gitano di García Lorca). Non a torto Menéndez Pidal ha affermato che il romancero “per la quantità di vita storica che rappresenta e la moltitudine di riflessi estetici e morali, è quintessenza di caratteristiche spagnole”.