salàrio

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Lessico

sm. [sec. XIV; dal latino salaríum, propr., razione di sale].

1) Il prezzo per l'uso del fattore lavoro. Nel linguaggio corrente per salario s'intende la retribuzione corrisposta al lavoratore dipendente come compenso del lavoro prestato, lavoro che viene qualificato manuale e richiedente una competenza più o meno specifica, in contrapposizione al lavoro genericamente intellettuale, la cui retribuzione è detta propr. stipendio.

2) Ant., retribuzione, compenso in genere.

Economia: generalità

Si distingue il salario nominale, quantità di moneta percepita dal lavoratore quale compenso per il lavoro prestato, dal salario reale, quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare con quella quantità di moneta. Essi divergono nella misura in cui varia nel tempo il potere d'acquisto della moneta, cioè, in pratica, il costo della vita: se il salario nominale rimane invariato e il costo della vita aumenta, il salario reale si contrae. Secondo il modo in cui viene determinato, il salario può essere a tempo, a cottimo, a incentivo. Nel primo caso la retribuzione è proporzionale al tempo in cui il lavoratore ha prestato la propria opera, nel secondo caso è proporzionale alla quantità di prodotto che il lavoratore ottiene, nel terzo caso è calcolata in modo da premiare il lavoratore che produce in un tempo inferiore a quello considerato necessario per una produzione media o minima. Il fatto che siano sorte più teorie nel corso del tempo, per spiegare la formazione del salario, si spiega con le peculiari proprietà di cui godono l'offerta e la domanda di lavoro e con le particolari condizioni in cui interagiscono. Sostanzialmente basate sul meccanismo della domanda e dell'offerta si possono comunque considerare le teorie classiche relative alla formazione del salario. Smith riteneva che i salari dipendessero dal saggio di variazione della domanda di lavoro, legato a sua volta al saggio di accumulazione del capitale. Quindi, se da una parte i salari in un sistema in espansione aumentavano, dall'altra il loro incremento, favorendo l'incremento demografico, determinava un eccesso dell'offerta sulla domanda finché il prezzo del lavoro veniva ricondotto al “giusto saggio che le circostanze della società richiedono”. La nozione di “giusto saggio” salariale, ossia di salario normale o di equilibrio, da cui quello corrente può temporaneamente divergere, è comune a tutto il pensiero classico che tendeva a identificarlo con il salario di sussistenza. Lo stesso Smith riteneva tale salario corrispondente a quello necessario per il mantenimento del lavoratore e della sua famiglia.

Economia: il pensiero classico

Anche Ricardo definì i salari naturali come il livello retributivo che mantiene la popolazione stazionaria e, richiamandosi alla teoria malthusiana della popolazione, ritenne pure che l'interdipendenza fra livello salariale e popolazione desse vita a un meccanismo atto a mantenere costanti i salari reali (quelli monetari aumentano all'aumentare della popolazione e al conseguente aumentare dei prezzi dei beni di prima necessità). Egli comunque legò la nozione di minimo di sussistenza alle diverse abitudini e costumi, così da invalidare in gran parte (o almeno limitarla nel lunghissimo periodo) la tesi dell'invariabilità nel tempo dei salari naturali. Il che, di conseguenza, non permette di considerare la teoria ricardiana come una teoria dei salari di sussistenza. E tale non può essere considerata neppure quella marxiana. In effetti anche Marx, trattando del valore della forza-lavoro, fece dipendere i bisogni necessari dal grado d'incivilimento di un Paese e riconobbe che il “prezzo della forza-lavoro può elevarsi al di sopra (o, al contrario, in circostanze particolari, scendere al di sotto) del suo valore, non solo temporaneamente ma anche in modo permanente, nella misura in cui le condizioni di un mercato puro della forza-lavoro vengano modificate o perturbate” (M. Dobb). Va rilevato che egli considerò un'importante causa di perturbazione ogni solidarietà fra operai occupati e disoccupati, cioè ogni azione sindacale. In ogni caso, rifiutando la teoria malthusiana della popolazione, pose a base della tendenza dei salari a stabilirsi al livello di sussistenza la presenza di una massa di disoccupati (il cosiddetto “esercito industriale di riserva”). Nel pensiero classico affonda pure le radici la teoria del fondo-salario, sostenuta in particolare da J. S. Mill e da J. E. Cairnes, così sintetizzata da Bresciani-Turroni: “Secondo gli scrittori classici il capitalista (imprenditore) anticipa all'operaio una parte del prodotto quando gli paga un salario. La produzione richiede tempo: l'operaio che lavora oggi contribuisce alla formazione di un prodotto che apparirà più tardi sul mercato; egli pertanto vive di beni di consumo accumulati nel passato. Pertanto l'imprenditore che vuole iniziare la produzione deve disporre, oltre che di macchine e di materie prime, di un fondo dal quale via via saranno pagati i salari. Il capitale circolante costituisce secondo gli economisti classici la parte più importante del capitale e il “fondo-salario” è la parte principale del capitale circolante... Date queste premesse, ne deriva che il salario dell'operaio dipende dal rapporto tra l'ampiezza del fondo-salario e il numero degli operai occupati. Il fondo-salario è in un certo senso predeterminato, come cerca di dimostrare Cairnes, secondo il quale, anzitutto, il fondo-salario, essendo una parte del capitale, dipende dal risparmio e, inoltre, la ripartizione del capitale dell'imprenditore tra capitale fisso, materie prime e fondo-salario non è arbitraria, ma è la conseguenza necessaria della struttura dell'industria. Da questa teoria i classici traggono la conseguenza pratica che, essendo il fondo dei salari una quantità fissa, nessuna misura artificiale – come la politica delle Trade Unions potrebbe aumentare il salario individuale, se non limitatamente a certe categorie di lavoratori, ma allora a danno di altre categorie”. In realtà i salari appartengono al momento distributivo del reddito, ma fra momento distributivo e momento produttivo la connessione è strettissima.

Economia: il pensiero marginalista

Il merito di avere individuato il legame tra la remunerazione dei fattori e il loro prodotto marginale spetta ai marginalisti, i quali consideravano quindi il lavoro retribuito in base alla sua produttività marginale. In condizioni di equilibrio (domanda di lavoro uguale all'offerta) il saggio del salario deve uguagliare il valore del prodotto marginale del lavoro e deve essere uguale in tutte le imprese. In regime di concorrenza perfetta “si avrà un livello uniforme della produttività marginale del lavoro e del salario ...” il quale dipenderà dalla domanda e dall'offerta complessiva di lavoro, cioè, in ultima analisi, dalla quantità di lavoro disponibile confrontata con quella degli altri fattori della produzione che si combinano col lavoro” (Bresciani-Turroni). Da ciò deriva che “quanto più grande è il numero di operai in un Paese, relativamente alle quantità di terra e di capitale, tanto più bassa sarà la produttività marginale del lavoro e perciò più basso è, in un sistema di libertà economica, il salario”. La piena concorrenzialità dei mercati implica che sia le imprese sia i lavoratori non possano influire sul salario reale, libero di fluttuare e quindi di eliminare qualsiasi squilibrio. La capacità di questo modello di rappresentare la realtà si riduce sensibilmente, a partire dai primi anni del sec. XX, con l'affermazione della grande impresa e delle grandi associazioni sindacali. Si sviluppano sul mercato del lavoro, in altri termini, forme di concorrenza imperfetta che rendono più rigidi i salari. J. M. Keynes vede nella rigidità dei salari nominali la ragione ultima per cui si realizza disoccupazione involontaria nelle moderne economie. Dalla seconda metà del Novecento è stata sentita l'esigenza di rappresentare esplicitamente le modalità di determinazione del salario come risultante di un processo di contrattazione (bargaining) tra le diverse parti sociali, con applicazione di strumenti desunti dalla teoria dei giochi.

Diritto

Anche al salario si applica la norma generale prevista dall'art. 36 della Costituzione, per cui esso deve essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro svolto e in ogni caso sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Il salario può essere corrisposto in moneta o in natura, anche se oggi è assolutamente prevalente la prima forma. Il salario contrattuale è quello fissato nei patti di lavoro; il salario di fatto è quello effettivamente corrisposto al lavoratore, in genere superiore per gli accordi aziendali particolari derivanti dalla contrattazione integrativa aziendale. Dal salario vanno tenute distinte alcune provvidenze che non sono a carico del datore di lavoro e sono corrisposte dallo Stato o da enti previdenziali (per esempio gli assegni per il nucleo familiare). Dal punto di vista della struttura il salario è composto da vari elementi: paga base, in genere oraria, fissata nei contratti collettivi nazionali stipulati per i vari settori dalle relative organizzazioni sindacali di categoria; indennità varie, dipendenti dalle qualifiche professionali, dall'età, o dalle particolari caratteristiche di certi lavori disagiati o ad alto indice di nocività; premi di produzione, corrisposti dalle aziende con più alta produttività. Dalla somma così risultante sono detratte le ritenute a carico del lavoratore sia per oneri sociali e previdenziali sia fiscali e si ha il salario esatto. Il salario può essere pignorato o sequestrato, in misura non superiore al quinto, dal creditore del lavoratore.

Bibliografia

Per l'economia

J. T. Dunlop (a cura di), The Theory of Wage Determination, Londra, 1957; B. J. Mc Cormick, Wages, Londra, 1969; J. Lecaillon, Les salaires, Parigi, 1973; E. Addis, E. Tarantelli, Salario, inflazione e relazioni industriali, Venezia, 1984.

Per il diritto

E. Guidotti, La retribuzione nel rapporto di lavoro, Milano, 1956; G. Smuraglia, La persona del prestatore nel rapporto di lavoro, Milano, 1965; A. Cova, L'occupazione e i salari, Milano, 1977; G. Napolitano, Il nuovo regime della integrazione salariale, Napoli, 1991.

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