sanatòrio

agg. e sm. [sec. XIX; dal latino tardo sanatoríus, da sanāre, sanare].

1) Agg., di atto o fatto volto a sanare una situazione giuridica e amministrativa.

2) Sm., complesso ospedaliero che offre la possibilità di completare le cure mediche o chirurgiche con particolari terapie igieniche o attività elioterapiche. Con sanatorio si usa comunemente indicare però gli istituti ospedalieri che provvedono al ricovero di malati delle varie forme di tubercolosi. Alla base dell'istituzione di sanatori per tubercolotici vi è stato dapprima l'intendimento di isolare malati contagiosi e, successivamente, dopo la metà del sec. XIX, la convinzione che la cura della tubercolosi poteva avvalersi di particolari ambienti climatici, vita igienica, aria pura, riposo e opportune diete. I primi sanatori vennero realizzati in zone montane, in Gran Bretagna, Germania e Svizzera per la cura della tubercolosi polmonare. Il primo sanatorio realizzato in Italia, all'inizio del sec. XX, fu opera di un giovane medico, Ausonio Zubiani, e venne creato nella pineta di Sortenna di Sondalo, in Valtellina. L'ubicazione di un sanatorio viene scelta in base al criterio di consentire ai pazienti una degenza in un luogo dal clima salubre, ben aerato e con ottima insolazione, lontano da città e da insediamenti industriali, quindi da fonti di inquinamento, dove poter applicare un regime di vita e una terapia medica e dietetica appropriata, in condizioni da non sviluppare forme di contagio. I sanatori ubicati in zone montane sono destinati alla cura delle forme polmonari; i complessi realizzati in località marine o prossimi a queste sono riservati alla cura delle forme ossee, cutanee e linfoghiandolari. Attualmente il sanatorio per tubercolotici ha perso d'importanza per il netto declino della tubercolosi.