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scàmbio (sociologia e antropologia)

processo durante il quale più soggetti cedono uno all'altro una risorsa sociale (beni, informazioni, prestazioni, oggetti di valore simbolico ecc.) con utilità reciproca e nel rispetto di norme culturali che fissano i termini del processo. Si distinguono uno scambio omogeneo, se viene ceduta una risorsa di uguale materia da entrambe le parti, e uno scambio disomogeneo in caso contrario. Lo scambio economico può intendersi come un caso particolare di scambio sociale. Lo scambio sociale viene considerato dai sociologi e dagli antropologi un importante fattore di comunicazione (per alcuni, anzi, è esso stesso una forma di comunicazione) e come tale veicolo di integrazione sociale. M. Mauss nel celebre Saggio sul dono (1926), ne ha fatto il principio esplicativo di alcuni comportamenti presso le popolazioni primitive: secondo l'antropologo francese gli scambi, effettuati sotto forma di donativi, in teoria volontari, in realtà erano fatti e ricambiati obbligatoriamente. Egli individuò, dunque, alla base dello scambio arcaico, il triplice obbligo, radicato nella psicologia umana, di dare, ricevere e restituire, ossia un principio di reciprocità, da cui dipendono le relazioni di solidarietà tra individui e gruppi, mediante lo scambio di doni pregiati. A queste problematiche si collegò anche l'analisi di C. Lévi-Strauss sulle regole di matrimonio e parentela in diversi gruppi tribali, che sostenne l'esistenza di una correlazione tra le modalità dello scambio sociale e la solidarietà. Egli mise in relazione lo scambio sociale “ristretto” (quello che avviene tra due singoli soggetti) alla solidarietà “meccanica”, fondata sull'uguaglianza di gruppi e individui e sulla loro integrazione nel sistema sociale, collegando invece lo scambio sociale “generalizzato” alla solidarietà “organica”, tipica di una società fortemente differenziata e maggiormente diversificata nel complesso delle sue strutture e delle relazioni sociali. Questa interpretazione, che sottolinea il ruolo della collettività, è stata criticata dalla sociologia statunitense degli anni Sessanta del Novecento, che ha elaborato un approccio di tipo più individualistico, evidenziando come lo scambio abbia acquisito sempre più la caratteristica di una attività che serve a trasferire nel tempo e nello spazio un bene economico, una forma di comportamento sociale in cui gli individui stabiliscono una relazione calcolandone costi e benefici. In L’échange symbolique et la mort (1976; Lo scambio simbolico e la morte), J. Baudrillard riconobbe una distinzione sostanziale tra le società simboliche, che definì come sistemi organizzati mediante lo scambio premoderno, e le società completamente strutturate attorno alla produzione e allo scambio di beni. In seguito contrappose il proprio ideale di scambio simbolico all'utilitarismo delle società capitaliste. Negli anni Ottanta del Novecento uno studio importante delle tipologie di scambio è stato svolto da M. Sahlins. L'antropologo ha assunto come variabili la distanza sociale e il grado di reciprocità fra i partner che attuano lo scambio di merci e non il valore di queste che è fondamentale nello scambio commerciale. Sahlins, partendo dalla teoria di K. Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità (generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un rapporto istituzionale (per esempio il dono, l'ospitalità e i doveri familiari); la reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa categoria; quella negativa è costituita da uno scambio finalizzato a conseguire un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene fra istituzioni simmetriche.