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scarificazióne

sf. [sec. XIV; da scarificare].

1) Lieve incisione interessante gli strati superficiali della cute o delle mucose e non seguita da fuoruscita di sangue. Viene praticata nell'accertamento diagnostico di uno stato di infezione o di una condizione di ipersensibilità di tipo allergico. Un tempo era impiegata anche per l'effettuazione di vaccinazioni, come quella antivaiolosa.

2) In etnologia, pratica estetico-rituale seguita da alcune popolazioni (tasmaniani, australiani, micronesiani, andamani, pigmei, boscimani ecc.) consistente nell'effettuare incisioni nella pelle secondo un preciso disegno, inserendo poi bastoncini o sassolini che ritardino la cicatrizzazione, così da produrre una sorta di tatuaggio a rilievo. In particolare la scarificazione rituale consiste nel versamento di sangue mediante piccoli tagli ai fini sacrali più diversi, che vanno dalla purificazione all'offerta al dio. Come rito purificatorio, la scarificazione agisce secondo uno schema di espulsione dell'impuro, desumibile da riti analoghi nei quali al posto del sangue si trova la saliva o il vomito. Come rito cultuale, equivale al sacrificio della persona scarificata e la si può pertanto considerare come un'offerta sostitutiva.

Nei secoli passati un'autorità superiore decideva le modalità di scarificazione, senza il consenso dell'interessato. Nell'uso moderno, invece, la scarificazione è divenuta uno dei tanti modi di ornare il proprio corpo, accanto al tatuaggio e al piercing. Le tecniche di scarificazione sono varie e ognuna dà un risultato estetico diverso, dal branding (marchio a fuoco, derivato dall'abitudine di popolazioni antiche di marchiare gli schiavi e gli animali) al cutting (incisione o taglio della pelle, che prevede anche la successiva introduzione nella ferita ancora aperta di una sostanza come la cenere, l'inchiostro o altro ancora, per poterne manipolare il processo di cicatrizzazione).

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