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sequènza (musica e poesia)

dal punto di vista formale la sequenza rappresenta una variante del tropo, essendo basata su un analogo processo di trasformazione testuale e musicale degli Alleluia gregoriani. Tradizionalmente attribuita a N. Balbulus (ca. 840-912), monaco svizzero dell'abbazia di San Gallo, che ne spiegò la realizzazione nel proemium al suo Liber hymnorum (ca. 860), sembra sia comparsa originariamente nel nord della Francia (Jumièges) e in Provenza (San Marziale di Limoges), dove fu nota con il nome di prosa. In un primo tempo su testi in prosa, si trasformò nel sec. XII, grazie soprattutto all'opera di A. de Saint-Victor (m. 1177 o 1192) in una composizione strofica e in rima. Sotto il profilo musicale, la forma presenta grande interesse in quanto rispecchia procedimenti compositivi di alta complessità tra i più raffinati del repertorio medievale (ripetizioni di membri di frase, uso di progressioni, forme di variazione ecc.). L'uso liturgico della sequenza, diffusissima nel Medioevo (fiorì in vari centri fra cui San Gallo, Limoges, Nonantola, Verona, Winchester), fu rigidamente arginato dal Concilio di Trento, che ne permise solo quattro: Victimae paschali laudes per il giorno di Pasqua; Veni Sancte Spiritus per la Pentecoste; Lauda Sion Salvatorem per il Corpus Domini; Dies irae per la messa dei defunti; al 1727 risale l'accoglimento nella liturgia (per il venerdì santo) di una quinta sequenza, il celebre Stabat mater di Jacopone da Todi. La forma della sequenza fu presto ricalcata anche da canti profani (Carmina Cantabrigiensia, sec. XI) influenzando anche lo strofismo dei primi trovatori e altri componimenti poetico-musicali come i lais francesi, i Leiche tedeschi e, attraverso la tradizione di un tipo di sequenza, la lauda italiana.