sindacalismo

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Definizione

sm. [sec. XX; da sindacale2, sul modello del francese syndacalisme]. Insieme dei movimenti espressi dai lavoratori per la difesa dei propri interessi economici, professionali e sociali e delle teorie alle quali tali movimenti si richiamano. Per la trattazione della storia dell'associazionismo operaio nei principali Paesi industrializzati si rimanda alla voce sindacato. Qui si riferirà circa il dibattito intorno alla natura e ai fini dell'azione sindacale, svoltosi attraverso l'elaborazione di culture sociali appoggiate talvolta a particolari esperienze sindacali, talvolta a ideologie politiche.

Cenni storici: il sindacato unionista di tipo inglese

I primi a riflettere sull'esperienza sindacale furono i coniugi S. Webb (1859-1947) e B. Potter (1858-1945), che affrontarono con un'analisi di tipo sociologico l'esperienza delle Trade Unions inglesi. Giunsero così a definire il sindacato come “una associazione continua di salariati allo scopo di mantenere e migliorare le condizioni del loro impiego”, suscitata dalla “rivoluzione economica” che investe il sistema industriale. Inerenti al sindacato unionista sono la democrazia interna e una struttura ben organizzata. Strumenti iniziali cui ricorse l'unionismo inglese furono la mutua assistenza, la contrattazione ai vari livelli, una legislazione di sostegno. Le unioni operaie inglesi, così definite dai Webb, erano consapevoli di influenzare con la loro stessa esistenza lo sviluppo dell'azione politica; infatti, le associazioni sindacali, oltre che mirare a migliorare le condizioni dei singoli lavoratori, intendevano influire sulle dinamiche decisionali che riguardavano più in generale lo sviluppo economico del Paese. Tale sindacato, però, non realizza nella società una democrazia di tipo politico, fondata sul momento elettorale, ma una democrazia fondata sull'autogoverno sindacale. Alla base della filosofia delle Trade Union vi è il concetto per cui un sindacalismo moderno ed efficiente si risolve in un fattore non dannoso ma di stimolo per la produttività delle aziende e del sistema economico complessivo. L'imposizione, infatti, di criteri restrittivi in ordine al collocamento della manodopera, soprattutto per quanto riguarda le mansioni più qualificate, fa sì che ciascun posto di lavoro venga occupato dal prestatore d'opera più idoneo; la continua conquista di miglioramenti economici da parte del lavoratore accelera la promozione del progresso tecnologico, come via per far fronte agli incrementi del costo del lavoro. Se l'analisi dei Webb si soffermava su un determinato tipo di unionismo, tuttavia metteva in evidenza i caratteri essenziali che pongono il sindacato a un crocevia tra le questioni economiche, sociali e politiche. Variando le coordinate del quadro di riferimento anche l'esperienza sindacale si modificherà mettendo in evidenza luci e ombre della sua azione storica. Col modificarsi perciò dell'ambiente economico e dello sviluppo industriale (libero mercato, economia mista, pianificazione economica) ne consegue la differente funzione e il nuovo significato del sindacato. In particolare risulta evidente che la sua presenza, in relazione alla sua natura e ai suoi fini, non può essere pienamente affermata in regimi di governo in cui siano assenti la democrazia politica e la libertà d'associazione. Un'indagine comparata dei diversi sindacati, sorti nel sec. XIX nei Paesi in cui l'industrializzazione e il processo di democratizzazione si sono affermati in tempi e modalità diverse, conferma la validità del modello interpretativo e le modifiche a esso apportate.

Cenni storici: il sindacato di ispirazione cristiana

I sindacati che nella prima metà del sec. XIX hanno con maggior vigore, pur con risultati diversi, approfondito l'autonomia originaria dell'associazionismo operaio, sono stati quelli che hanno guidato i movimenti sindacali di ispirazione cristiana e quelli sindacal-rivoluzionari. Nel primo caso, la dottrina sociale della Chiesa, ribadita dalla Rerum Novarum, assunta direttamente come principio direttivo dell'azione sindacale, consentiva di considerare l'associazionismo sindacale, insieme a quello delle unioni miste formate da imprenditori e operai, un'esperienza libera della società civile, difesa dalla ingerenza dello stato, con propri strumenti e finalità. Nella tradizione di tale dottrina, fondata sulla naturale esigenza della persona ad associarsi in corpi intermedi, le diverse correnti del cattolicesimo sociale si distinsero (a seconda delle circostanze storiche che influirono anche sull'organizzazione confessionale del movimento sindacale) in base alla maggiore o minore enfasi data a limitati obiettivi di tutela professionale o sulla controversa tendenza a concepire il sindacato in una visione organica della vita statuale (attraverso forme riferibili alle corporazioni medievali o attraverso interventi legislativi).

Cenni storici: il sindacato di ispirazione rivoluzionaria

Anche nel sindacalismo rivoluzionario il sindacato assume un ruolo autonomo, ma che finisce per investire tutta la vita sociale e politica, con una pretesa, mai verificata, di poterne risolvere tutti i problemi (pansindacalismo). Molteplice, invece, il dibattito sul sindacalismo svoltosi all'interno del movimento socialista, che si rifà alla tradizione umanitaria e solidaristica. In esso si è modulata in diverso modo l'assunzione del sindacato come associazione per la tutela degli interessi professionali con l'esigenza di assegnare allo stato riformatore il ruolo di protagonista nel processo di una reale emancipazione dei lavoratori: il sindacato finiva per identificarsi nel suo ruolo di alleato (nella sua opera di democratizzazione della società borghese) del partito politico socialista, dal quale attingeva i principi animatori. Nei regimi e nelle culture di tipo autoritario e totalitario, affermatisi in Europa a partire dal primo quindicennio del sec. XX, naturalmente ben poco spazio poteva essere riservato all'esperienza sindacale. In particolare, il sindacalismo che si ispirava all'ideologia comunista e marxista, così come era realizzato negli stati dell'Europa orientale e in talune esperienze sindacali occidentali, si concepiva come strumento di iniziativa politica rivoluzionaria del proletariato, incapace da solo a modificare la logica del capitalismo; esso era destinato perciò a essere orientato dal partito guida che ne decideva gli indirizzi (come si dirà negli anni Cinquanta anche in Italia, una “cinghia di trasmissione” del partito rispetto alla società civile). Nell'idea di un confederalismo “generale”, diretto dal centro alla periferia, l'accezione classista del sindacato inevitabilmente comporta la negazione dell'autonomia e della sovranità associativa, mentre si tende a investire lo stato di competenze proprie della società civile.

Cenni storici: il sindacato corporativo

Una situazione analoga accadde per la concezione corporativa dello stato, tipica di alcuni regimi autoritari dell'Europa centrale e mediterranea tra le due guerre, in cui la rappresentanza professionale, pur se accolta dal sistema politico, subì un doppio processo di riduzione: reso obbligatorio il sindacato unico, ed eventualmente inserito nel sistema rappresentativo attraverso la costituzione di una Camera, esso divenne strumento della mobilitazione sociale. Anche in questo caso il sindacato, non autonomo e senza vera libertà di associazione, si snatura e diventa puro strumento di regolazione dello stato.

Cenni storici: la cultura sindacale americana

Negli Stati Uniti la corrente di pensiero della scuola del Wisconsin e di S. Perlman (1888-1959) riprese le riflessioni sull'unionismo anglosassone che nel frattempo aveva maturato una prospettiva politica che aveva sostenuto, in chiave riformista, la nascita del Partito laburista. Nella cultura sindacale americana, invece, in rapporto al particolare processo di industrializzazione proprio degli anni Trenta, si accentuarono altre caratteristiche che condussero il sindacato, senza distaccarsi dalle esigenze concrete dei lavoratori, a occuparsi degli stessi problemi propri del sistema economico nel suo complesso: si pensi per esempio al collegamento tra azione sindacale e migliore produttività aziendale. In Europa, tuttavia, una malintesa applicazione delle teorie americane, un'interpretazione cioè in chiave tecnica e funzionale del ruolo del sindacato quale elemento di efficienza del sistema produttivo, ha spesso impedito lo svilupparsi di un sistema di relazioni industriali in cui sindacato dei lavoratori, imprenditori e stato potessero confrontarsi, rispettosi delle legittime istanze di cui erano per natura portatori.

Cenni storici: il sindacato in Italia: la teoria di Mario Romani

In Italia, nell'ambito del sindacalismo libero e indipendente dai partiti che accomunò diverse esperienze sindacali non comuniste, in relazione alle trasformazioni di un sistema a economia mista in un regime democratico, un'elaborazione teorica importante sulla natura e sui fini del sindacato fu offerta da M. Romani. Egli, riprendendo la riflessione sul vincolo di natura che lega lo sviluppo del movimento sindacale all'esigenza associativa e all'ambito democratico, raccogliendo l'eredità del cattolicesimo sociale e superando il modello unionista, affermò che “l'accoglimento del sindacato democratico e della sua azione nel seno della società civile organizzata determina una crescente e inderogabile esigenza strutturale della stessa e costituisce una garanzia e una difesa dell'ordine democratico”. Il modello romaniano configura un sindacato del tutto diverso dal partito politico, per natura, fini e metodi d'azione, ma consapevole della valenza politica della sua azione in quanto chiamato a partecipare, in vista di quell'emancipazione dei lavoratori connessa al miglioramento del sistema economico in generale, alle decisioni relative a tale sviluppo. Romani apriva così il dibattito all'idea del sindacato come attore protagonista di quello spazio di autoregolazione sociale, il cui conseguimento costituisce (nella crisi dovuta alle nuove trasformazioni del lavoro, alla delegittimazione della preminenza del momento politico, alla frammentazione della società civile) uno dei nodi che devono affrontare non solo le forze sindacali ma tutte le parti sociali e politiche dei regimi democratici.

Bibliografia

A. Gradilone, Storia del sindacalismo, Milano, 1957-59; F. Momigliano, Lavoratori e sindacati di fronte alle trasformazioni del processo produttivo, Milano, 1962; R. Melis, I sindacati italiani, Roma, 1964; E. Dolléans, Storia del movimento operaio, Firenze, 1968; G. Baglioni, Sindacato e proteste operaie, Milano, 1969; I. Barbadoro, Storia del sindacalismo italiano, Firenze, 1972; S. Turone, Storia del sindacato in Italia: 1943-1969, Bari, 1973; V. Foa, Sindacati e lotte operaie: 1943-1973, Torino, 1975; S. Turone, Sindacato e classi sociali, Bari, 1976; M. Antonioli, Azione diretta e organizzazione operaia, Taranto, 1991.

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