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sinologìa

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Definizione

sf. [sec. XIX; sino-+-logia]. Scienza che si occupa dello studio della lingua, della letteratura, della storia, dell'economia, del diritto, delle ideologie e, più in generale, della cultura e della civiltà prodotte dalla Cina. La sinologia come scienza organica nasce piuttosto tardi: durante la prima metà del sec. XIX, quando la prima cattedra europea di lingua cinese fu istituita a Parigi, al Collège de France, e affidata al professor J.-P. Rémusat (1815). Prima di quell'epoca, la conoscenza della Cina era stata tendenzialmente occasionale, non poco fantasiosa e arbitraria, frutto delle relazioni, molto serie, dei padri missionari in Cina, i quali tuttavia tendevano a generalizzare esperienze particolari e a parcellizzare fenomeni complessi. Una breve rassegna delle opere che contribuirono a formare l'orientamento europeo sugli aspetti straordinari della vita e della società cinese inizia con il Milione di Marco Polo (sec. XIII). Grande successo e diffusione ebbe l'opera del monaco agostiniano spagnolo Juan Gonzáles de Mendoza: Historia de las cosas mas notables, ritos y costumbres del gran Reyno de la China (1595). Agli inizi del sec. XVII furono riordinate e diffuse da Nicholas Trigault le relazioni del padre gesuita Matteo Ricci; Athanasius Kircher pubblicò, qualche decennio più tardi, China illustrata (1667). Il padre gesuita, Daniello Bartoli intitolò Della Cina il V volume della sua opera Dell'Istoria della Compagnia di Gesù (1650-73), e G. W. Leibniz, nel 1697, diede alle stampe Novissima sinica historiam nostri temporis illustratura. Nel 1735 venne alla luce, a cura di J. B. du Halde, a Parigi, un'opera di notevole impegno: Déscription géographique, historique, chronologique, politique et physique de l'Empire de la Chine et de la Tartarie Chinoise in cui è compreso anche un dramma cinese del sec. XIII, l'opera teatrale L'orfano della famiglia Chao, tradotto dal padre gesuita J.-H. Prémare. L'opera fu ripresa, in Italia, da P. Metastasio. Ma si era ancora nella fase nebulosa e approssimativa.

Cenni storici: l'evoluzione della disciplina a partire dal sec. XIX

Con la prima metà dell'Ottocento si assistette invece a un coagularsi preciso di interessi verso il mondo cinese e al delinearsi di una cultura che tendeva a squarciare il velo che circondava ancora il mondo cinese. Significativi, al riguardo, oltre all'istituzione di una cattedra di lingua cinese, come si è visto, a Parigi, furono l'incarico e l'incoraggiamento che il direttore della fabbrica di ceramiche e porcellane di Sèvres diede a Julien Stanislas perché traducesse i testi cinesi che trattavano della porcellana: da ciò nacque la Histoire et fabrication de la porcelaine chinoise (1856). In Italia, una traduzione dal cinese dello stesso Stanislas era stata destinata agli allevatori di bachi da seta, col titolo Dell'arte di coltivare i gelsi e di governare i bachi da seta, secondo il metodo chinese; sunto di libri chinesi tradotto in francese da S. J. Versione italiana con note e sperimenti del cavalier Matteo Bonafous (1837). L'analisi critica della lingua cinese, le opere, gli studi riferiti alla Cina si moltiplicarono e si diffusero. La schiera dei sinologi, in Occidente, divenne numerosa. Si ricordano, tra i tanti, i nomi dei più noti, avvertendo che accanto a essi se ne potrebbero citare ancora altri. In Francia: J.-H. Prémare, J.-P. Remusat, J. Stanislas, E. Grandidier, É. Chavannes, P. Pelliot, H. Cordier, F. S. Couvreur, H. Maspero, M. Granet. In lingua tedesca: G. von der Gabelentz, O. Franke, A. Forke, W. Grube, L. Wieger. In lingua inglese: R. Morrison, J. Legge, A. Wylie, T. F. Wade, H. A. Giles, A. M. Stein, H. B. Morse, A. W. Hummel, A. Waley, H. G. Creel, W. E. Soothill. In lingua svedese: K. B. J. Karlgren. Olandesi: J. M. de Groot, J. J. L. Duyvendak. Russi: I. Bičurin, Palladij, B. Alexeev. Italiani: A. Zottoli, L. Nocentini (che nel 1890 iniziò l'insegnamento della lingua e letteratura cinese nell'Istituto orientale di Napoli), P. B. Valle, G. A. Vitale, G. Vacca, M. Benedikter, G. Tucci, P. d'Elia.

Medicina

Nell'ultimo decennio del secolo scorso si è manifestato, nel mondo occidentale, un interesse crescente verso le medicine naturali, prima fra tutte la medicina tradizionale cinese. In contemporanea con la profonda crisi che ha messo in discussione i dogmi della medicina ufficiale, la medicina cinese ha apportato nella civiltà occidentale una filosofia alquanto diversa, basata su una cultura salutistica che percepisce le persone come "in armonia" o "non in armonia" con se stesse e con l'ambiente circostante. La malattia sarebbe così una conseguenza di uno stato di disarmonia e la medicina dovrebbe intervenire ristabilendo l'equilibrio del malato. Il concetto principale che sta alla base della medicina tradizionale cinese è quello di forza vitale, accanto al quale alcune terapie prendono in considerazione i due aspetti dell'energia finalizzati al raggiungimento dell'equilibrio armonico, lo yin e lo yang. Lo yin e lo yang sono i due elementi costitutivi della duplice natura dell'energia, ciascuno dei quali coesiste all'interno di ogni individuo in un flusso costante. L'equilibrio fra questi due aspetti può essere ristabilito tramite le diverse pratiche, come il qigong, il t'ai chi ch'uan, il do'in, tutte ormai presenti e ufficializzate come discipline mediche anche nei paesi occidentali. L'agopuntura è la più nota delle terapie alternative cinesi; è stata praticata in Cina per migliaia di anni, ha acquistato grande popolarità anche in Occidente ed è stata adottata ufficialmente da molti medici occidentali (in Italia nel 1968 è stata fondata la Società italiana agopuntura, mentre nel 1995 è nata la Associazione medica per lo studio dell'agopuntura). L'alternativa all'agopuntura è la fitoterapia cinese, anch'essa antichissima, che prevede la cura della malattia attraverso l'assunzione di erbe cinesi.