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slavofilìsmo

sm. [da slavòfilo]. Movimento nato in Russia intorno al 1840 come reazione alla prima delle Lettere filosofiche di P. J. Čaadaev, pubblicata nel 1836; in essa si sviluppavano le idee “occidentaliste” e si istituiva un severo processo a tutta la storia russa. Contro queste tesi, a cui aveva fatto eco dalla Francia il libro di A. de CustineLa Russie en 1839 (1843), si scagliò innanzitutto l'opinione ufficiale della corte e del governo, consistente nella negazione decisa dei valori dell'Occidente a cui si contrapponevano i tre principi: ortodossia, autocrazia, nazionalità. Ma una reazione più intelligente venne da parte di Aleksej S. Chomjachov, Ivan V. Kireevskij, K. S. Aksakov e altri. Costoro seppero portare, a favore della civiltà russa, argomenti religiosi (il genuino cristianesimo dei Russi), storici (la costituzione pacifica e democratica dello stato moscovita), sociologici (presenza nella civiltà slava di istituzioni comunitarie come il mir). Secondo i seguaci dello slavofilismo, la Russia era in grado d'offrire alla storia del mondo un contributo d'alto valore morale. Questa opinione non coincideva tuttavia con l'ideologia ufficiale, giacché simpatizzava con le istituzioni popolari e condannava la servitù della gleba e l'autocrazia tirannica: punti di vista a cui il sospettoso governo di Nicola I guardava con estrema diffidenza. Talvolta lo slavofilismo si è intrecciato con i progetti politici del panslavismo. Molti intellettuali russi dell'Ottocento, come F. Dostoevskij furono influenzati dallo slavofilismo, mentre tracce di slavofilismo si trovano ancora nella cultura russa novecentesca e contemporanea, per esempio nelle opere di A. Solzenicyn.

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