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somatostatìna

sf. [da somato-+-stato+-ina]. Ormone prodotto dall'ipotalamo, che inibisce la liberazione dell'ormone somatotropo. L'azione opposta della somatostatina consente all'ipotalamo di regolare il livello di somatotropina circolante. Scoperta nel 1972 dal premio Nobel R. Guillemin, la somatostatina è utilizzata anche come farmaco per bloccare la secrezione delle ghiandole dell'apparato digerente, per impedire, in gravi malattie del fegato, il sanguinare dell'esofago e per combattere l'aumento nell'intestino della secrezione di sostanze stimolate da tumori neuroendocrini. Si è sperimentato, inoltre, che la somatostatina somministrata ad alcuni animali da laboratorio, in bassissime concentrazioni, inibisce la proliferazione di cellule tumorali della mammella, del pancreas e di alcune della prostata. L'attività antitumorale della somatostatina può essere diretta e indiretta. In quella diretta, la sostanza interagisce in maniera selettiva sulla cellula tumorale, legandosi a cinque diverse molecole della superficie cellulare, i recettori di membrana, per sviluppare nuove cellule neoplastiche e provocare la morte programmata, o apoptosi, delle stesse cellule tumorali. In quella indiretta, invece, la somatostatina riduce nel sangue il numero di alcuni ormoni legati alla crescita tumorale: l'ormone dell'accrescimento, l'ormone del fattore di crescita insulino-simile, la prolatina e la gastrina. La somatostatina da sola ha trovato però scarso impiego nella cura dei tumori umani, in quanto la sua rapidissima eliminazione da parte dell'organismo non consente di trattenere nel sangue e nei tessuti connettivali sufficienti concentrazioni. Si è cercato, per questo, di individuare sostanze simili come l'octeotride e il lanreotide, che venissero trattenute più a lungo nell'organismo.

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