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spècie

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Lessico

(ant. spèzie), sf. inv. [sec. XIII; dal latino specíes-ei, aspetto esteriore, da specĕre, guardare, osservare].

1) Complesso di individui distinti da altri individui dello stesso genere per una serie di caratteri comuni: la specie è una suddivisione del genere. In particolare, in biologia, categoria sistematica che sta alla base di ogni classificazione formale; la specie umana, il genere umano. In matematica, è rif., con significati di volta in volta diversi, a invarianti numerici.

2) Tipo, caso particolare in cui si concretizza un'ipotesi più generale: ci sono molte specie di società; nella specie., nel caso particolare, nel caso di cui si sta parlando. Per estensione, sorta, qualità: persone di ogni specie; merci di tutte le specie; una specie di, espressione con cui ci si riferisce a cosa che nella forma o per le funzioni ricorda vagamente la cosa che si nomina: il cedro è una specie di limone; mi ha fatto una specie di promessa; con tono spregiativo o scherzoso, per indicare cosa o anche persona che non possiede pienamente le qualità positive della cosa o persona nominata: dove vai con quella specie di macchina?; fare specie, suscitare impressione, stupore, sorpresa e simili, specialmente in espressioni di biasimo: mi fa specie sentire queste cose sul tuo conto; il sangue mi fa specie, mi fa ribrezzo.

3) Con valore di avv., anche nella loc. in specie, in modo particolare, soprattutto, specialmente: gli piace molto il vino, specie quello rosso; legge molti libri, in specie romanzi.

4) Poco comune, forma esteriore, aspetto, apparenza; in particolare, specie consacrate, le apparenze del pane e del vino, sotto le quali, dopo la consacrazione del sacrificio della Messa, nell'eucarestia, si celano il corpo e il sangue di Gesù Cristo.

Biologia

Una definizione di specie valida in senso assoluto è impossibile a causa della molteplicità dei fattori che concorrono alla caratterizzazione di ciascun essere vivente e quindi alla delimitazione, nel senso di gruppo isolato, delle popolazioni che abitano i vari ambienti geografici. In senso teorico una specie dovrebbe essere un gruppo omogeneo di individui morfologicamente simili, con il medesimo pool genetico, tutti con lo stesso rapporto ecologico con l'ambiente in cui vivono e tali da mantenere inalterato il proprio isolamento riproduttivo. In pratica ciò non si verifica perché le singole specie, chiaramente definibili come tali, non solo presentano a volte vistose differenze morfologiche (basti pensare a quelle fra maschi e femmine, come è fra molte specie di pesci e uccelli) fra gruppi di popolazioni ma anche diversità più o meno accentuate fra individui o gruppi d'individui all'interno della specie stessa, non sempre raggruppabili in entità definite (razze biologiche). I fattori che permettono una delimitazione, relativamente sicura, della specie (almeno per tempi abbastanza lunghi) restano pertanto il comune patrimonio genetico, l'identità di comportamento e l'isolamento riproduttivo: ciò porta alla concezione di specie politipica, almeno per la maggior parte degli esseri viventi, cioè di gruppo omogeneo formato da una o più popolazioni costituite da individui simili ma non necessariamente identici fra loro. I criteri seguiti dagli studiosi per definire una specie sono molteplici: il primo adottato, e tuttora parzialmente seguito per la classificazione tassonomica, è quello tipologico, che tiene conto solo dell'aspetto, dell'anatomia e fisiologia degli individui formanti una popolazione mendeliana; le definizioni di specie che ne scaturiscono sono di tipo morfologico e non tengono in sufficiente conto tutti i problemi legati alla riproduttività degli esseri viventi: è pertanto facile cadere in errori di valutazione quando ci si trova di fronte a una specie polimorfa, una specie cioè in cui non tutti gli individui sono morfologicamente simili, come è frequente negli animali. Più validi i criteri adimensionale e pluridimensionale: il primo considera le popolazioni derivate da progenitori di cui mantengono invariato il pool genetico, sono in stretto isolamento riproduttivo rispetto aspecie simili viventi con esse a contatto, hanno tutte la medesima area geografica di diffusione (specie simpatriche e sincroniche). In un sistema adimensionale è piuttosto facile distinguere nettamente le varie specie contigue in quanto un “intervallo” discontinuo le separa (diversa nicchia ecologica, diversa etologia ecc.). In questo caso specie viene a designare un rapporto ben preciso tra le popolazioni presenti in una data area dovuto all'isolamento riproduttivo, per cui gli individui di una popolazione non possono incrociarsi con quelli della popolazione accanto anche morfologicamente simile (specie sorella). Il termine specie indica quindi uno stato, una condizione per cui una popolazione è vista come specie solo se confrontata con un'altra. Nel sistema pluridimensionale il criterio di base è la capacità reale o potenziale di incrociarsi tra i vari individui di più popolazioni; la specie è rappresentata da un gruppo di popolazioni che non vivono necessariamente nello stesso spazio e nello stesso tempo, hanno cioè area di diffusione geografica diversa da quella di specie simili (specie allopatriche e allocroniche). Le più seguite definizioni di specie sono quelle che tengono conto di questi presupposti teorici: tali sono quelle di T. Dobzhansky: “specieè la popolazione più comprensiva, nel tempo e nello spazio, che rappresenti una comunità riproduttiva distinta” o anche “la più ampia e comprensiva comunità riproduttiva di individui sessuali e fertili negli incroci, aventi in comune uno stesso pool genico”; e di E. Mayr: “specie sono tutti quei gruppi di popolazioni naturali effettivamente o potenzialmente capaci di riprodursi per incrocio”. Sebbene tutte le moderne definizioni di specie tengano conto dei criteri adimensionale e pluridimensionale, esistono ricercatori di indubbia fama, quali G. G. Simpson, che non ritengono corrette queste definizioni di specie, dette biologiche, pur accettando quale discriminante fondamentale per la qualificazione di specie l'isolamento riproduttivo. Simpson parla infatti di “concetto genetico” di specie e si riallaccia, sotto questo aspetto, alla scuola mendeliana che forniva una definizione rigidamente tipologica della specie, ma della quale rifiuta il criterio puramente morfologico.

Filosofia

Nella terminologia filosofica assume vari significati: in ontologia vale per forma, modello; in logica è data ancora dalla forma ma immanente alla materia e separabile da essa non nella realtà ma solamente per una astrazione mentale; in gnoseologia e nella filosofia antica è l'immagine (o apparenza) delle cose, che si stacca da esse ed entra nei nostri organi di senso, dando luogo alla conoscenza sensibile. In Platone la specie è l'idea come archetipo del reale, che ne costituisce l'essenza ed è al di là della realtà materiale e sensibile. In Aristotele la specie diviene una forma immanente all'essere concreto e determinato. Essa risulta dall'unione del genere prossimo e della differenza, cioè da un processo di determinazione successiva conducente dai generi sommi agli infimi, che costituisce il reale e insieme ne rende possibile l'intelligibilità. Dalla reciproca implicazione del significato ontologico e di quello logico in Aristotele discende la fissazione dell'accezione più propriamente logica in Porfirio: è “ciò che è ordinabile sotto il genere, e cui il genere è attribuito essenzialmente”. In particolare, la determinazione specifica conduce dall'universale più elevato (e generico) a quell'universale che non ha sotto di sé un altro universale, ma solamente individui; quest'ultimo si definisce specie specialissima. Nella concezione classica della specie coesistono l'aspetto intensionale (specie come complesso più o meno vasto di determinazioni) e quello estensionale (specie come concetto attribuibile a un certo numero d'individui). La logica moderna ha isolato il carattere estensionale, dando luogo al concetto di classe, mentre l'aspetto intensionale è stato a sua volta espresso con il concetto di significato di un termine. Secondo la dottrina aristotelica della conoscenza la specie sarebbe un'assimilazione dell'oggetto da parte del soggetto attraverso l'acquisizione della sua forma. Ulteriormente sviluppato dalla Scolastica il concetto di specie diventa per San Tommaso la presenza della forma dell'oggetto nell'anima. La specie diviene così la necessaria mediatrice tra la cosa e l'intelletto, la cui funzione consiste nel rendere possibile il riferimento intenzionale del pensiero alla realtà esterna. La dottrina delle specie fu accantonata dalla tarda Scolastica, insieme con la concezione aristotelico-tomista degli universali. L'indirizzo nominalistico prevalente sostenne un modello di conoscenza intuitivo ed empiristico, in cui l'atto conoscitivo si riferisce direttamente nella sua intentio all'oggetto conosciuto: Guglielmo di Occam criticava la dottrina della specie affermando che tramite essa la conoscenza avrebbe per oggetto pure immagini, e non le cose stesse.