stèmma

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Lessico

sm. (pl. -i) [sec. XVIII; dal latino stemma, corona, albero genealogico, risalente al greco stémma, da stéphein, incoronare].

1) Non comune, albero genealogico, per lo più nella loc. stemma dei codici, prospetto in cui si rappresentano, come in un albero genealogico, i codici presi in esame durante il processo di critica del testo.

2) In araldica, insegna o emblema assunto da una famiglia o da una istituzione a proprio simbolo distintivo; è sinonimo del più tecnico arme.

3) Nel ricamo, punto stemma, punto eseguito con un punto indietro passato per due volte sul diritto del lavoro.

Araldica: generalità

Parte essenziale dello stemma è lo scudo sul quale sono disposti secondo determinate regole le varie figurazioni araldiche. Il fondo dello scudo si chiama campo e figure tutti i disegni che vi compaiono. Lo scudo può essere tutto d'un colore oppure diviso in due o più colori e smalti. Elementi accessori dello stemma, aventi però ognuno collocazione specifica, sono l'elmo (con il cimiero) e la corona (o il cappello), indici del grado di nobiltà del titolare dell'arme, e poi il manto, gli svolazzi o lambrecchini, i sostegni o tenenti, il motto e altri ornamenti meno comuni.

Araldica: storia

L'uso dello stemma deriva da un lato dalle insegne militari già usate come insegne di gruppo nell'antichità e durante tutto il Medioevo europeo, e insieme anche dalle meno comuni ma ugualmente importanti insegne personali (usate per esempio nei sigilli). Ma di stemma nel significato oggi comune del termine si può parlare solo verso la metà del sec. XII quando si fissarono i principi dell'araldica che regolavano, nello spirito proprio della cavalleria medievale, i modi secondo i quali lo stemma si forma, si usa e si trasmette. Le testimonianze storico-artistiche dell'età immediatamente precedente la diffusione dello stemma (si parla solitamente di età prearaldica) mostrano in Europa un'accentuata tipizzazione delle insegne militari da cui si svilupparono in seguito gli stemmi. Le insegne dipinte sugli scudi sono ridotte a due tipi fondamentali: il leone per i cavalieri cristiani, segno di fedeltà alla Chiesa di Roma, e, in opposizione, il dragone, che va inteso come simbolo del paganesimo o di indipendenza. Al momento della nascita dell'araldica lo stemma assunse perciò anche precisi valori di simbologia politica che ne determinarono gli sviluppi successivi, soprattutto a opera delle monarchie anglo-normanne. Enrico II Plantageneto ruppe lo schema stereotipo dello scudo (prearaldico) col leone adottando il simbolo di due leoni passanti; i suoi figli Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra adottarono lo stemma paterno – per motivi di politica dinastica – abbandonando la consuetudine propria della cavalleria di assumere le insegne del cavaliere da cui si era armati; con significati analoghi lo stesso Riccardo Plantageneto modificò poi ancora il proprio stemma. Le usanze cavalleresche in materia di tornei ebbero l'effetto di rinsaldare le norme araldiche riguardanti gli stemmi: dovendosi rispettare precisi rapporti gerarchico-nobiliari si pretese che ogni stemma dovesse dare un'immagine quanto più precisa possibile di chi lo portava. Donde, per esempio, l'uso di adottare pezze che simboleggiassero rapporti di vassallaggio, come l'aquila imperiale, usata in principio dai grandi feudatari vassalli direttamente dell'imperatore e più tardi segno di appartenenza a una famiglia ghibellina; o come le brisure, pezze intese a denotare l'appartenenza a un ramo cadetto di una famiglia. La generalizzazione dell'uso degli stemmi gentilizi portò alla fine del sec. XV alla creazione e all'adozione di stemmi cittadini in conseguenza delle affermazioni di autonomia delle città o dei comuni rispetto alle famiglie a cui precedentemente erano soggetti. Se talora lo stemma adottato dalla città o dal comune può farsi risalire a insegne militari cittadine più antiche, si hanno però anche casi in cui viene adottato lo stemma proprio degli antichi feudatari. Altra conseguenza della generalizzazione dell'uso degli stemmi fu l'apparizione degli stemmi cosiddetti parlanti, in cui cioè sono figure che hanno il nome stesso della famiglia, o città, o che comunque lo interpretano simbolicamente. Inoltre, il tramonto della società feudale e il costituirsi di nuovi e diversi tipi di rapporti tra le classi al potere tolsero allo stemma il suo carattere di prerogativa nobiliare e di contrassegno di una precisa collocazione gerarchica e territoriale; acquisirono il diritto a fregiarsene anche i non nobili, così che, per esempio, si ebbero stemmi connessi a cariche pubbliche o addirittura a possessi territoriali non legati a titolo feudale. Un'organica disciplina statale degli stemmi, come del resto dei titoli nobiliari, apparve generalmente assai tardi in tutta Europa. In Francia si creò nel 1615 un juge général d'armes; in Italia, nel 1768, Maria Teresa istituì a Milano il tribunale araldico. L'uso degli stemmi fu abolito dalla Rivoluzione francese, ma fu ripristinato dopo la Restaurazione. Attualmente anche nei Paesi in cui, come in Italia, i titoli nobiliari non sono ormai più legalmente riconosciuti, gli stemmi, o almeno alcuni di essi, come quelli cittadini o comunali, sono oggetto di una particolare legislazione che ne protegge e disciplina l'uso.

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