Lessico

sf. [sec. XIII; dal greco taktike (téchnē), (arte) dell'ordinare, da taktikós (tattico)].

1) Branca dell'arte militare che studia e indica i procedimenti d'impiego di uomini, armi e mezzi coordinandone l'azione al fine di raggiungere l'obiettivo finale del combattimento. In rapporto all'ambiente in cui si svolge, la tattica si distingue in terrestre, navale e aerea.

2) Per estens., complesso organico di azioni e accorgimenti tendenti a un determinato fine: tattica elettorale; tattica pubblicitaria; tattica di gioco, nello sport a squadre, schieramento fatto assumere dall'allenatore ai giocatori, per eseguire una determinata condotta di gara. Familiarmente, modo di agire accorto e prudente; comportamento rivolto a un fine personale: con lei hai sbagliato tattica.

Militaria: tattica terrestre

Viene attuata al fine di conquistare degli obiettivi di consistenza ed entità diverse secondo il livello ordinativo del reparto considerato (dalle minori unità al corpo d'armata). I fattori che la condizionano sono: entità delle forze proprie e dell'avversario; consistenza dei mezzi disponibili in rapporto a quelli del nemico; natura del terreno nel quale operare; possibilità di scelta delle attività da compiere in base alla situazione esistente nel settore operativo e all'atteggiamento delle forze contrapposte; la specie del fine od obiettivo da raggiungere, tendente sempre a quello fissato nel piano strategico. Nel campo tattico operano le unità appartenenti alle varie armi e servizi. Fuoco e movimento sono i mezzi d'azione comuni alla fanteria e sue specialità e all'artiglieria che agiscono in stretta cooperazione; diversi sono i procedimenti, secondo che si tratti di azioni difensive od offensive dell'una e dell'altra; unico il fine di annientare l'avversario o indurlo a ritirarsi. Agiscono in stretta cooperazione con la fanteria (arma base perché impone la sua tattica) per consentirle di sviluppare efficacemente la sua attività, il genio, per facilitare il movimento dei fanti e delle artiglierie, e le trasmissioni per assicurare i collegamenti, indispensabili per l'esercizio del comando e la cooperazione con le altre unità. Sebbene ciascun reparto debba provvedere in proprio, nella zona delle operazioni in prossimità del nemico, a “esplorazione” e “sicurezza”, tali compiti specifici sono affidati normalmente a unità di cavalleria. Questa è dotata di mezzi idonei, capaci di grande mobilità, a effettuare attività di chiarificazione dell'ambiente della battaglia e informativa nei confronti dell'avversario, nonché, a volte, anche di sicurezza a favore dei “grossi” (grandi unità) che costituiscono il primo scaglione. L'esplorazione tattica terrestre in alta montagna viene svolta dagli alpini, mentre quella aerea su tutti i terreni è affidata all'aviazione leggera in dotazione organica all'esercito. Dispositivi e procedimenti diversi sono assunti dai vari reparti impiegati nei combattimenti offensivi e difensivi. Essi, sebbene lasciati all'iniziativa e responsabilità dei comandanti, seguono, di norma, quelli previsti dalla dottrina e dalle direttive emanate di volta in volta nei piani dei comandi superiori.

Militaria: tattica navale

È stata sempre condizionata dai mezzi di propulsione e ha, quindi, subito una progressiva evoluzione impiegando armi in base alle caratteristiche della velocità, manovrabilità e potenza per sfruttarle contro la marina avversaria. § La tattica aerea inizialmente (durante la prima guerra mondiale) fu quella attuata tra gli opposti aerei da caccia, anche se non mancarono bombardamenti e mitragliamenti delle truppe nemiche. Nel periodo successivo l'aeronautica ebbe un enorme sviluppo essendo stati potenziati velocità, autonomia e capacità di fuoco. Conseguentemente ne fu esteso notevolmente l'impiego e la tattica subì una forte evoluzione assumendo importanza sempre maggiore per la ricognizione, il bombardamento e l'appoggio alle unità terrestri e navali, specialmente allorché i mezzi di comunicazione radio consentirono un'efficace cooperazione e i radar permisero di individuare aerei isolati e formazioni avversarie a distanza considerevole. Gli aerei furono largamente utilizzati durante il secondo conflitto mondiale per azioni molto efficaci e a volte risolutive affidate principalmente ai bombardieri, che inflissero perdite enormi a unità e mezzi terrestri e navali delle contrapposte potenze; distruzioni di aeroporti, industrie, porti; colpi sempre più micidiali alla capacità bellica tedesca.

Cenni storici

Dai pochi resoconti esistenti si sa che la tattica degli Assiri consisteva nell'attacco frontale e di fianco, che l'urto era impetuoso e travolgente e che la battaglia veniva conclusa con inseguimenti. Quella degli antichi Greci (taktiké) consisteva nel disporre in battaglia: in prima linea la carreria; in seconda schiera i fanti più deboli e per ultimi i fanti più esperti e più forti. Eseguivano l'attacco a massa, ma i nobili preferivano dominare la zona dei combattimenti con cavalli, carri e armi. Verso il sec. VII a. C. vennero formate le falangi (formazioni compatte e ordinate) di opliti, cittadini dotati di armatura metallica che acquistavano con i propri mezzi. Schierati in ordine compatto, i fanti avanzavano al coperto della muraglia degli scudi e della selva di lance. Poiché ciascuno cercava di proteggere dietro lo scudo del vicino il lato destro del corpo non coperto dal proprio scudo, la falange aveva una tendenza generale a poggiare a destra, cosicché il primo urto avveniva tra l'ala destra e l'ala sinistra avversaria. Per decidere le sorti del combattimento, si scontravano poi le opposte destre finché una di esse riusciva a prevalere sull'altra. Gli scontri avvenivano perciò frontalmente e non comportavano inseguimenti. Epaminonda introdusse l'ordine obliquo facendo avanzare per prima l'ala sinistra. All'inizio del sec. VI fu adottata una fanteria leggera che eseguì manovre più agili. Sotto Filippo e Alessandro l'armatura fu alleggerita per cui la falange acquistò maggiore flessibilità, celerità e potenza d'urto. La cavalleria, notevolmente potenziata nel numero da Alessandro, costituì una massa travolgente. Un'ala di essa assaltava a fondo lo schieramento avversario nel punto prescelto per lo sfondamento mentre l'altra partecipava all'attacco frontale. Il successo veniva poi sfruttato con l'inseguimento persistente e l'annientamento, impiegando al caso le riserve, altra provvida innovazione tattica. Durante le monarchie ellenistiche, la falange acquistò una maggiore profondità ma perdette, conseguentemente, agilità nella manovra. In tal modo i Romani riuscirono a sconfiggere i Greci, che erano stati maestri di tattica e di strategia e avevano inventato macchine belliche quali le catapulte, le baliste e le torri mobili contro le fortificazioni. L'esercito romano, inizialmente costituito con elementi forniti da ciascuna delle sei classi sociali, comprendeva fanti, fanti leggeri (veliti) e cavalieri, inquadrati in una legione. Successivamente, per affrontare la guerra contro Pirro, la fanteria fu distinta in tre specialità. Ciascuna di queste era inquadrata in manipoli che si disponevano per il combattimento su tre linee. I veliti venivano inviati in avanti per coprire la manovra della legione. Gli astati (fanti con scarso armamento) a 15-20 metri dal nemico lanciavano il pilo e quindi combattevano con la spada. In caso di insuccesso ripiegavano utilizzando gli intervalli esistenti tra i manipoli, mentre i principi (forza d'urto) effettuavano il loro assalto. I triari (veterani) completavano la lotta per vincere ogni ulteriore resistenza nemica. Le forze degli alleati si disponevano alle ali dei manipoli con il compito di creare lo sbandamento delle ali e del tergo avversario unitamente alla cavalleria che eseguiva le cariche al galoppo. Tale manovra, chiamata per linee interne, fu abbandonata dai Romani allorché si trovarono costretti ad aumentare notevolmente la consistenza di ciascuna legione. All'uopo furono soppresse le tre specialità e costituite, al posto dei manipoli, dieci coorti che si disponevano normalmente per il combattimento su due linee, con intervalli tra di loro pari alla fronte di ciascuna di esse (60 fanti uniformemente armati). Arcieri di Creta e della Liguria e frombolieri delle Baleari formavano la fanteria leggera mentre tessali, numidi e galli vennero prescelti per la cavalleria. Queste formazioni consentirono una tattica più manovriera, inizialmente in Africa contro Annibale, guidate da Scipione, e successivamente per adeguarsi alla mirabile strategia di Cesare. Nel Medioevo, la tattica subì un completo tracollo, così come la strategia, fino al 1000, avendo la fanteria perduto ogni ordinamento e formazione. Torme, bande e masnade di contadini, armati di spada o picca o con spiedi e forconi, seguivano disordinatamente la cavalleria. Questa era costituita, oltre che da aristocratici, abili nei duelli, tornei o giostre, da “lance fornite” (cioè da un cavaliere, uno scudiero e due paggi o valletti tutti a cavallo) e “lance spezzate” (un cavaliere e uno scudiero o un servo a piedi), che i vassalli fornivano al principe in base ai benefici goduti. Dopo il 1000 la fanteria, con la riscoperta della falange, riuscì lentamente ad affermarsi sulla cavalleria. Si dimostrarono molto capaci nel sec. XIV i battaglioni svizzeri, inizialmente di 2000 e poi di 6000 uomini, che assumevano per il combattimento la formazione di un quadrato con ai lati gli armati di picca, al centro quelli di spada e alabarda e ai vertici, in gruppi avanzati detti “maniche”, gli arcieri e i balestrieri. Le vittorie da essi riportate indussero gli eserciti europei ad assoldare dei battaglioni svizzeri e poi anche spagnoli, che ne costituirono da allora la struttura. Il salto evolutivo delle armi, da quelle da getto a quelle a fuoco, modificò la struttura ordinativa degli eserciti e le modalità d'impiego delle formazioni. La cavalleria abbandonò le lance, le pesanti armature e le cariche al galoppo, adottò moschetti e pistole e attuò la tattica del “caracollo”. La fanteria cercò di adeguarsi riscoprendo i manipoli, per disporre di unità più leggere e manovriere. Tuttavia il rapporto fra i tre mezzi d'azione, il fuoco, il movimento e l'urto, non raggiunse mai il giusto equilibrio perché il fuoco ebbe la prevalenza. Nell'età moderna la tattica entrò nella fase di progresso per la genialità di Gustavo Adolfo di Svezia. Egli schierava per la battaglia la fanteria al centro, distinta in reparti armati di moschetto e di picca, e la cavalleria ai lati; l'artiglieria in prima linea con alle ali quella da campo. I moschettieri, in posizione avanzata, contribuivano con l'artiglieria a coprire l'attacco e l'urto dei picchieri. In difesa il fuoco degli artiglieri e dei moschettieri provocava la disorganizzazione dell'attacco nemico consentendo ai picchieri di eseguire il contrattacco per fiaccare ogni capacità offensiva dell'avversario. Gli squadroni di dragoni con il fuoco dei moschetti preparavano l'avanzata dei corazzieri, quindi eseguivano l'assalto con la spada. Così riportò in auge l'azione d'urto della cavalleria. Verso la metà del sec. XVII, volume e potenza di fuoco della fanteria aumentarono con le carabine, i fucili e le granate a mano comportando una sensibile riduzione delle picche. Gli eserciti continuarono a essere prevalentemente costituiti con truppe mercenarie per cui gli Stati ne ridussero le dimensioni a causa dell'elevato costo. Gli schieramenti furono ridotti a una sola linea per evitare maggiori perdite e le manovre, dirette da famosi condottieri, ebbero prevalentemente carattere difensivo e dimostrativo tranne quando particolari situazioni favorevoli consentivano di eseguire l'attacco per la conquista dell'obiettivo, sempre limitato all'occupazione del territorio conteso. Così le guerre si protraevano a lungo e nel tempo. Con Federico II di Prussia le concezioni tattiche tradizionali furono rivoluzionate: l'artiglieria eseguiva il fuoco di preparazione per coprire l'avanzata della fanteria, in colonne serrate per potersi spiegare in linea ed eseguire il tiro; la cavalleria procedeva al trotto finché giungeva ai margini della zona battuta dal nemico sparando su di esso. Quindi caricava al galoppo con la sciabola approfittando della sosta fra le due salve del fuoco avversario. In difesa, mentre la fanteria, schierata su tre righe, fermava col fuoco l'avanzata delle truppe contrapposte, la cavalleria, muovendo dai lati per non ostacolare l'azione della fanteria, si lanciava contro i fianchi dei reparti nemici. Allorché la battaglia raggiungeva il culmine, la riserva risolveva le sorti del combattimento. La sua genialità tattica consistette nella costante ricerca dell'offensiva, nell'innovazione del coordinamento delle colonne in sostituzione dell'inscindibilità della massa e nel persistente intento di conservare l'iniziativa. Con Napoleone la tattica raggiunse l'apogeo. La ricerca continua della sorpresa e la precauzione di non farsi mai sorprendere lo indussero ad adottare dispositivi di esplorazione e di sicurezza. La sua manovra avvolgente consisteva nell'impiego minimo delle forze occorrenti per attaccare il fronte e il fianco esposto avversario al fine di indurlo a impiegare le riserve e negli interventi massicci di fuoco dell'artiglieria nei punti da lui prescelti contro i quali lanciava la massa delle unità di riserva. Per l'attacco frontale impiegava il grosso delle unità contro un punto dello schieramento nemico da lui stabilito per provocare l'apertura di una falla attraverso la quale, mediante successivi sforzi, effettuava lo sfondamento al quale faceva seguito l'intervento di grandi unità di cavalleria per l'inseguimento, la cattura e l'annientamento totale degli avversari. La tattica di Napoleone, così come gli ordinamenti, furono ben presto imitati dai vari eserciti europei, ma nessuno dei generali dell'epoca comprese che le sue manovre erano applicabili solo nelle particolari situazioni di quel periodo, nell'ambiente in cui operava e nelle condizioni in cui si trovavano da una parte l'esercito francese e dall'altra gli eserciti degli altri Stati. La tattica prese nuovo vigore con H. B. von Moltke, che esaltò la potenza del fuoco e lo sfruttamento del terreno. La cavalleria venneimpiegata per l'esplorazione vicina e lontana. I fanti avanzavano eseguendo sbalzi da un appiglio all'altro, seguiti dai componenti delle righe successive che sfruttavano le stesse coperture, continuando a sparare sul nemico, finché giungevano a distanza tale da poter eseguire l'assalto. Questo, avvenendo a ondate successive, consentiva di vincere ogni resistenza. Il fronte dell'attacco era solitamente più ampio di quello avversario per cui un'ala eseguiva la manovra di avvolgimento unitamente alle riserve, mentre la cavalleria interveniva per l'inseguimento delle forze scampate all'annientamento. In difesa attuava uno schieramento tale da consentire alle truppe di far fuoco a distanza in modo che, intensificandosi con l'avvicinamento del nemico, riusciva inizialmente a scompaginare e poi ad arrestare l'attacco prima di raggiungere la linea difensiva prussiana. Fallito all'inizio della prima guerra mondiale il tentativo di una guerra di movimento, la micidiale potenza del fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici obbligò la fanteria delle forze contrapposte a interrarsi nelle trincee, protette da filo spinato, che coprirono negli opposti schieramenti tutti i fronti. Gli attacchi frontali per superare l'organizzazione difensiva, molto profonda da una parte e dall'altra, si dimostrarono sterili e i successi parziali ottenuti non consentivano di creare le premesse necessarie per successive azioni manovrate. Tale situazione rimase invariata nonostante l'ulteriore potenziamento e perfezionamento delle artiglierie, la dotazione di armi sempre più micidiali, l'impiego di una massa enorme di militari e l'apparizione di qualche carro armato. Un perfetto coordinamento del fuoco e del movimento e la reiterazione degli sforzi, appoggiati da intensi ed efficaci tiri di preparazione e di accompagnamento dall'artiglieria, consentirono di attuare la “tattica dell'infiltrazione”, che si dimostrò idonea all'apertura di falle consistenti, attraverso le quali altre unità poterono penetrare in profondità ed eseguire manovre di avvolgimento e di annientamento o inseguimento delle forze nemiche. A guerra ultimata si sostenne la condotta offensiva mediante manovre di accerchiamento e di avvolgimento ovvero di rottura. Sorsero due tendenze: l'inglese F. Fuller propugnò l'impiego del carro armato, considerato come mezzo risolutivo per la penetrazione nella sistemazione difensiva avversaria e per la manovra, mentre gli altri eserciti (francesi e italiani) sostennero che il carro armato era utile solo per l'accompagnamento della fanteria e per sfruttare, successivamente, il successo ottenuto dalla fanteria. Nel secondo conflitto mondiale, i Tedeschi adottarono la dottrina di Fuller creando divisioni corazzate, che divise in colonne, convergenti da più parti verso determinati obiettivi, ricevevano sostegno da unità aeronautiche alle quali affidarono due importanti compiti: guidare, dopo l'esplorazione, le colonne attaccanti, agevolando la scelta di vie di comunicazione più remunerative verso gli obiettivi e l'esecuzione di manovre tendenti all'accerchiamento delle forze nemiche; agire in funzione di artiglieria mediante bombardamenti e mitragliamenti massicci delle unità nemiche prima della presa di contatto e nelle retrovie per scardinare la capacità operativa avversaria, facilitando l'avanzata delle colonne corazzate amiche. Altra tattica dei corazzati tedeschi consisteva nell'assumere formazioni a cuneo per la creazione di brecce nello schieramento difensivo nemico e, appena superatolo, eseguire manovre convergenti. Ciò avvenne nella prima fase della guerra (fino al 1941). Successivamente, con l'esperienza acquisita dagli Alleati e il perfezionamento dell'artiglieria contraerea e controcarri, si verificò la stabilizzazione dei fronti seguita poi da operazioni manovrate con l'impiego di unità di sbarco e paracadutate. Le nazioni alleate, che gradualmente conquistarono la superiorità aerea, alla fine riuscirono ad annientare ogni capacità operativa tedesca. L'“era atomica” nel campo tattico ha comportato unità e formazioni molto snelle e ha suggerito di evitare gli ammassamenti, tranne che per il tempo strettamente indispensabile per la concentrazione degli sforzi, al fine di non rendere remunerativo l'impiego di ordigni nucleari.

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