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Filosofia

Il concetto di tempo si diversifica secondo che lo si consideri sotto l'aspetto oggettivistico, in cui il tempo è visto come qualcosa di reale e di assoluto in sé, indipendentemente da relazioni col mondo esterno e col soggetto umano, o sotto la visuale soggettivistico-idealista, che pone l'origine prima del tempo nel soggetto. Un posto a parte ha la concezione del tempo nel pensiero esistenzialista contemporaneo. Fondamentalmente realista e oggettivista è – pur nelle diverse impostazioni – il concetto che del tempo ebbero i pensatori greci, dai pitagorici a Platone, che scorgono nel tempo l'immagine – in movimento, ma movimento ciclico, sempre ritornante, come nei cicli degli anni, delle stagioni, dei movimenti regolari degli astri – dell'eternità e immutabilità dell'essere. Nella sua Fisica Aristotele definisce il tempo la “misura del movimento”, cioè l'espressione misurabile dei movimenti, regolari e costanti, della vita del cosmo. Ripresa in forma diversa dalle maggiori scuole postaristoteliche, nonché dai principali pensatori del Medioevo cristiano, questa concezione fu tuttavia trascurata dal pensiero religioso del mondo tardoantico. Plotino infatti identificava il tempo con la vita stessa dell'anima, col suo passare da un momento all'altro della sua esistenza interiore; Sant'Agostino, basandosi sulla tridimensionalità del tempo, asserisce che il futuro è “atteso”, il passato “ricordato”, solo il presente è autentica temporalità, anche se sempre fluente fra le altre due dimensioni. Il concetto aristotelico del tempo rimase tuttavia dominante nella filosofia sino a I. Kant, il quale invece operò una vera rivoluzione definendo il tempo un'“intuizione pura a priori”, la “forma del senso interno”. Ben lontano dal concepirlo come una dimensione assoluta, Kant scorge in esso piuttosto una condizione fondamentale della possibilità della percezione, e quindi della conoscenza stessa. Ora, il concetto kantiano di tempo, interpretato in modo unilaterale come di fatto avvenne nell'idealismo tedesco, conduce indubbiamente a riduzioni soggettiviste che tradiscono il genuino pensiero di Kant, la cui analisi del tempo va integrata con quelle pagine dell'analitica dei principi dove egli identifica l'ordine della successione temporale con l'ordine causale dei fenomeni: tesi riproposta in tempi moderni da H. Reichenbach e applicata anche alla teoria einsteiniana, che vede sempre nel tempo un valore di successione causale, negando solo l'unicità e l'assolutezza di un tale ordine. Un tempo “coscientizzato” è poi nuovamente contrapposto al tempo “spazializzato” della scienza contemporanea, in molte correnti spiritualiste a partire da H. Bergson; e anche nella fenomenologia husserliana, pur su uno sfondo molto diverso, si assiste a un'interpretazione del tempo come corrente di esperienze vissute. Una concezione filosofica del tutto peculiare del tempo nasce invece col moderno esistenzialismo, e soprattutto con M. Heidegger, nella sua opera intitolata Essere e Tempo. Nella sua interpretazione dell'“esserci” in termini di possibilità, di progetto e anticipazione, Heidegger afferma infatti il primato esistenziale del futuro, in cui consiste quella temporalità autentica che il filosofo contrappone all'inautentica temporalità del tempo databile e misurabile.

Psicologia

Tempo di reazione, tempo intercorrente tra la presentazione di uno stimolo e l'emissione di una risposta da parte del soggetto. Si distinguono tempo di reazione semplici, in cui a un solo stimolo corrisponde una sola risposta prefissata, e tempo di reazione composti, in cui il soggetto deve compiere una scelta tra più stimoli, e, ma non necessariamente, tra più risposte. Tale definizione venne adottata nel 1871 dal fisiologo austriaco S. Exner e fu, nei primi tempi dalla nascita della psicologia scientifica, uno dei principali argomenti di studio, soprattutto per merito di W. Wundt a Lipsia.

Sociologia

Si distinguono due ambiti principali di analisi del tempo. La prima rinvia alle ricerche di G. Friedmann sul tempo naturale e il tempo meccanico come opposizione fra mondo della natura – retto dai ritmi della specie, dell'organismo, delle stagioni – e mondo della tecnica, sottoposto alla dittatura della produttività, alla minuta organizzazione cronologica della vita e della quotidianità (di cui si trova eco persino nella nozione di record sportivo). La seconda declinazione di tempo rinvia per le scienze sociali all'ormai tradizionale e un po' consunta nozione di tempo libero. Con questa espressione si è cercato di tradurre il più ricco e preciso concetto inglese di leisure (o il francese loisir), a indicare opportunità non lavorative per lo svago, la ricreazione e varie attività di tipo sportivo, ludico o genericamente culturale. Alcuni studiosi, peraltro, preferiscono quanto meno distinguere fra il tempo libero (come semplice non-lavoro, che però non rende conto adeguatamente di determinate condizioni sociali, da quella del disoccupato a quelle della casalinga o del pensionato) e tempo liberato, in quanto spazio di vita sottratto alla rigida organizzazione lavorativa attraverso strategie individuali o collettive di riconquista del tempo. Il tema del tempo liberato è stato posto all'attenzione delle scienze sociali dai movimenti di emancipazione e liberazione femminile nel quadro di un'analisi critica della divisione dei ruoli sociali e del lavoro stesso nelle società contemporanee tecnicamente progredite.

Bibliografia

A. Canilli, Tempo e libertà, Milano, 1963; A. Wenzl, Ontologie der Zeit, Monaco, 1963; E. Paci, Tempo e relazione, Milano, 1965; E. Amado Levi-Valensi, Le temps dans la vie morale, Parigi, 1968; E. Agazzi, Il tempo nella scienza e nella filosofia, Genova, 1985.