telugu

agg. e sm. Lingua dravidica parlata nell'India centrorientale con numerosi elementi lessicali mutuati dal sanscrito, fissata in un alfabeto derivato dalla scrittura brāhmī. Il patrimonio letterario telugu anteriore al sec. XI è rappresentato esclusivamente da epigrafi e iscrizioni commemorative, le quali dimostrano peraltro come il linguaggio fosse già a quel tempo pesantemente sanscritizzato. Una letteratura arcaica in puro telugu esisté certamente prima dell'anno Mille, ma di essa nulla è giunto fino a noi se si escludono alcune antiche ballate trasmesse oralmente e rese pressoché irriconoscibili dal processo di sanscritizzazione e dalle aggiunte apocrife successive. La prima opera letteraria telugu in forma manoscritta fu la versione del Mahabharata iniziata da Nannaya (sec. XI), portata avanti da Tikkanna (sec. XIII) e infine terminata da Ezzana (sec. XIV). Tra il primo e l'ultimo di questi pionieri del classicismo telugu trascorsero circa quattro secoli e molti furono i letterati che operarono in quel periodo per porre le fondamenta della letteratura scritta. Primo fra questi fu Nannicoda Kavirāj (sec. XII), compilatore del Kumārasambhava, una versione dell'omonima opera di Kālidāsa, seguito da Gona Buddha Reddi (sec. XIII), al quale si deve la versione vernacolare del Ramayana, l'epica Ranganatha Rāmāyana. Con l'affermazione del grande impero hindi di Vijayanagar coincise l'epoca aurea delle letterature dravidiche e conseguentemente il periodo più produttivo e vigoroso della letteratura telugu, che fino a quel momento si era limitata a produrre imitative versioni e adattamenti di opere sanscrite. Tra i letterati di maggior risonanza val la pena di menzionare Śrīnāth (1380-1460), uomo scapestrato e geniale, autore di 13 vaste opere epico-narrative tratte da episodi puranici e di un poemetto originale, la lunga ballata marziale Imprese di Palnati Vīra, che narra in un linguaggio agevole e spontaneo le vicende guerresche e sentimentali di alcuni feudatari del sec. XII. Altri notevoli rappresentanti di quel periodo aureo furono inoltre Potana (ca. 1420-1480), compilatore di una squisita versione del Bhagavata Purana, e Vemanā (ca. 1412-1480), autore di roventi invettive e taglienti epigrammi. La sconfitta di Talikot (1565), che segnò la cruenta fine di Vijayanagar, portò anche alla decadenza dell'epoca classica della letteratura telugu. La dominazione musulmana dette infatti inizio a un lungo periodo di asservimento politico e di stanchezza creativa durante il quale, se si escludono i contributi essenzialmente didattici e divulgativi dei padri missionari, le lettere telugu tacciono. Neppure la successiva annessione della provincia da parte della Compagnia delle Indie apportò mutamenti degni di nota. La letteratura si mantenne ostinatamente improduttiva fino alla metà del sec. XIX, quando le nuove ideologie venute d'oltreoceano vennero elaborate ed espresse da un gruppo di innovatori che ebbe i suoi migliori rappresentanti in Kokkonda Venkataratnam Puntulu (1842-1915) poeta d'ispirazione classica e compilatore di un'eccellente trasposizione del Gītagovinda; Vedam Venkataria Sastri (1853-1929),critico e drammaturgo, e soprattutto Kandukuri Vireśalingam Puntul (1848-1919), riformatore della prosa e autore del notissimo romanzo sociale Vita di Rājasekar. La poesia moderna si avvale di un numero vastissimo di rappresentanti, tra i quali peraltro soltanto pochi si elevano al di sopra della mediocrità; tra questi ultimi si ricordano S. S. Rao “Śrī śrī” (n. 1910), Ajantá (n. 1929) e Kanparti (n. 1936), poeti “di rottura” con le tradizioni. Meno popolare è il genere della prosa, pur se qualche talento notevole, qual è il caso di S. V. Subbarao “Duchi Babu”, autore del pregevole romanzo Quel che resta, riesce di tanto in tanto a mettersi in luce.

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