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terrorismo

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Lessico

sm. [sec. XIX; da terrore].

1) Il governo del Terrore instaurato nella Francia rivoluzionaria. Per estensione, ogni regime politico fondato sul terrore e sulla repressione violenta.

2) Forma di lotta politica che ricorre all'uso di mezzi violenti (attentati, sabotaggi, distruzioni ecc.) a fini eversivi e destabilizzanti o di rivendicazione politica.

Storia: descrizione generale

Il terrorismo non ha trovato sinora una definizione univoca e accettabile. Come esercizio della violenza a difesa dello Stato giacobino durante la Rivoluzione francese, il terrore fu legittimato da M. Robespierre, sicché i termini “terrorisme” e “terroriste” si diffusero dopo la morte di questi in tutta Europa. Tuttavia una definizione di terrorismo come metodo con cui un gruppo o partito afferma i suoi obiettivi tramite l'uso sistematico della violenza rischia di far confluire in un unico concetto fenomeni eterogenei (dalle lotte dinastiche ad alcune forme di guerra fino alle campagne repressive dei regimi autoritari e alle azioni di individui). Né vale porre l'accento sul fatto che è terroristica quella violenza politica che ha lo scopo d'intimidire e spaventare, giacché questi sono obiettivi perseguiti anche in altre forme di conflitto politico e, molto spesso, il fine principale dei gruppi terroristici è piuttosto quello di raccogliere consenso, mirando a diffondere alcuni messaggi tramite un uso di tipo simbolico della violenza. Discutibile anche la definizione del terrorismo come forma di violenza politica illegittima, perché ciò presuppone un incontestabile monopolio legale della violenza legittima e l'accettazione (di fatto verificatasi) della liceità di alcune forme di violenza nel conflitto politico contro altre aprioristicamente considerate illecite. Più appropriata appare una definizione basata sull'analisi degli attori che fanno ricorso al terrorismo, utile a distinguere tra rivoluzioni o movimenti di guerriglia, a larga partecipazione popolare, e gruppi minoritari o addirittura singoli individui che, in genere in condizioni di clandestinità, si valgono di un uso continuato, quasi esclusivo e talora indiscriminato della violenza a fini politici. Ma anche in questo caso i criteri di azione legale e legittima discendono dall'ordinamento in cui i terroristi operano e, per stabilire quali attori siano autorizzati a praticare la violenza e fino a qual punto, occorre necessariamente riferirsi alle concrete circostanze politiche in cui il fenomeno si sviluppa. Concetto dunque relativo per eccellenza, il terrorismo va riguardato anzitutto nella sua evoluzione storica. Noto fin dall'antichità (basti pensare alle congiure di palazzo ai tempi dell'Impero romano) e nel Medioevo (per esempio nella setta islamica degli "assassini" in lotta contro i crociati), il terrorismo ha avuto un suo precedente nel tirannicidio, rinverdito nel Rinascimento (emblematica l'uccisione nel 1537 a Firenze di Alessandro de' Medici da parte di Lorenzino de' Medici, che poi nella sua Apologia rivendicò il gesto come doverosa difesa della libertà repubblicana) e, nel corso delle guerre religiose del sec. XVI, dalle teorie dei monarcomachi luterani, calvinisti e cattolici (che trovarono per esempio attuazione nell'assassionio del re di Francia Enrico IV, nel 1610, a opera del fanatico cattolico Ravaillac). Ad azioni di tipo terroristico si dedicarono durante la guerra antispagnola i calvinisti olandesi così come gli eretici anabattisti rifugiatisi nei i Bassi e i corsari foraggiati dall'Inghilterra nella sua lotta contro la Spagna, mentre analoghi innumerevoli episodi punteggiarono l'intera storia politica e bellica dell'età moderna (con sterminio di civili, gruppi sociali o etnie nemiche o avverse all'ordine stabilito). Dopo la svolta rappresentata dal giacobinismo robespierrista, il terrorismo rimase appannaggio degli eserciti, da quelli napoleonici a quelli avversi a Napoleone, e delle forze della Restaurazione (“terrore bianco”), ma nelle aree del dissenso cessò di essere teorizzato soltanto come strumento di liberazione da un despota per divenire invece elemento di una più ampia lotta politica. In questo senso il terrorismo appare un fenomeno radicato nell'Ottocento, quando si diffuse l'immagine del rivoluzionario in armi pronto, se necessario, ad agire anche isolatamente. Come tale fu rivendicato dai populisti russi, che lo giustificarono in quanto reazione obbligata alle misure repressive estreme del potere zarista, e assunse il senso specifico di ribellione da parte di minoranze organizzate che passavano dalla cospirazione all'intervento armato. Sempre più pertanto venne differenziandosi sia dalle forme di violenza estrema messe in atto dagli apparati statali nel quadro di un sistema giuridico o anche in violazione di esso, sia dalla guerra condotta da eserciti regolari, sia dalla guerriglia. Nel corso del sec. XIX il terrorismo s'intrecciò con le teorie insurrezionaliste anarchiche ed ebbe particolare diffusione con la serie di attentati compiuti da giustizieri anarchici contro regnanti di vari Paesi (da quello contro lo zar Alessandro I nel 1866 a quelli contro il re d'Italia Umberto I del 1878 e 1900). Contemporaneamente si sviluppò un terrorismo nazionalista, rivoluzionario o controrivoluzionario, esploso in luoghi diversi dell'Europa continentale (dall'attentato parigino di F. Orsini contro Napoleone III del 1858 alla lotta armata dei separatisti irlandesi), dei Balcani e del Medio Oriente, dove crebbe negli anni della prima guerra mondiale a opera di varie organizzazioni (Mano Nera serba, Organizzazione rivoluzionaria interna macedone, sionisti palestinesi).

Storia: il terrorismo nei Paesi coloniali e in America Latina

Il terrorismo ha raggiunto i suoi livelli massimi di intensità e diffusione nel sec. XX, dapprima come forma di lotta per l'indipendenza dei Paesi coloniali a conclusione della seconda guerra mondiale e poi penetrando anche nelle democrazie occidentali. In Africa venne praticato su larga scala durante gli anni Cinquanta dai Mau-mau in Kenya, per promuovere il processo di decolonizzazione dal dominio inglese, e dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) algerino contro i Francesi, che a loro volta ricorsero a un cruento terrorismo antiarabo (vedi anche OAS). Al terrorismo ricorse anche la destra sionista dei primi coloni ebrei in Palestina, sia come strumento di autodifesa (come fu dagli anni Venti l'Haganah), sia con vere e proprie formazioni clandestine attive negli anni Trenta e Quaranta contro gli Arabi e le milizie britanniche: tali furono l'Irgun Zvai Leumi, di cui fu comandante il futuro primo ministro d'Israele e premio Nobel per la pace Begin, responsabile il 22 luglio 1946 di un attentato a Gerusalemme che provocò 91 morti e il 19 aprile 1948 di uno contro il villaggio arabo di Dir Yassim, con 254 morti, dopo il quale l'organizzazione venne incorporata nell'esercito israeliano. Analoga vicenda ebbe la banda Stern (dal nome del suo capo), distaccatasi dall'Irgun e includente nel suo gruppo dirigente Shamir, soppressa nel 1949. In America Latina, tra gli anni Sessanta e Settanta, il terrorismo di sinistra si distaccò nettamente dalle esperienze rivoluzionarie e guerrigliere di F. Castro e di E. “Che” Guevara e anche dalla prassi della guerriglia urbana teorizzata in Brasile dal comunista dissidente C. Marighella e praticata dai tupamaros uruguayani, anche se simili fenomeni segnarono un graduale passaggio verso forme più propriamente terroristiche: i tupamaros si segnalarono infatti all'attenzione internazionale nel 1970-71 con sequestri di diplomatici stranieri e funzionari di società multinazionali ed altrettanto accadde ai Montoneros argentini, poi vittime a loro volta di un terrorismo di Stato condotto dai regimi militari e dagli “squadroni della morte” formati da terrorismo di destra (in Brasile, Guatemala, Salvador ecc.), che raggiunse il suo tragico apice con il massacro dei dissidenti argentini (desaparecidos). In seguito, con il graduale ristabilimento della democrazia in molti Paesi latinoamericani, rimasero poche organizzazioni terroriste clandestine, la principale delle quali è stata la peruviana Sendero Luminoso, anche se il terrorismo viveva una nuova drammatica stagione con i numerosi attentati messi a segno in Colombia dalle bande criminali del narcotraffico, impegnate in una lotta senza quartiere contro le istituzioni dello Stato.

Storia: il terrorismo nei Paesi occidentali

Nei Paesi democratici e industrializzati occidentali, il terrorismo non ha smesso di proliferare in diverse forme. Anzitutto ha continuato a esistere un tipo di terrorismo a base etnica, nazionalista o religiosa, come quello basco dell'ETA contro lo Stato spagnolo, quello irlandese dell'IRA in lotta contro la Gran Bretagna per l'unificazione delle province del Nord alla Repubblica dell'Eire, quello del separatismo corso e bretone in Francia, quello dei fuorusciti ustascia contro lo Stato iugoslavo, quello dei secessionisti francofoni del Québec in Canada. Un terrorismo di tipo ideologico ispirato all'estremismo di stampo marxista ha cominciato poi a diffondersi tra gli anni Sessanta e Settanta in Europa, prendendo spunto da eventi di grande portata storica verificatisi in Paesi lontani, come le rivoluzioni in Cina e a Cuba e i movimenti di liberazione in Algeria e Viet Nam, riletti da alcuni gruppi come dimostrazione dell'utilità dell'uso della violenza a fini politici. Questi miti s'innestarono nel contemporaneo movimento di contestazione giovanile e studentesca, producendo la nascita di varie organizzazioni dedite alla lotta armata, quali l'Esercito rosso giapponese, la Rote Armee Fraktion del gruppo Baader-Meinhof in Germania Occidentale e Action Directe in Francia. In Italia, sullo sfondo della radicalizzazione dello scontro politico innescata da alcune forze politiche di governo e della diffusione di un uso endemico della violenza nelle aree dell'estremismo di destra e di sinistra, maturò il fenomeno delle Brigate Rosse (e di gruppi più o meno a esse collegati: 22 Ottobre, Prima Linea, Nuclei Armati Proletari, ecc.) che, dopo una serie di sequestri e di azioni contro dirigenti di fabbriche, forze di polizia e sedi di partiti governativi, raggiunsero il massimo della loro capacità eversiva nel 1978 con il rapimento e l'uccisione del leader democristiano A. Moro, seguito l'anno seguente dall'assassinio del sindacalista Guido Rossa, ma proseguirono poi la loro attività anche negli anni Ottanta, con sanguinosi attentati e rapimenti ai danni giornalisti, magistrati, esponenti della Democrazia Cristiana e delle forze armate della NATO. Complessivamente, tra il 1970 e il 1982 a organizzazioni terroristiche di sinistra possono esser fatti risalire un totale di 1200 attentati, con più di cento morti e quasi duecento feriti. Nello stesso tempo si andavano sviluppando nella penisola formazioni terroristiche di ispirazione neofascista o nazista (Rosa dei Venti, Ordine Nuovo, Ordine Nero, Avanguardia Nazionale, La Fenice, Squadre di Azione Mussolini, Nuclei Armati Rivoluzionari, Terza Posizione ecc.), spesso sorte nel seno dell'ala più radicale del Movimento Sociale Italiano, coinvolte in una sequela di omicidi di avversari politici e in stragi come quelle di piazza Fontana a Milano (1969), di piazza della Loggia a Brescia (1974), del treno Italicus (1974), della stazione di Bologna (1980), del treno transitante in una galleria della tratta Forenze-Bologna (1984) sulle quali grava tuttora il sospetto di una diretta responsabilità dei servizi segreti e di apparati dello Stato (cosidetta “strategia della tensione”) nonché talora della criminalità organizzata. Il terrorismo di destra provocava dal 1969 al 1984 un totale di almeno 150 morti e innumerevoli feriti. Sempre in Italia, ma in anni più recenti, una forte caratterizzazione terroristica assumeva l'azione della mafia, responsabile di vere e proprie stragi come quelle provocate dagli attentati contro i giudici Falcone e Borsellino (1992) e di altre azioni terroristiche a Milano, Firenze e Roma (1993). Le Brigate Rosse tornarono a colpire con l'uccisione di due consulenti dello Stato: nel 1999 l'economista Massimo D'antona e nel 2002 il professore Marco Biagi. Gli Stati Uniti sono stati marginalmente toccati dal terrorismo di matrice nazionale: rilevante fu comunque l'impatto dei gruppi armati scaturiti dalle rivolte antirazziste nere, primo tra tutti il Black Panther Party, sorto nel 1965 e inizialmente dedito all'autodifesa contro gli abusi delle autorità e dei bianchi; altrettanto significativa l'attività svolta dai gruppi nati dal seno della protesta studentesca, tra cui si distinsero i Weathermen e i Smbionesi, che tuttavia non hanno avuto lunga esistenza, rimanendo il fenomeno terroristico negli anni Ottanta e Novanta circoscritto ai disperati gesti di singoli individui.

Storia: il terrorismo transnazionale

Al terrorismo etno-nazionalista, a quello ideologico e a quello causato dalla criminalità, va aggiunto il terrorismo transnazionale, frutto dell'opera di organizzazioni che si considerano rappresentanti di nazioni senza territorio, particolarmente presente in alcune aree economicamente sottosviluppate e inizialmente attivo mediante azioni, come i dirottamenti aerei, dirette ad attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sulle tragedie dei loro popoli. Terreno particolarmente fertile per questo tipo di terrorismo è stato il Medio Oriente, a causa della lotta tra Palestinesi e Stato ebraico, dello scontro di fazioni nel Libano, dell'oppressione esercitata dai Turchi e dagli Iracheni sui Curdi, della lotta per la leadership all'interno del mondo arabo. Tra le prime azioni del terrorismo transnazionale vi fu il massacro di 11 atleti israeliani compiuto nel 1972 dal gruppo palestinese Settembre Nero. Negli anni successivi, tramite attacchi a rappresentanze diplomatiche, a linee aeree, a capi di Stato, tale genere di terrorismo, spesso foraggiato da regimi arabi, ha trovato ulteriore alimento nel fondamentalismo islamista e nel suo programma di restaurare pienamente la legge islamica liberando i territori nusulmani da quella che viene giudicata una venefica contaminazione della civiltà e cultura occidentale. Questo terrorismo, in larga misura ideologico-religioso (presente tra l'altro anche in altre realtà, come il Giappone, dove un fanatismo settario e religioso, anche se di altro segno, ispirava nel 1995 l'immissione di gas venefico all'interno della metropolitana di Tōkyō), radicato nella convinzione che l'Occidente rappresenti un'insidiosa civiltà materialistica e atea da combattere con ogni mezzo, ha così animato l'insorgenza di aggressivi movimenti integralisti in numerosi Paesi arabi, dando luogo, soprattutto a partire dagli anni Novanta, ad azioni terroristiche sia interne sia internazionali. Così, in Algeria, appartenenti al partito religioso, cui è stato impedito con un colpo di stato di assumere il potere, hanno attuato una serie di attentati; in Egitto, invece, gruppi di integralisti islamici agivano colpendo capi di Stato e poi obiettivi turistici per destabilizzare l'economia del Paese. Sul piano internazionale, il terrorismo di matrice islamica operava anche in Europa, colpendo per esempio Parigi con una serie di attentati nell'estate del 1995. Oltre alla destabilizzante situazione palestinese e all'affermarsi del fondamentalismo sciita in Iran, impulso particolare alla diffusione di questo tipo di terrorismo veniva fornito dal lungo conflitto russo-afghano, iniziato nel 1979, durante il quale si formavano nel Pakistan (Peshawar) veri e propri centri di addestramento al terrorismo e, dopo il crollo dell'Unione Sovietica (1989), dal diffondersi del fondamentalismo islamico in tutta l'Asia centrale. Rimasti attivi anche quando l'Afghanistan era dominato dal regime dei taliban, i centri di addestramento contribuivano a ingrossare l'esercito di un terrorismo transnazionale pronto a colpire in ogni parte del mondo, come dimostrava il susseguirsi di innumerevoli attentati, tra cui spiccava quello al World Trade Center di New York (1993): anche gli Stati Uniti si mostravano così vulnerabili all'azione terroristica internazionale, tanto da poter essere fatti oggetto, l'11 settembre 2001, di un tragico attacco compiuto mediante il dirottamento di aerei di linea lanciati contro le Twin Towers di New York e addirittura sul Pentagono, provocando migliaia di vittime. Il governo statunitense indicava come responsabile di questa azione (e di altre precedenti) il finanziere arabo Osama Bin Laden e la sua organizzazione terrorista internazionale Al-Qaida, la cui base operativa si additava nell'Afghanistan dei taliban. La lotta al terrorismo transnazionale di matrice araba e fondamentalista si trasformava in seguito a tali eventi in una vera e propria guerra diretta da una coalizione internazionale di Stati (con la partecipazione in prima linea dell'Europa) capeggiata dagli USA, che attaccavano l'Afghanistan rovesciandone nel 2002 il regime col sostegno interno delle forze d'opposizione antitalibane. Si apriva così una fase inedita nella lotta al terrorismo, alla quale non sembravano estranei né la volontà di ridisegnare i complessivi equilibri geopolitici mondiali, né la necessità dell'Occidente di assicurarsi le risorse energetiche (petrolio e gas naturali) di cui sono ricche le regioni centroasiatiche, nelle quali si annida, forse non casualmente, un terrorismo la cui ispirazione fondamentalista islamista appare una copertura ideologica a largo seguito di massa di interessi intrecciati con il mondo politico-finanziario dei Paesi arabi e musulmani. L'11 marzo 2004, in Spagna un altro gravissimo attentato, rivendicato da Al Qaeda, provocava circa 200 morti e oltre 1400 feriti.

Bibliografia

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