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terziàrio (economia)

agg. Settore terziario (o solo terziario come sm.), l'insieme delle attività economiche sempre più preponderanti che hanno per oggetto la prestazione di servizi (commercio, trasporti e comunicazioni, credito e assicurazione, libere professioni). Notevole sviluppo ha assunto anche il cosiddetto terziario avanzato, ossia il settore caratterizzato da servizi ad alto contenuto tecnologico (informatica, ricerca, consulenza aziendale). Accanto al terziario comunemente inteso, si colloca un importante comparto produttivo e occupazionale che non appartiene alla tradizionale dimensione del mercato (retto per definizione dalla logica del profitto). Esso si compone di soggetti privati che si dedicano ad attività dai prevalenti scopi sociali, culturali o assistenziali, utilizzando largamente prestazioni volontarie e collocandosi perciò nella dimensione di quello che gli economisti definiscono sistema non profit. Gran parte del movimento cooperativo, la quasi totalità dell'associazionismo volontario, una estesa galassia di esperienze operanti nell'ambito dell'informazione o dell'animazione (dalle radio locali ai centri sociali ad alcuni quotidiani e periodici), sino a prestigiose fondazioni accademiche e culturali (dall'Università Bocconi alla Fondazione Agnelli, per citare due autorevoli esempi italiani) appartengono a questo articolato e composito universo. Nei primi anni Novanta, vi risultavano addetti in Italia poco meno di un milione di cittadini, per circa il 60% lavoratori occupati che traevano da questo comparto dell'economia sociale la principale fonte di reddito e per il rimanente 40% operatori volontari a tempo pieno (fra questi vanno peraltro calcolati 15.000 giovani obiettori di coscienza e 16.000 dipendenti del settore pubblico distaccati presso enti e associazioni benemerite, riconosciute dedite ad attività socialmente utili). Si tratta di valori consistenti, che segnalano le grandi potenzialità di sviluppo del comparto non profit anche in un Paese, come l'Italia, pervenuto in relativo ritardo a riconoscere pieno diritto di cittadinanza economica e sociale al volontariato. Il confronto con altri contesti nazionali rivela però una persistente distanza dalle esperienze più avanzate: negli USA il terzo settore raccoglie il 6,8% della forza lavoro occupata, in Francia e Gran Bretagna la quota relativa supera il 4%, in Germania si attesta al 3,7%. Il finanziamento di questo complesso e ramificato universo di attività riflette significativamente il suo carattere di frontiera, al confine fra stato e mercato. Infatti, se si escludono i proventi derivanti dalle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, dalle quote associative e dalle donazioni, si constata che circa la metà dell'intero flusso finanziario del settore è erogato dalla sfera pubblica. Contratti, convenzioni e (limitati) trasferimenti a fondo perduto rappresentano, nell'ordine, le forme giuridico-amministrative del sostegno dell'amministrazione pubblica al non profit. Una quota solo impercettibilmente inferiore proviene dal mercato: a sua volta, un terzo di questi introiti è prodotto dalla vendita di beni e servizi, appena un quarantesimo deriva dall'autofinanziamento tramite quote associative e simili. Pur bisognoso di nuove e più adeguate forme di tutela legale e di un più idoneo regime fiscale, il terzo settore si è sviluppato in Italia – fra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta – a un ritmo largamente superiore a quello degli altri comparti economici, moltiplicando sino a cinque volte fatturato e numero di addetti. Muovendo da valori complessivi molto bassi, l'Italia risulta in testa a questo tipo di classifica, con una crescita degli occupati nel non profit di quasi il 40% nel periodo considerato, quasi sei volte l'incremento globale dell'occupazione nazionale. Ma anche Paesi all'avanguardia dello sviluppo tecnologico, come Francia, Germania e USA, hanno conosciuto un'espansione costante del settore. Negli USA, addirittura, il terzo settore ha superato per numero di addetti i comparti della metalmeccanica e dell'elettronica. Dati che, nella loro eloquenza, sembrano suggerire un'interpretazione non congiunturale del fenomeno. Il comparto non profit, per definizione lontano tanto dal dirigismo pubblico quanto dalla pura logica del profitto privato, appare una risposta interessante – anche se parziale – alla crisi occupazionale delle economie di puro mercato. Ma presenta anche significative connessioni con le potenzialità espresse dall'innovazione tecnologica, che impone flessibilità di impiego e di risorse e ideazione di nuovi modelli produttivi. La globalizzazione e diversificazione dell'economia-mondo rappresenta lo scenario di una possibile ulteriore espansione dell'intero terzo settore.

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