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tragicommèdia

sf. [sec. XVII; dal latino tragicomoedía, da tragícus, tragico+ comoedia, commedia]. 1) Genere drammatico basato sulla convivenza dell'elemento tragico e di quello comico. 2) Per estensione, evento, circostanza, manifestazione in cui si mescolano elementi tragici e solenni con altri comici e divertenti: quel ricevimento è stato una tragicommedia. § La tragicommedia, fiorita tra il Cinquecento e il Settecento, come reazione al troppo rigido ossequio alle norme aristoteliche, trova il suo capolavoro indiscusso nella Celestina o Tragicomedia de Calixto y Melibea (1499) di F. de Rojas. Tra gli autori italiani di tragicommedia si ricordano G. B. Giraldi-Cinzio (che tuttavia conservò la definizione di tragedia anche per i propri lavori tragici a lieto fine), A. Caro, G. B. Guarini, esponente del “tragicomico pastorale” e principale teorizzatore del genere, proposto come tipo di composizione drammatica nuova, anche se attingente parte dei suoi elementi (modificati) alla tragedia e parte alla commedia. Alla tragicommedia recarono contributi autori come Lope de Vega, Corneille, Massinger, ma al di là dell'uso del termine, tragicomica fu buona parte del teatro elisabettiano, a cominciare da quello di Shakespeare. In Germania, dove caratteri tragicomici hanno, per esempio, le opere di Lenz, il genere trovò sostegno e definizione da parte di Lessing e di Hebbel, il quale scrisse che la tragicommedia “sorge spontanea dovunque un destino tragico si manifesti in forma non tragica”.

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