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trascendènza

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Lessico

sf. [sec. XVII; da trascendente].

1) Alterità di un ente rispetto a un altro per il suo modo superiore di essere.

2) In algebra, non algebricità di un ente.

Filosofia

Trascendente è un ente rispetto a un altro, se rappresenta un grado ontologico superiore; in questo senso il platonismo concepì trascendente il mondo intellettuale rispetto al mondo sensibile. Nel cristianesimo la verità in sé trascende l'intelletto umano, nel pensiero moderno I. Kant dice che la metafisica è impossibile, perché pretende di conoscere l'essere in se stesso, che trascende l'intelletto umano, e l'esistenzialismo afferma che l'esistenza trova trascendente qualunque comprensione, affermazione, sì che c'è impossibilità radicale di raggiungere l'essere sotto qualsiasi aspetto. Ciò che trascende è l'essere. Per M. Heidegger l'essere è così trascendente rispetto a tutto da non poter venir considerato come ente. A sua volta in K. Jaspers la radicale trascendenza dell'essere significa che tutto è solo cifra, segno rispetto all'essere. La filosofia della esplicazione, che concepisce ogni ente come esplicazione di Dio secondo un irraggiamento graduale, vede in ogni grado superiore la trascendenza rispetto all'inferiore; tale è per esempio il pensiero di Dionigi, o quello di N. Cusano. Il concetto di trascendenza non ha mai una connotazione spaziale, trattandosi di un rapporto ontologico: per questo i mistici, gli spirituali, gli esoterici cristiani, mentre affermavano la trascendenza di Dio, potevano anche dire che Dio è tutto in tutto. Un'accezione in chiave gnoseologica del concetto della trascendenza si ha però con la fenomenologia che vede nella conoscenza un atto trascendente, una relazione intenzionale tra il soggetto conoscitivo e un oggetto ad esso irriducibile.

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