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trasformismo

sm. [sec. XIX; dal francese transformisme].

1) In filosofia, lo stesso che evoluzionismo.

2) Nella saggistica storica e nella pubblicistica politica, prassi di governo favorita da A. Depretis, ma non esauritasi nei ministeri da lui presieduti, tendente a ricercare la base di sostegno al governo non in una maggioranza precostituita su un coerente, comune programma politico ma in raggruppamenti eterogenei formatisi intorno a determinati problemi, senza riguardo alle posizioni politica e ideologica dei partiti. § Favorito dalle posizioni di Depretis e dall'introduzione del collegio uninominale (1882), il trasformismo venne considerato come “il grande nuovo partito nazionale”. Intellettuali, “professori”, oppositori ritennero invece, allora e dopo, che esso rappresentasse il segno della decadenza del regime parlamentare e della corruzione della vita politica. In effetti, il trasformismo rispecchiò la varietà dei gruppi e degli interessi politici particolari che in uno stato accentrato, come quello uscito dal composito processo risorgimentale, e senza una solida base sociale, si riflettevano nel Parlamento senza però trovarvi una valida sintesi politica. Il trasformismo segnò, inoltre, la fine dei grandi schieramenti di principi e dei grandi dibattiti ideali, consentendo, tuttavia, l'attuazione di una politica moderatamente progressista. Altro esponente della prassi trasformistica è stato considerato G. Giolitti, presidente del Consiglio a fasi alterne dal 1903 al 1914. In generale, il termine trasformismo è usato in senso spregiativo per indicare l'impoverimento della vita parlamentare.

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