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underground

agg. inglese (propr., sotterraneo) usato in italiano come agg. e sm. Nome dato a quelle manifestazioni letterarie e artistiche che si sviluppano, ignorandole, al di fuori delle correnti contemporanee ufficialmente riconosciute. Nel 1959 il critico L. Jacobs dalle pagine della rivista newyorkese Film Culture definì underground il cinema statunitense “sotterraneo”, ossia l'“altro” cinema quasi clandestino prodotto personalmente in 8 o 16 mm e in circolazione attraverso canali privati e alternativi. Il termine indicò poi ogni genere di cinema sperimentale, indipendente, libero da condizionamenti commerciali, detto anche “di terza avanguardia”. Il film astratto e surrealista, attraverso H. Richter e O. Fischinger trasferitisi negli USA, fu tra i precursori dell'underground; tra i nomi statunitensi si ricordano M. Deren, K. Anger, G. Markopoulus, S. Brakhage e molti altri, confluiti attorno al 1960 nel New American Cinema dal quale l'underground si staccò qualificandosi per le sue ricerche formali, strutturali e linguistiche, per il rinnovamento dell'“arte della visione” (Brakhage), per i suoi temi onirici e sessuali e i suoi legami con la pop art il cui caposcuola, A. Warhol, ne divenne il più famoso esponente. Ma fu anche il primo a “commercializzarlo”, attraverso l'opera del suo allievo P. Morrissey (Trash - I rifiuti di New York, 1970), a sua volta precursore involontario del trash-film (cinema-spazzatura) che con l'originario underground non ha più nulla da spartire. Alla lezione underground è rimasta invece più fedele la new wave (nuova ondata) newyorkese di Amos Poe e altri.

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