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urbanizzazióne

sf. [sec. XX; da urbanizzare]. L'azione, il modo dell'urbanizzare; conferimento di caratteri urbani; insieme di provvedimenti volontari o di cause oggettive (socioeconomiche) che danno impulso alla città, in particolare per quanto concerne la diffusione dell'effetto urbano. L'urbanizzazione, pertanto, è fenomeno ben distinto – e per molti versi antitetico – rispetto all'urbanesimo, in quanto coinvolge non solo il nucleo centrale, ma anche l'anello suburbano (o corona) e, progressivamente, il territorio regionale. Il decentramento delle funzioni nuove da quelle di rango meno elevato (servizi commerciali, personali e amministrativi “banali”) e si fonda sul grado di mobilità della popolazione: determinante, dunque, il ruolo dei sistemi di comunicazione. Dalla concentrazione tipica del primo urbanesimo si transita, in tal modo, alla conurbazione e alla regione urbanizzata, dove la distribuzione delle attività produttive e la gerarchia dei servizi regolano l'intensità dei flussi fra centri, dando luogo a un sistema relazionale unitario e integrato. I processi di urbanizzazione trovano la migliore espressione nei Paesi a economia matura ed elevata divisione del lavoro (Europa, America anglosassone, Giappone, Australia). Qui, la temporanea perdita di popolazione da parte dei nuclei centrali delle grandi città ha indotto L. Van den Berg a coniare, nella teoria del “ciclo di vita urbana” i termini suburbanizzazione e disurbanizzazione, cui dovrebbe seguire una ripresa, legata soprattutto alla localizzazione di attività innovative e residenze delle classi sociali emergenti, definita a sua volta riurbanizzazione. In altri termini il fenomeno dell'urbanizzazione continua a interessare principalmente i Paesi a economia più avanzata, ma con modalità che si sono discretamente modificate nel corso degli ultimi anni. Si è dapprima generalizzata la fase della disurbanizzazione, con l'abbandono massiccio dei centri urbani principali e la formazione di “città sparse” (sprawl) a bassissima densità e su un raggio estremamente ampio rispetto a quello entro il quale si erano sviluppate le città compatte tradizionali; condizione essenziale per la formazione di queste fasce vastissime di suburbanizzazione è, naturalmente, la larga disponibilità di mezzi di trasporto individuali; quindi, anche di redditi relativamente elevati. I vantaggi per gli abitanti sono essenzialmente nella scelta di luoghi di residenza piacevoli per contesto e qualità ambientali (piacevoli all'interno delle singole unità residenziali, piuttosto che nell'insieme delle aree investite dal fenomeno, che invece possono apparire caotiche e slegate) e nell'accessibilità a servizi relativamente prossimi. La caratteristica di questa espansione, infatti, è che essa non riguarda generalmente sobborghi o quartieri-dormitorio che sorgono distanti dal centro, ma che continuano a gravitare sul centro stesso: la nuova urbanizzazione tende, invece, a un assetto reticolare che rifiuta le polarizzazioni eccessive, come quelle tipicamente urbane e metropolitane, e le sostituisce con modalità deboli e diffuse su un'estensione vasta. I costi ambientali ed economici di questa modalità dell'urbanizzazione più recente sono però elevatissimi: basti considerare gli aspetti del consumo di spazio, della motorizzazione, della gestione degli approvvigionamenti, dello smaltimento dei rifiuti, della fornitura di servizi. Come conseguenza della disurbanizzazione operata dalle classi medie, nei centri cittadini sono spesso rimaste (specialmente negli Stati Uniti, ma anche in alcuni Paesi europei) ampie aree abbandonate e progressivamente degradate, di difficilissima gestione; l'abbandono dei residenti ha comportato talvolta tracolli finanziari degli enti locali (per il calo del gettito fiscale), i quali hanno operato un abbattimento dei livelli dei servizi di pubblica utilità con un conseguente inasprimento delle tensioni sociali (con episodi ricorrenti di rivolte urbane, come a Los Angeles, Miami, Parigi, Londra ecc.), fenomeni sempre più accentuati di segregazione spaziale e di polarizzazione socio-economica fra le varie parti della città. Contemporaneamente, anche la deindustrializzazione delle aree urbane finiva di compiersi, aggravando le condizioni di vita (per esempio, con il calo di posti di lavoro) delle più grandi città. Talvolta, il conseguente sprofondamento dei valori della rendita fondiaria (New York) ha reso nuovamente interessante la localizzazione di attività nelle aree centrali e su questa spinta è stato possibile procedere a operazioni di rinnovamento edilizio e infrastrutturale (riurbanizzazione); più spesso, però, si è trattato di operazioni urbanistiche concordate, a capitale misto, che hanno portato al tentativo, non sempre riuscito, di recuperare aree industriali dismesse (Chicago, Londra, Parigi, Milano, Napoli) o quartieri residenziali degradati, sia centrali sia periferici. La rivalorizzazione urbana persegue due scopi principali e congiunti: conservare l'esistente, specialmente se ha valore storico-culturale, in quanto caratteristica tipica e attrattiva del centro cittadino (restauri edilizi, ripristino di aree a fruizione pubblica, estensione delle zone pedonali ecc.); recuperare le aree dismesse, riorientandone la fruizione in particolare verso la residenza di qualità (socialmente elevata) e più ancora verso le attività del terziario avanzato. Queste ultime, in effetti, passato un primo momento di euforia in cui era sembrato che la diffusione della telematica avrebbe consentito la più larga delocalizzazione, presentano di nuovo una certa tendenza all'agglomerazione, giacché sembrano tornare a prevalervi le opportunità di contatti interpersonali, rispetto a quelli unicamente funzionali mediati dalle comunicazioni a distanza, e la ricerca di un ambiente comune. Operazioni di riqualificazione nel senso detto si sono tentate, con maggiore o minore successo, in molte città europee e americane, a cominciare da quelle dotate di aree portuali (waterfronts) dismesse, vastissime per necessità e generalmente collocate nel pieno dei centri storici (Londra, Baltimora, Amburgo, Barcellona, Genova); ma molte operazioni riguardano più ampiamente le antiche aree industriali e quelle ferroviarie abbandonate (in Italia, fra le altre, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Napoli). Nella maggior parte dei casi, accanto alla riqualificazione funzionale in senso terziario (e, in misura minore, residenziale) le aree recuperate vengono attrezzate anche a verde pubblico e con servizi di utilità generale, ma quasi sempre di rango relativamente elevato (centri per congressi, teatri, sale espositive, musei ecc.), mirando ad attrarvi un'utenza non esclusivamente urbana e a creare le condizioni per la formazione di una “atmosfera” particolare che induca la localizzazione di attività e di residenze specificamente interessate a quel tipo di servizi. Casi particolari di sviluppo urbano, analogamente orientati a produrre specifiche condizioni di attrattività per determinate funzioni, sono quelli delle tecnopoli (o città della scienza, o parchi tecnologici), il cui scopo è quello di riunire in un'area relativamente poco estesa e fortemente integrata sul piano spaziale attività di ricerca e di produzione in ambiti estremamente sofisticati e tecnologicamente avanzati. Queste operazioni si sono spesso compiute spontaneamente (è il caso, fra gli altri, di Silicon Valley); ma negli ultimi decenni dello scorso millennio in alcuni Paesi (Giappone, Francia, Gran Bretagna, più recentemente Italia) sono state intraprese politiche pubbliche esplicitamente mirate alla costituzione pianificata di tecnopoli, spesso organizzate a partire da strutture universitarie e da centri di ricerca e sviluppo dipendenti da imprese private. Una delle caratteristiche dell'urbanizzazione più recente è, del resto, la sempre più profonda frammistione di capitali e interessi pubblici e privati, in risposta al sostanziale fallimento registrato dalle politiche di pianificazione urbanistica nei decenni precedenti.

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