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urdu o urdù

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Definizione

Sm. e agg. inv. [dall'urdu urdū, dall'indostano (zabān-i-)urdu, propr., (lingua) dell'orda, del campo militare]. Lingua ufficiale del Pakistan, ma diffusa anche in India specialmente tra i musulmani. È propriamente una varietà di hindī persianizzata, scritta in alfabeto arabo-persiano con molti prestiti lessicali arabo-persiani. Nel 1903 è stata fondata la Società per lo sviluppo della lingua urdu.

Letteratura

L'urdu ha conosciuto un importante sviluppo letterario dall'inizio del sec. XIV in poi. Il termine urdu, parola turco-mongola che significa “accampamento”, non appare che alla fine del Settecento a designare esattamente la lingua parlata dalle truppe della dinastia moghūl accampate attorno a Delhi. Fortemente influenzata dalla letteratura persiana nei motivi e nelle forme, come pure nel lessico poetico stesso, la letteratura urdu è ricca soprattutto di poesia, anche se dalla metà del sec. XIX ha conosciuto uno sviluppo della prosa con opere teatrali, storiografia e narrativa. I maggiori poeti del Settecento, riuniti alla corte moghūl di Delhi ormai in decadenza, sono Valī (1740-1830), Hatem (m. 1791) e Saudā, tutti autori di dīvān e di opere satiriche. L'Ottocento è il secolo di Nazīr (1830-1912), poeta dalla forte vena realistica; di Ghālib (1797-1869), forse più celebre per le sue opere in persiano, ma autore in urdu di un elegantissimo dīvān; di Sayyad Aḥmad (1817-1898), che operò per semplificare la lingua. Forse la maggior personalità della letteratura urdu è quella di Muḥammad Iqbāl (1873-1938), poeta, critico e filosofo, considerato il fondatore della moderna letteratura urdu insieme al movimento di Aligarh. Nel sec. XX grande impulso ha avuto la prosa giornalistica, soprattutto a opera di Faiz Aḥmad Faiz (1912-?), autore anche di raccolte poetiche molto diffuse.

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