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utilità

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Lessico

(anticamente utilitate), sf. [sec. XIV; dal latino utilĭtas-ātis, da utíĭis, utile].

1) Stato, condizione di ciò che è utile: l'utilità dell'esperienza, dell'educazione; l'utilità di un nuovo farmaco; persona di molta, poca utilità.

2) In economia, attitudine di un bene o di un servizio a soddisfare un bisogno umano.

3) Vantaggio, profitto materiale o morale: le sue parole sono state di grande utilità.

4) In informatica, programmi di utilità, quelli facenti parte del software di un elaboratore.

Diritto

In diritto, accettazione di utilità, reato commesso dal cittadino italiano che accetta da uno Stato nemico vantaggi economici connessi al conferimento di titoli od onorificenze. È punito con la reclusione massima di un anno.

Economia

L'utilità “non è un requisito oggettivo del bene economico, ma è viceversa un rapporto che s'instaura fra oggetto e soggetto; è cioè un giudizio che il soggetto economico esprime sull'oggetto. L'utilità rappresenta quindi una caratteristica del bene economico che nasce dall'esistenza di bisogni umani e dalla consapevolezza dell'esistenza dibeni atti a soddisfarli” (G. Manera). L'utile in senso economico è, infatti, qualsiasi bene che sia desiderato dal soggetto, anche se è dannoso. Dato un bene divisibile in n dosi uguali, si definisce utilità totale la somma delle utilità delle n dosi; utilità iniziale è l'utilità della prima dose e utilità marginale (il termine è dovuto a F. von Wieser) quella dell'ultima. Va precisato che ogni dose del bene può essere considerata l'ultima, essendo tutte le dosi fungibili tra loro: pertanto il concetto di utilità marginale può essere così correttamente spiegato: “un numero n di dosi uguali e omogenee del bene ha, per ipotesi, l'utilità totale U, mentre un numero di n+1 di dosi ha un'utilità totale di S. Allora la differenza fra n e n+1 è la dose (o unità) marginale, e la differenza fra S e U è l'utilità della dose marginale” (C. Bresciani Turroni). In altre parole, l'utilità marginale misura “l'incremento di soddisfazione totale che il consumatore trae da un piccolissimo incremento nella quantità disponibile del bene stesso” (A. Graziani). L'utilità totale cresce all'aumentare della quantità disponibile del bene, quella marginale decresce. La cosiddetta legge dell'utilità decrescente riposa sulla constatazione di ordine psicologico, generalmente nota come “prima legge di Gossen” e secondo la quale l'intensità di un bisogno diminuisce man mano che viene soddisfatto. Si definisce utilità marginale ponderata di un bene il rapporto fra l'utilità marginale e il prezzo del bene. Per massimizzare la sua utilità un individuo che disponga di un certo reddito deve ripartire quest'ultimo fra i vari beni in modo che le utilità marginali ponderate dei singoli beni siano tutte uguali o, in altre parole, in modo che i saggi marginali di sostituzione siano uguali al rapporto fra i prezzi dei beni. La compiuta analisi dell'utilità e della sua funzione in seno all'economia come determinante del valore di scambio di un bene risale ai marginalisti, i quali riuscirono a svilupparla avendo come oggetto d'indagine il comportamento del consumatore. F. Galiani (1751), considerando il valore in termini moderni, cioè soggettivi, gli diede come base l'utilità. Gli economisti classici inglesi non riuscirono a scorgere il legame fra valore d'uso e valore di scambio e, quindi, fra utilità, rarità e valore. Gli unici due classici che fecero ricorso all'utilità intuendone i fondamenti psicologici furono J.-B. Say e soprattutto W. N. Senior, il quale è riconosciuto come il maggior precursore del principio dell'utilità marginale. Con A. J. Dupuit l'utilità assurge a fenomeno essenziale di tutta l'economia politica e con H. Gossen siamo ormai al marginalismo. “La teoria dell'utilità marginale – e cioè la distinzione fra l'utilità totale di un bene e il grado di utilità di ogni dose del bene stesso – permette di cogliere la natura del nesso psicologico e logico che lega il concetto di utilità al concetto di valore” (P. E. Taviani). Lo scoglio maggiore per il marginalismo era dato dalla misurabilità dell'utilità. Toccò a F. Edgeworth dimostrare la non additività delle utilità di beni diversi introducendo la nozione di utilità come funzione della quantità posseduta dei vari beni, e toccò a V. Pareto dimostrare sia l'impossibilità di valutare matematicamente le utilità soggettive sia di proporre di sostituire al concetto di utilità cardinale (appunto, misurabile) quello di utilità ordinale: l'individuo può disporre in ordine crescente o decrescente i gradi di utilità, ma non può dire di quanto l'un grado di utilità sia maggiore o minore dell'altro. Per evitare di misurare l'utilità fornita agli individui dal consumo dei beni, Pareto propose l'utilizzo delle curve di indifferenza, che individuano tutte quelle combinazioni di beni che, una volta consumate, danno luogo alla stessa utilità per l'individuo. Ciascuna curva di indifferenza è costruita per un dato livello di utilità. Tali curve risultano normalmente decrescenti e convesse. Queste proprietà si realizzano solo se la funzione di utilità è continua, almeno due volte differenziabile e quasi-concava. Se le curve di indifferenza sono convesse, allora esiste una e una sola soluzione al problema del consumatore di scegliere il paniere dei beni che gli permette di massimizzare la sua utilità.

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