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vedùta

sf. [sec. XIII; da veduto].

1) Non comune, l'atto e la possibilità di vedere; vista: la nuova costruzione ci ha tolto la veduta del mare.

2) Campo visivo, ampiezza di spazio che si può abbracciare con l'occhio da un punto d'osservazione; panorama: da quassù si gode una bella veduta sulla valle; dal treno ammirava una serie di vedute del lago. Per la specifica accezione in diritto, v. luce.

3) Concretamente, rappresentazione grafica, artistica o fotografica di un paesaggio naturale: una veduta panoramica di Roma. In particolare, quadro, disegno o incisione raffigurante un luogo, un edificio, un aspetto di città reso con precisa fedeltà ottica per l'impiego rigoroso della prospettiva.

4) Fig., capacità di comprendere, intelligenza: un uomo di corta veduta. Frequente specialmente al pl., opinione, modo di giudicare, punto di vista: larghezza, ristrettezza di veduta; meno comune, mira, progetto: contrastare le vedute di qualcuno. § La raffigurazione di città era già stata impiegata come sfondo nel Medioevo (Giotto, Masolino) e nel Rinascimento, ma la veduta assunse le caratteristiche di genere autonomo intorno alla metà del sec. XVII in Olanda (con i G. Berckheyde, Jan van der Heyden, Jan Vermeer) e quindi in Italia, avendo come suo primo centro Roma, nell'ambiente degli artisti nordici (Paul Bril, bamboccianti, Viviano Codazzi, Gaspar Van Wittel, Gian Paolo Pannini). Uno sviluppo particolare, e grande fama in tutta Europa, ebbe nel sec. XVIII la veduta veneziana (Luca Carlevarijs, il Canaletto, Bernardo Bellotto, Francesco Guardi). Proprio nella veduta il romanticismo lombardo diede alcuni dei suoi risultati migliori (Giuseppe Canella, Giovanni Migliara). Un tipo particolare di veduta fu la cosiddetta “veduta ideata”, composta da elementi di fantasia, simile al “capriccio” e alla “rovina” (Marco Ricci, Michele Marieschi, Gian Battista Piranesi).