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verità

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Lessico

sf. [sec. XIII; dal latino verítastis, da verus, vero].

1) Stato, condizione dell'essere vero: mettere in dubbio la verità di un fatto; provare, controllare la verità di un'asserzione, di una teoria.

2) In filosofia, caratteristica di ciò che è (e che quindi può essere compiutamente detto e pensato) di fronte a ciò che non è (e su cui quindi ogni affermazione non può essere che falsa). In particolare, in relazione a det. fatti: dire la verità; deformare, nascondere, travisare la verità; verità ovvia, lapalissiana; verità di ragione, quelle dipendenti da un'assoluta ed eterna esigenza della ragione; verità di fatto, quelle risultanti da un accertamento empirico; verità di fede, quelle rivelate, che Dio ha fatto conoscere agli uomini direttamente o per interposta persona; è la bocca della verità, di persona sempre sincera. Nelle loc.: in verità, veramente, davvero; nondimeno, tuttavia; per la verità, a dire il vero.

3) In logica matematica, tavola di verità, quadro sistematico dei valori di verità o di falsità che permette di determinare meccanicamente il valore di una formula o di un enunciato, una volta stabilito il valore di ciascuno dei loro componenti

Filosofia

Nella storia del pensiero il concetto di verità, accanto ai significati logici e gnoseologici, ha assunto spesso diversi significati metafisici e teologici, al punto che si può considerare la storia della filosofia come storia della ricerca della verità, vista a volte come perfettamente accessibile al pensiero, altre volte come del tutto irraggiungibile e trascendente. Accessibile al pensiero la considera la speculazione greca, da Socrate a Platone ad Aristotele, sino al neoplatonismo e alla scolastica che, nel pensiero cristiano, ne riprende e rielabora i temi sino alla definizione tomista di verità come adaequatio intellectus et rei. In tutte queste correnti la verità viene intesa come una perfetta corrispondenza tra il pensiero e il pensato e ha quindi una pretta valenza gnoseologica, anche se spesso con chiare e fondamentali implicanze metafisiche. In ogni caso, si tratta di un concetto della verità come oggettiva, in quanto il pensiero è, nella sua interpretazione della verità dell'oggetto (del pensato), un atto che trae la sua validità dalla sua corrispondenza con l'oggetto stesso. Diversa è la posizione dei sofisti e degli scettici, che dichiarano impossibile un completo raggiungimento della verità. Alle correnti razionalistiche che affermano la conoscibilità della verità e a quelle che invece vi rinunciano si contrappongono quelle filosofie che considerano l'intelletto umano come limitato, quindi capace di conoscere solo determinate verità, ma non la verità in generale (posizione che unisce pensatori diversi, da Guglielmo di Occam e G. Duns Scoto al criticismo di E. Kant), mentre il pragmatismo contemporaneo sostiene l'identificazione del vero con l'utile. Diverso concetto si ha della verità là dove essa viene interpretata come manifestazione o rivelazione, sia come immediata intuizione sensibile (empirismo) o intellettuale, sia in senso metafisico e teologico (la rivelazione dell'essere o di Dio). Il concetto di verità come rivelazione e disvelamento è stato poi reintrodotto dalla fenomenologia e dall'esistenzialismo contemporanei ed è centrale nell'ontologia di M. Heidegger.