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virtuosìsmo

sm. [sec. XX; da virtuoso].

1) Esibizione di eccezionale perfezione tecnica da parte di un artista; in particolare, in campo musicale, il superiore padroneggiamento della tecnica di uno strumento o della voce da parte di un interprete (trattato estesamente più avanti). § Il concetto di virtuosismo è legato alla nascita del concerto, cioè a una idea dell'esecuzione come attività nettamente distinta da quella della fruizione della musica; storicamente si colloca nel periodo tardorinascimentale e barocco, che conobbe i primi grandi virtuosi strumentali (per esempio G. Frescobaldi) o vocali (i cantanti G. Caccini o A. Basile). Il virtuosismo, largamente diffuso nel Settecento (che tuttavia teorizzò un tipo di musica intimamente antivirtuosistica per le strutturali esigenze di chiarezza, razionalità, democraticità), conobbe nuovo slancio ed enorme risonanza sociale nel romanticismo a opera di N. Paganini, F. Chopin, F. Liszt, ecc. In questo periodo il virtuosismo toccò forse il suo vertice in quanto profondamente legato a ragioni espressive che ne facevano non solo un mezzo per acquisire inesplorati territori musicali, ma uno dei modi di esplicazione di miti culturali e sociali universalmente sentiti. Successivamente, operatasi una scissione tra il virtuoso e il compositore e tra virtuosismo e creatività, il fenomeno continuò a esplicarsi a un livello inferiore, spesso scadendo in manifestazioni di puro edonismo e di vuoto esibizionismo.

2) Per estensione, grande destrezza nel vincere difficoltà di ogni genere: un trattato frutto di alto virtuosismo diplomatico.

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