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visìvo

agg. [sec. XIV; dal latino tardo visīvus, da visus-us, vista]. Che concerne la vista: campo visivo, lo spazio che si riesce ad abbracciare con lo sguardo. § Poesia visiva, espressione che comprende un'ampia gamma di tendenze artistiche contemporanee riguardanti la coincidenza, l'incontro, o comunque il terreno comune tra manifestazioni poetiche e arti spazio-visive. Il fenomeno, sorto verso la metà degli anni Sessanta, ha lontani precedenti nella storia della cultura e nel sec. XX ha assunto aspetti sempre più ricchi e significativi, molto spesso sull'orma delle sperimentazioni futuriste e dada. Le composizioni sono ottenute con ritagli di immagini e scritte uniti in collage, o con parole (stampate, dattiloscritte, scritte a mano, dipinte, secondo i casi) che si compongono in modo da formare immagini, o ancora con inusitati accostamenti di lettere, sillabe, parole, che intendono ampliare il valore semantico della parola stessa. Secondo i singoli orientamenti i poeti visivi si distinguono in sottogruppi (poesia concreta, poesia tecnologica, poesia simbiotica e così via). In Italia sono noti in particolare E. Isgrò, G. Novelli, L. Caruso, N. Balestrini, A. Giuliani, A. Porta, R. Barilli e B. Munari.

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