1) Atto ed effetto dell'inquisire; in particolare, inchiesta condotta con metodi arbitrari e lesivi dei diritti e della libertà di un individuo; procedura seguita da un tribunale ecclesiastico per reprimere l'eresia; il tribunale ecclesiastico stesso.
§ Attività dell'organo giudicante, diretta all'accertamento di reati e alla relativa punizione. Di limitata applicazione in età repubblicana, allorché la repressione criminale era attuata in base al principio accusatorio, l'inquisizione divenne una caratteristica costante del processo penale che si svolgeva davanti ai funzionari imperiali.
2) Ant., indagine, ricerca.
Storia: l'Inquisizione medievale
Il tribunale dell'Inquisizione fu creato nel basso Medioevo per castigare l'eresia e gli altri delitti contro la fede cristiana (apostasia, falsi miracoli, profanazione dell'eucarestia, stregoneria, superstizione); la sua storia va articolata in due distinti momenti: quello medievale e quello moderno, ossia posteriore alla Riforma protestante. Tribunali del genere sorsero nel sec. XII, solo eccezionalmente nell'XI, in più luoghi dell'Occidente europeo, talvolta su richiesta o con l'appoggio del potere civile, detto braccio secolare, essendo considerata la disobbedienza al sovrano anche un delitto religioso, in virtù del non est potestas nisi a Deo. Ma nel sec. XIII l'impetuoso svilupparsi in Italia settentrionale e nella Francia meridionale di moti neomanichei di rivolta religioso-politico-sociale (Catari, Albigesi, Valdesi, ecc.), che predicavano l'impeccabilità dei perfetti, la sicura dannazione dei ricchi, l'illegittimità di ogni autorità religiosa e politica, la peccaminosità del matrimonio, ecc., indusse papa Innocenzo III a inviare sul posto speciali giudici-legati, come il cistercense Pierre de Castelnau (assassinato nel 1208 da uno scudiero del conte di Tolosa), e quindi lo spagnolo Domenico di Guzmán, col compito di inquisire (indagare), predicare e, in caso disperato, consegnare gli eretici alle autorità civili. Filippo Augusto, re di Francia, approfittò della circostanza per invadere il Meridione del Paese e ne nacque la sanguinosa crociata guidata da Simon de Montfort (1209-18), con la conseguente confisca, a favore dei conquistatori settentrionali, dei beni degli Albigesi. Fra il 1220 e il 1227 l'imperatore di Germania Federico II assunse l'iniziativa della lotta contro l'eresia, decretando che ogni eretico, riconosciuto tale dal vescovo della propria diocesi, sarebbe stato arso vivo dall'autorità secolare (1224). I papi, e in particolare Onorio III, che riconobbe l'ordine dei domenicani incaricato dell'attività inquisitiva , e Gregorio IX, che ribadì nel 1231 il diritto esclusivo della Chiesa di condannare gli eretici, tentarono ripetutamente di sottrarsi alla pesante e non disinteressata collaborazione dei sovrani; ma poiché i vescovi e le popolazioni locali erano legati più da vicino ai re che al papa, si ebbero frequenti scontri fra i sovrani e gli inquisitori domenicani, che invece dipendevano direttamente da Roma. Frequenti furono anche i conflitti fra inquisitori e vescovi. L'Inquisizione medievale non operò quindi in modo univoco e sempre coerente, ma con discontinuità e continui compromessi circostanziali. Pressoché assente in taluni Paesi quali l'Inghilterra e la Spagna , oltre che in Francia, nell'Italia settentrionale, in connessione con la lunga guerra della Chiesa contro Federico II di Svevia e i ghibellini, spesso eretici veri o presunti, che lo sostenevano (specie dopo l'uccisione dell'inquisitore Pietro da Verona, avvenuta presso Milano nel 1252), nelle Fiandre, in Germania, Boemia e Ungheria. Oltre ai Catari, praticamente scomparsi all'inizio del sec. XIV, vennero sottoposti ai rigori dell'Inquisizione i Valdesi, i francescani dissidenti (gli spirituali), gli Ebrei convertiti che continuavano a praticare il loro culto in segreto, i templari processo apparentemente religioso, ma in realtà politico, come poi quello di Giovanna d'Arco , gli hussiti e i satanisti dei sec. XV e XVI. Famoso, nella Firenze dell'ultimo Quattrocento, il processo contro Savonarola, legato anch'esso a circostanze politiche e locali. La procedura inquisitoriale, fissata attraverso una serie di bolle papali e decisioni conciliari, dalle Decretali di Gregorio IX (1230), ecc., venne riassunta in vari manuali, fra cui la celebre Practica inquisitionis del domenicano Bernardo di Guido (ca. 1320). Essa stabiliva un previo tempo di grazia (da 15 giorni a un mese), nel quale l'eretico spontaneamente denunciatosi avrebbe avuto lievi pene (preghiere, opere pie, pellegrinaggi), anche segrete, se la colpa non fosse stata pubblica. Trascorso il termine, il tribunale procedeva, citando l'indiziato o chiedendo alle autorità civili di operarne l'arresto; di regola due testimoni onorevoli (quasi mai messi a confronto con l'accusato) erano sufficienti per una condanna; in qualche caso (per esempio nel Directorium di Eymerich) veniva ammessa l'assistenza di un avvocato noto al tribunale come non sospetto d'eresia. Il regime penitenziario durava a volte degli anni e la pratica della tortura, per estorcere la confessione, era ammessa citra membri diminutionem et mortis periculum (salvo mutilazione e pericolo di morte). La sentenza (previo consenso del vescovo, secondo disposizione di Innocenzo IV, confermata da Urbano IV e da Bonifacio VIII) veniva letta durante un pubblico sermone generale (chiamato poi in Spagna autodafé, atto di fede) e poteva essere l'assoluzione, preceduta da abiura, la detenzione parziale o perpetua e la morte sul rogo, l'esecuzione di quest'ultima era affidata al braccio secolare. La prigionia perpetua e il rogo comportavano la confisca dei beni; qualche pena più lieve (per esempio il pellegrinaggio a un santuario) poteva essere riscattata col versamento di elemosine. La condanna al rogo poteva essere inflitta anche post mortem (veniva bruciato il cadavere). Prima della sentenza, il reo poteva appellarsi al papa, che di fatto intervenne in più casi, anche destituendo giudici troppo severi.