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Affido e adozione: una soluzione possibile ai problemi di fertilità

Desiderare un bambino, non sempre, purtroppo, è sufficiente per diventare genitori. Una volta presa coscienza dell'impossibilità di concepire, o di portare a termine una gravidanza, il rapporto di coppia viene coinvolto da una serie di problemi affrontabili in vari modi.

Purtroppo talvolta si raggiungono decisioni estreme e tragicamente sofferte, come quella della separazione. Altre volte, invece, l'adozione, oppure l'affido temporaneo, possono diventare valide alternative, senza dimenticare, naturalmente, che entrambi non sono solo per quanti non hanno potuto procreare, ma per chiunque scelga di allargare la propria famiglia, anche là dove esistono già figli naturali.


La decisione di presentare la richiesta di adozione è solo l'inizio di un lungo percorso burocratico che porta la coppia ad affrontare un'esperienza, a volte molto frustrante, costellata di passaggi impegnativi: esibire documenti, confrontarsi con altre coppie, dimostrare di avere i requisiti psicologici e morali necessari per diventare genitori. La coppia si espone a un'altra minaccia di sterilità non più biologica: per avere un bambino deve essere giudicata da altri nella globalità dei propri aspetti personali, intimi e umani, perché si possa valutare il suo essere adatta o meno a crescere un figlio. E una volta realizzata l'adozione, i genitori adottivi devono far fronte ad ancora altre difficoltà sconosciute ai genitori naturali: la nuova realtà familiare va presentata e fatta accettare a tutti i parenti; l'identificazione con il figlio è più difficile soprattutto se il bambino adottato non è un neonato, e in più l'origine sconosciuta della sua eredità genetica può indurre timori ed evocare fantasmi minacciosi; inoltre è possibile che i genitori adottivi vivano con angoscia il fatto di dover prima o poi svelare al bambino il vero carattere della sua filiazione, perché questa "rivelazione" potrebbe risvegliare in loro la sofferenza per la ferita all'immagine di sé, suscitata dalla sterilità.

Nonostante tutti questi problemi però, molte adozioni riescono e offrono in modo completo la possibilità di soddisfare lo spirito materno e paterno in una nuova concezione di fecondità. Perché, facile o difficile, l'adozione comunque non è un'avventura che si compie nel momento in cui un piccolo, a lungo sospirato, arriva in una famiglia. Anzi, da lì il "viaggio" comincia il suo cammino più importante: quello che dovrebbe condurre all'incontro e alla crescita reciproci, nella visibilità e nella cura delle radici e delle differenze di ognuno, perché di rispetto e di individuazione è fatta la trama dell'amore.
L'affido, a differenza dell'adozione che prevede la caduta della patria potestà dei genitori naturali, è un provvedimento temporaneo al quale si tende ad attribuire sempre maggiore importanza. Questo grazie alla consapevolezza, raggiunta da chi lavora con l'infanzia, che la separazione definitiva dalla famiglia d'origine deve essere considerata l'ultima risorsa alla quale ricorrere. Il bambino, seguito dai Servizi Sociali, viene affidato a un'altra famiglia per un certo periodo di tempo, senza però perdere il contatto con i genitori biologici. Introdotto in Italia nel 1983, l'Istituto dell'affidamento si propone l'obiettivo di restituire, se e quando possibile, il minore alla famiglia di origine. Dopo un periodo passato con altri "genitori", e forse con altri "fratelli", il bambino potrebbe infatti ritrovare l'equilibrio che, per motivi economici, sociali o psicologici, non aveva nella famiglia dove è stato concepito.


La famiglia affidataria si trova investita di compiti notevoli. Ai due coniugi, talvolta è richiesto da psicologi e assistenti sociali di instaurare una relazione con la famiglia d'origine e di accettare di incontrarla secondo le esigenze. La "nuova famiglia" deve essere in grado di tollerare il possibile trauma d'abbandono del minore che arriva in un nucleo già composto, e contenerne l'angoscia che deriva da questo cambiamento. Inoltre i genitori affidatari devono sempre tenere presente che esiste la possibilità, auspicata dai Servizi, di un felice ritorno del bambino nella casa dove è nato.
L'arrivo di un nuovo componente, praticamente sconosciuto, può causare traumi anche ai "vecchi" abitanti della casa dove viene alloggiato il minore. Psichiatri e pedagogisti concordano sulla necessità sia di valutare attentamente ogni singolo dettaglio dell'affido sia di seguire da vicino i suoi protagonisti, perché l'esperienza possa risultare felice per tutti: per chi deve rinunciare temporaneamente ai propri bambini; per chi sceglie di fare da "ponte speranzoso" tra un passato, spesso doloroso, e un futuro più armonico ed evoluto; per chi ha diritti e bisogni dignitosi e imprescindibili, a dispetto delle privazioni sotto il segno delle quali si è trovato a crescere.

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