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Macroeconomia

L'intervento dello Stato

Lo Stato è nella migliore delle condizioni per intervenire in una situazione critica che riguarda l'intero sistema economico nazionale. Lo Stato da un lato è presente nell'economia con il prelievo fiscale e con la spesa pubblica - che rispettivamente riducono e accrescono la domanda - , dall'altro controlla, tramite la banca centrale, l'emissione di moneta.

Gli strumenti a disposizione del governo per stabilizzare l'economia sono due:

    politica fiscale; politica monetaria.

La politica monetaria

Per capire come la politica monetaria possa influenzare la domanda aggregata dobbiamo tornare alla spiegazione del tasso di interesse che, come abbiamo visto, ha un ruolo importante nel determinare l'inclinazione della curva della domanda aggregata.

La scelta di detenere attività liquide a rendimento nullo, piuttosto che investire in attività patrimoniali in cui la minore liquidità è bilanciata da un rendimento più elevato, è spiegata dalla preferenza per la liquidità degli agenti economici.

Keynes identifica tre ordini di fattori che determinano la preferenza per la liquidità: motivi transattivi, precauzionali e speculativi.

    Il motivo transattivo risponde alle necessità di fondi liquidi che si incontrano nel normale svolgimento dell'attività economica, sia da parte degli agenti privati (per il consumo) sia da parte delle imprese (per ovviare allo sfasamento temporale tra costi e ricavi). Il motivo precauzionale trae ragione dalla presenza di incertezza e dall'incapacità di prevedere il verificarsi di eventi futuri che possono richiedere la disponibilità di somme liquide. Il terzo motivo è di carattere speculativo: quando ci si aspetta che i tassi di interesse in futuro aumentino, è conveniente posporre gli investimenti e detenere attività liquide, perché acquistando obbligazioni si incorrerebbe in perdite in conto capitale.

Esiste quindi una relazione inversa tra tasso d'interesse e grado di liquidità di un sistema economico: la preferenza per la liquidità sarà maggiore quanto minore è il tasso di interesse corrente rispetto a quello futuro.

Questo significa che la domanda di moneta non solo dipende positivamente dal livello del reddito (come previsto dalla teoria quantitativa della moneta), ma dipende anche, negativamente, dal tasso di interesse, visto che, all'aumentare di quest'ultimo si attenuano le prospettive di perdite in conto capitale sulle altre attività finanziarie. Per un dato livello di reddito, allora, il tasso di interesse è destinato ad aggiustarsi in modo tale che la domanda di moneta ne eguagli l'offerta, determinata dalle autorità monetarie. Il tasso di interesse viene quindi determinato nel mercato monetario, ma influenza la domanda aggregata tramite il ruolo che esso esercita sulle decisioni di investimento.

L'autorità monetaria, variando l'offerta di moneta e quindi la liquidità complessiva, è dunque in grado di controllare il tasso di interesse e, quindi, di regolare la domanda aggregata attraverso incentivi agli investimenti. Quando aumenta l'offerta di moneta, abbassa il tasso di interesse e aumenta la quantità di beni domandati, spostando a destra la curva della domanda aggregata. Viceversa quando riduce l'offerta di moneta.

Keynes ha però evidenziato che, in particolari fasi recessive in cui il tasso di interesse scende al di sotto di un certo valore limite, può verificarsi la cosiddetta trappola della liquidità. In questo caso, la domanda di moneta a fini speculativi diventa infinitamente elastica, non risponde cioè a variazioni del tasso di interesse, rendendo la politica monetaria inefficace.

La politica fiscale

Lo stato può influenzare la domanda aggregata non solo con la politica monetaria ma anche con la politica fiscale. Questa non è altro che l'intervento pubblico nella sfera economica realizzato mediante variazioni nella composizione o nel livello delle entrate e delle spese del bilancio pubblico.

La funzione di stabilizzazione, ovvero il controllo degli aggregati macroeconomici, è solo uno degli obiettivi della politica fiscale, tra i quali si ricordano la funzione allocativa, che si occupa in particolare della fornitura di quei beni e servizi che un sistema di mercato non è in grado di fornire in modo efficiente, quali, ad esempio, la giustizia o la difesa nazionale, e la funzione distributiva, che mira a modificare la distribuzione del reddito e della ricchezza. Qualsiasi intervento sul bilancio pubblico produce contemporaneamente effetti sull'allocazione delle risorse, sulla distribuzione e sugli aggregati macroeconomici.

Nel pensiero economico precedente la pubblicazione della Teoria Generale di J. M. Keynes nel 1936, salvo poche eccezioni, la politica fiscale viene discussa solamente con riferimento alle prime due funzioni sopra indicate. Il concetto contemporaneo di politica fiscale è invece associato soprattutto alla terza funzione, la cui giustificazione teorica è riconducibile alla nozione keynesiana secondo la quale il livello di attività nel sistema economico è determinato dalla domanda aggregata e una insufficienza di quest'ultima può causare un persistente sottoutilizzo delle risorse disponibili. Da questa nozione consegue l'utilità di un ruolo attivo del bilancio pubblico, al fine di integrare e stabilizzare la domanda aggregata, evitando soprattutto che una persistente carenza di essa sia causa di disoccupazione.

A seguito della diffusione del pensiero di Keynes, nei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale la funzione di stabilizzazione diventa il principale obiettivo della politica economica, riflettendo l'impegno assunto dai governi di contenere le fluttuazioni del reddito nazionale e di assicurare un elevato livello dell'attività economica.

A partire dagli anni Settanta, il ruolo delle politiche fiscali anticicliche è stato in parte ridimensionato sia per la precisazione sul piano teorico dei limiti di tali interventi sia per lo spostamento dell'attenzione delle autorità monetarie su altri temi quali il controllo dell'inflazione e il ripianamento dei disavanzi pubblici, in parte connessi con l'attuazione sistematica delle stesse politiche anticicliche.

Stabilizzatori automatici e misurazione degli interventi discrezionali

La politica fiscale comprende, in linea generale, sia gli interventi discrezionali, che rappresentano un utilizzo attivo degli strumenti sopra definiti, sia le reazioni automatiche del bilancio pubblico a mutamenti del quadro macroeconomico. Queste ultime includono, ad esempio, l'aumento del gettito di un'imposta in conseguenza dell'espansione della sua base imponibile e l'aumento della spesa per pensioni per effetto del meccanismo di adeguamento annuale dei trattamenti all'inflazione. Dato che per effetto del complesso di tali reazioni il bilancio pubblico tende in genere a contrastare le fluttuazioni dell'attività economica (un'espansione dell'economia accresce infatti il prelievo fiscale e riduce le spese legate alla disoccupazione, facendo diminuire il disavanzo pubblico, mentre una recessione, viceversa, lo aumenta), si fa riferimento ad esse con il termine “stabilizzatori automatici”. Nelle analisi empiriche la politica fiscale viene talvolta identificata con i soli interventi discrezionali.

Il moltiplicatore

L'iniezione di domanda che l'intervento diretto dello stato nell'attività produttiva comporta ha sul sistema economico colpito dalla recessione un benefico effetto, amplificato dal meccanismo del moltiplicatore. Ogni incremento di reddito, e quindi anche l'incremento di reddito derivante dall'incremento della spesa pubblica, genera investimenti e consumi e, in minor misura, risparmio. I consumi e gli investimenti a loro volta si traducono in aumenti di reddito per i produttori dei beni di consumo e di investimento, quindi in nuovi consumo e così via. L'aumento del reddito finale è un multiplo della spesa iniziale. Più precisamente, se c è la propensione marginale al consumo, ossia l'incremento nel consumo associato a un aumento unitario nel livello del reddito, il moltiplicatore, cioè il rapporto tra una variazione del reddito nazionale e la variazione di spesa che ne è all'origine, è dato dal rapporto 1/ (1-c). (Si noti che (1-c) non è altro che la propensione marginale al risparmio.) Se il governo spende 5 miliardi di euro per l'attuazione di un programma di lavori pubblici, l'aumento complessivo del reddito sarà probabilmente molto superiore agli iniziali 5 miliardi. Se la propensione al consumo è pari a 0,6, un incremento della spesa pubblica di 5 miliardi genererà un aumento di reddito pari a 5 miliardi × (1/1-0,6) = 12,5 miliardi.

L'effetto spiazzamento

L'effetto moltiplicatore non è infallibile. Se può funzionare per economie caratterizzate da una profonda recessione, in una situazione di prossimità al pieno impiego l'aumento della spesa pubblica si traduce in un aumento del reddito nazionale inferiore alla spesa iniziale. In tal caso le risorse che il settore pubblico restituisce a quello privato sono minori di quelle inizialmente utilizzate. Perciò la crescita della spesa pubblica, al di là dell'effetto positivo di breve periodo, produce nel lungo periodo effetti distorsivi sulla domanda privata. Il settore statale infatti, per finanziare un crescente e persistente disavanzo, è costretto a emettere con continuità titoli di stato che, data l'offerta di moneta, inducono un aumento dei tassi di interesse e una conseguente riduzione degli investimenti privati. Questo effetto, che costrasta l'effetto moltiplicatore, si chiama crowding out o spiazzamento.

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