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Microeconomia

Un concetto molto controverso: il profitto nella teoria economica

Dietro l'apparente banalità contabile della nozione di profitto si cela una notevole difformità di opinioni sulla natura dell'oggetto. Il dibattito risale agli albori della scienza economica.

Il profitto secondo Ricardo. Gli economisti classici individuano il compito primario dell'economia politica nella ricerca di leggi capaci di disciplinare la distribuzione del prodotto sociale, sotto forma di salari, profitti e rendite, ai rispettivi destinatari: i lavoratori salariati, gli imprenditori e i proprietari terrieri. Secondo Ricardo, i lavoratori non partecipano alla distribuzione del sovrappiù dal momento che il salario che essi ricevono tende a fissarsi, nel lungo periodo, al livello di sussistenza: ne deriva che la distribuzione del reddito è caratterizzata dalla presenza di dure contrapposizioni tra profitti e salari e tra profitti e rendite. Nel lungo periodo il sovrappiù viene suddiviso tra rendite e profitti. Il profitto viene determinato, dati i salari di sussistenza, attraverso il concetto di rendita differenziale: una specie di prezzo di scarsità dovuto alla limitatezza dei terreni di maggiore fertilità e meglio localizzati rispetto ai mercati. Il profitto assume così un connotato tipicamente residuale e viene svuotato di significato intrinseco per essere considerato come tutto ciò che viene prodotto in eccesso al livello di sussistenza dei lavoratori.

La visione marxista. Prendendo spunto dalla teoria ricardiana della distribuzione e dalla relativa legge di caduta tendenziale del saggio di profitto - secondo cui la crescita dell'economia porta alla messa a coltura di terre sempre meno redditizie in termini di prodotto per lavoratore impiegato e dunque, in assenza di un qualche progresso tecnico, alla caduta del saggio di profitto - Marx elabora la sua teoria dello sfruttamento, tesa a porre in evidenza come siano gli stessi meccanismi intrinseci all'accumulazione del capitale a portare al definitivo superamento del modo di produzione capitalistico. L'aumento del capitale costante (i mezzi di produzione) a un tasso maggiore di quello variabile (il lavoro impiegato) ha effetti negativi sul saggio generale di profitto, alla cui caduta i capitalisti cercheranno di porre rimedio aumentando il saggio di sfruttamento dei lavoratori. Analogamente a Ricardo, Marx parla di caduta tendenziale del saggio di profitto, fino al momento in cui la classe capitalistica sarà completamente scomparsa.

La visione marginalista. La scuola neoclassica o marginalistica (Walras, Wicksell, Marshall) segna un radicale superamento della visione conflittuale marxiana e, abbandonando il concetto di sovrappiù, propone invece di considerare il profitto come un semplice reddito, che costituisce la remunerazione del fattore produttivo capitale in base alla relativa produttività marginale. L'elemento di distinzione verte appunto nel considerare il profitto come una specie di costo opportunità che l'imprenditore deve sostenere per la scelta di investire capitali nella sua impresa piuttosto che impiegarli altrove. Sraffa e Robinson, tra gli altri, hanno severamente criticato questa impostazione, sottolineando l'erroneità della simultanea determinazione del salario e del profitto da parte del meccanismo di mercato in essa implicita: secondo loro la teorizzazione dei marginalisti non tiene conto del fatto che la quantità di capitale non può essere considerata come fissa, in quanto è strettamente connessa all'andamento del saggio di profitto.

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