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Microeconomia

Economia e scienze naturali

Qual è lo scopo dell'indagine economica? Per molto tempo, in analogia con le scienze della natura, si è ritenuto che l'economia fosse rivolta a scoprire le “leggi” che regolano gli accadimenti nel campo dell'attività economica.

In sostanza, nel termine “legge economica” è riassunta la convinzione di molti economisti che si possa individuare nella società, come nella natura, proposizioni generali e permanenti in grado di spiegare e predire la realtà.

All'origine della scienza economica moderna, la celebre nozione della mano invisibile di Adam Smith (secolo XVIII) altro non è che il riconoscere nel campo delle stesse libertà individuali l'esistenza di regolarità tali da consentire al sistema nel suo insieme di conseguire risultati di ottimalità indipendentemente dalla volontà dei soggetti economici. In generale però la scuola classica si limita a individuare leggi empiriche prive di formalizzazione.

Un tentativo di attribuire scientificità alle proposizioni, liberandole dai contenuti moralistici e “provvidenziali” propri dei classici, è da vedere nell'uso della matematica dell'analisi neoclassica alla fine dell'Ottocento.

D'altro canto proprio la solidità e la scientificità del sapere era l'obiettivo degli economisti neoclassici. Coerentemente infatti al contesto filosofico nel quale si muovevano, fortemente influenzato dalla visione positivista, gli economisti neoclassici (ricordiamo, tra gli altri, l'economista inglese Stanley Jevons, che contribuì a fondare l'impostazione marginalista) cercavano, nella determinazioni di leggi deduttive universali in grado di oggettivare la conoscenza sui fenomeni economici, di contribuire alla formalizzazione di una scienza unificata basata su criteri “fisici” (lo stesso Jevons giunse a ipotizzare un rapporto tra le crisi economiche e l'attività delle macchie solari, tramite l'effetto di queste ultime sui raccolti).

Un importante esempio di critica a tale approccio è rappresentato dalla scuola neo-austriaca (von Mises, von Hayek) secondo cui l'oggetto della ricerca economica è costituito da fenomeni che per loro stessa natura sono unici. Di conseguenza le leggi economiche non possono essere considerate affermazioni scientifiche in grado di predire avvenimenti futuri quanto, più modestamente, semplici teoremi in grado di consentire una migliore conoscenza dell'ambiente economico.

Attualmente si tende a considerare la concezione positivista di legge economica troppo rigida per essere applicata all'economia, tanto che il termine stesso, “legge economica”, tende a essere sostituito dal concetto di relazione economica. In particolare non appare più sostenibile la posizione di quanti ritengono di poter arrivare a proposizioni economiche sempre valide, indipendentemente da limiti temporali, storici, individuali.

Da questa considerazione deriva una condizione di pluralismo teorico, che in qualche misura è presente anche nelle pagine che seguono: l'ultima teoria apparsa in ordine di tempo non contiene in sé tutti gli sviluppi precedenti per cui è possibile la presenza simultanea di più di una teoria per spiegare gli stessi fenomeni. Di qui il richiamo ad autori e opere che, pure appartenendo al passato, continuano a rappresentare interpretazioni significative della realtà. La storia del pensiero economico è, in modo esplicito o implicito, sempre presente.

Modelli economici e previsioni

La validità delle teorie economiche si misura su due criteri: 1) la completezza della spiegazione dei fatti economici; 2) la capacità di prevedere il futuro. Ma la complessità della realtà economica è spesso tale che queste verifiche non sempre sono possibili in modo del tutto persuasivo. Per superare queste difficoltà l'economista si serve di modelli, cioè costrutti intellettuali il cui compito è semplificare la realtà evidenziandone gli aspetti rilevanti.

Un modello è, nello stesso tempo, la traduzione di una teoria in un insieme di equazioni allo scopo di verificarne la coerenza e la rispondenza alla realtà economica.

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